iLearning

Apprendimento tra Scilla e Cariddi

Le conoscenze e l’apprendimento necessario per conseguirle possono essere considerate un business, del materiale di commercio? Per molti dei nostri lettori si tratta di cosa ovvia. Per la maggior parte degli esseri umani, no. Potrebbero avere ragione sia gli uni che gli altri, tuttavia, mentre i limiti della seconda posizione risultano alquanto chiari, ovvero quello di relegare questi aspetti fondamentali della vita umana come un territorio presidiato dalle istituzioni e quindi Istituzione fra le istituzioni, non ci ci si rende conto di come quelli della prima possano aver creato danni ancora superiori.
Quali danni e a che cosa, si chiederà qualcuno. La mia risposta è, innanzitutto all’apprendimento stesso, che, per sua natura, ha il dovere di essere flessibile, adattivo, creativo, critico, costruttivista.
Nulla di tutto questo è più possibile negli anni che stiamo attraversando.
L’educazione pubblica, quindi la scuola, è diventata ostaggio delle ideologie rigide a cui si è concessa in sposa fedele e bacchettona nel corso degli ultimi secoli (non è assolutamente vero che sia sempre stata così: al più lo è dal tardo XVIII secolo in avanti) e ora si sta tenendo stretta a questo Titanic in via di inabissamento per paura di quest’orso bianco della fabbrica della formazione.
 
Paradossalmente, la logica del business ha impoverito il potere dell’apprendimento per rispondere alle logiche di tagli delle spese e di innalzamento del profitto connaturate nel DNA imprenditoriale, da Berlusconi a Trump, da SAP a SABA.
Che cosa significa questo per i non addetti ai lavori (sempre che ce ne siano abbastanza con l’estensione di preparazione che l’argomento richiede): che il professor Aristogitone ragionava proprio come l’instructional designer della piattaforma, ovvero per procedure (http://it.20lines.com/read/45943/contro-la-mente-procedurale).

It’s the law of requisite variety, which says that if you want to make sense of a complex world, you’ve got to have an internal system that is equally complex. A good example is the Naskapi Indians of Labrador. Their problem is where to hunt for caribou. The hunter holds the shoulder blade of a caribou over a fire until it develops cracks. Then somebody reads those cracks to see where the caribou are likely to be. The wisdom of this practice is that it randomizes the hunter’s behavior, making it harder for the caribou to learn where the hunter is likely to be. It also ensures that some areas don’t become overhunted. The translation should be clear to people running businesses. In fact, there are examples in Asian management practices of ancient rituals being given considerable stature. (Karl Weick a Wired: http://www.wired.com/1996/04/weick/)
[È la legge della varietà necessaria ad affermare che se si vuole dare un senso a un mondo complesso occorre disporre di un sistema interno altrettanto complesso. Un buon esempio è quello degli indiani Naskapi del Labrador. Il loro problema consiste nella scelta del luogo di caccia dei caribù. Il cacciatore tiene la scapola di un caribù sul fuoco fino a quando sviluppa delle crepe. Poi si leggono quelle crepe per vedere dove possano trovarsi i caribù. La saggezza di questa pratica consiste nel rendere più casuale il comportamento del cacciatore, creando ulteriori difficoltà ai caribù per immaginare dove possa trovarsi il cacciatore. Essa garantisce inoltre che essi non finiscano per estinguersi in determinate aree. La metafora dovrebbe essere chiara a quanti operano nel business. In realtà, ci sono esempi asiatici di pratiche di management ispirati antichi rituali dotati di grande prestigio]

Chi scrive nel passato ha cercato, dapprima di promuovere l’elasticità de-istituzionalizzante dell’apprendimento che con l’avvento dell’ipermedialità (Bush, Nelson…) e del web poteva rendere più flessibili organizzazioni e menti collaborando ad un libro (cfr. Sesto Potere) e poi alla rivista pioniere dell’epoca Web Marketing Tools e a eLearning, per cercare di tenere il timone fermo fra la Scilla istituzionale e la Cariddi del profitto, ma si trattava di un’impresa persa in partenza.
Sono le abitudini a condizionarci e a condizionare tanto chi esprime la domanda che chi fruirebbe del servizio.
Tutti noi abbiamo subito la schiavitù di una scuola omologante e per sfuggirvi siamo entrati in percorsi competitivi come quelli del mercato, solo all’apparenza liberi, ma in ultima altrettanto assoggettati a logiche di omologazione non meno ciniche e stupide.
 
La mancanza di capacità critica e di istruzione ha fatto sì che per molti il mostro che va distruggendo tutto quanto sia proprio il computer, ma è l’interpretazione che del potente strumento creato da un pugno di persone critiche e illuminate hanno fatto moltitudini di gerarchi egoisti e ciechi ad aver propagato in contagio della ripetizione delle norme che ci fanno tornare indietro dalla visione di una civiltà adattiva, leggera e veloce, ma anche rispettosa ed etica, alla barbarie dell’orda degli Unni contrapposta alla decadenza burocratica dell’Impero.
 
Grazie a figure ispirate alla libertà di pensiero, da Engelbart, a Kay, a Jobs, a Gates… se solo riuscissimo a guardare oltre le apparenze ci renderemmo conto che esistono almeno due (o più) correnti dell’uso dell’informatica: la prima è quella nota, ovvero quella che riduce la vita reale delle persone alla replica di operazioni impoverite che erronemente vengono definite “processi” mentre si tratta solo di ragioneria normativa, ovvero procedure; l’altra interviene a supporto della vita reale delle persone vere e punta alla sostenibilità, alla creatività e alla convivialità — si tratta, è vero, di una nicchia di prato in mezzo alle mangiatoie degli allevamenti intensivi e degli stabulari vivisettivi, tuttavia è una nicchia che esiste.
 
Potremmo definirla lo Zenware dell’apprendimento e ha nomi e cognomi, ma soprattutto elementi di un kit di montaggio possibile a disposizione di chi sa ancora immaginare.
In onore del testamento di Steve Jobs dato da quell’immagine che spiega come il suo lavoro sia sempre stato teso a determinare il punto d’incontro — mobile — fra tecnologie e arti liberali (l’artigianato di Leonardo da Vinci) voglio parlare, non più di e-learning, e meno ancora di blended learning, ma piuttosto di iLearning, ovvero di un’estetica della semplicità efficace.

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