«Volete burro o cannoni?»
Le ambiguità dei bisogni professionali in azienda
Oggi un articolo del Sole 24 Ore riportato in appendice fa presente che
nel 2015, le imprese non sono riuscite a trovare sul mercato circa 60mila profili tecnici da assumere. Un peccato mortale, soprattutto adesso che si intravedono i primi segnali di ripartenza e il settore produttivo ha bisogno di manodopera specializzata per uscire dalla crisi. Al danno (già di per sé cospicuo) si aggiunge addirittura la beffa: il dato che ci anticipa AlmaDiploma evidenzia che a un anno dal titolo il 44% dei diplomati tecnici lavora, con punte del 48,7% tra i geometri e del 46,6% tra i periti industriali. Eppure, come in un incomprensibile dialogo tra sordi, le iscrizioni a questa importantissima filiera di istruzione secondaria non sfondano e restano intorno al 32% sul totali delle scuole superiori (si pensi che nel 1990 erano il 46% delle iscrizioni complessive).
Il fatto triste è che i sordi almeno da noi sono in molti. I fattori da considerare sarebbero molti. Forse troppi.
Un’ambiguità opportunista

Prendiamone solo due: per lungo tempo abbiamo ecceduto con il concetto che si doveva essere tutti laureati per avere il posto migliore, mentre in questo modo si allontanava solo il momento in cui si doveva offrire occupazione ai giovani. Poi si è speculato a questo proposito in maniera mostruosa. Fino a verso la metà dei ’90 per avere un laureato in ingegneria elettronica si arrivava ad offrirgli la dirigenza al primo incarico. Poi, si può proprio dire “da un giorno all’altro” non li voleva più nessuno. Fino agli anni della bolla Internet esisteva un passaggio di testimone fra il responsabile senior e il giovane neo assunto laureato, poi di punto in bianco li abbiamo assunti come delle cime “nate imparate” dando loro incarichi pesanti che avevano difficoltà a svolgere con forti responsabilità ma stipendi più da fame di quando avrebbero fatto gli apprendisti. Adesso assumiamo tecnici per fare gli operai in modo che le ambizioni siano ancora più moderate considerando di affidare loro gli stessi incarichi di responsabilità appena descritti. Se le cose stanno così, allora non è questione che si sottovalutano le scuole tecniche.
Inoltre è proprio vero che si è posta troppa enfasi sul sapere e troppa poca sul fare, ma mi piace sottolineare che la formazione tecnica non è affatto garanzia che i diplomati abbiano più voglia di manualità di un ingegnere o di un umanista: non di rado è proprio il contrario e arrivano proprio da lì quelli che tornano all’agricoltura.
Per concludere, stiamo attenti perché le scuole tecniche -e non tanto per colpa dei docenti- sono costrette a grattare nel fondo del barile della credibilità culturale e troppo spesso lavorano con giovani che irridono la storia, la lingua, la matematica stessa e non ci sono argomenti per contraddirli in un mondo che non perde occasione per esaltare la volgarità etimologica oltre che morale. Non che altre superiori siano una garanzia, ma certamente comportano un investimento personale decisamente impegnativo e l’università ancora di più. Ho assistito a giovani ingegneri cacciati via da selezioni per operai per colpa della laurea nonostante affermassero di non desiderare altro che un lavoro manuale
Per una diversa idea di cultura e di educazione
Dunque quello di cui stiamo parlando non è una questione di quello che si vuole che i giovani sappiano fare, ma piuttosto delle conoscenze che non si vuole possano vantare. Qualcuno dice per non esigere di fare carriera, ma con la trappola del Job Act, quali speranze possono sperare di avere?
Allora tagliamo corto, se ci rimane un brandello di coscienza a posto diciamo chiaramente che le Università le stiamo tenendo solo per lasciare un istituto da cui possano mungere ex ministri o i loro figlioli, assieme a tanti presuntuosi Balanzoni sapientemente improduttivi. Altrimenti bisognerebbe svincolare il sapere manuale dall’appetito di conoscenza. E quest’ultimo non dovrebbe più essere affidato alle istituzioni. Quando si parla di deregulation dell’istruzione, almeno di quella alta, si deve stare attenti a non creare delle “università private”, ovvero generando l’ossimoro di “un’istituzione di mercato”.
Dobbiamo ricordare che l’insegnamento come istituzione è qualcosa di abbastanza recente nella storia delle popolazioni. Ippocrate o Paracelso non si erano fatti una posizione conquistando una comoda cattedra che non facesse loro sporcare le mani: erano i primi a lavorare.
È l’istituzione quella malattia che rende legittimo considerare “lavoro” la conquista di una poltrona.
E invece di rendere più elastiche le cariche pubbliche abbiamo istituzionalizzato quelle private. A questo punto diventa normale fare come Urano prima e Saturno dopo, che per non perdere la posizione acquisita si prenda gusto a nutrirsi dei propri figli. Dietro questa ricerca di tecnici c’è la sicurezza di non avere concorrenti per sé e per i propri nipoti, ma anche e soprattutto di non correre il rischio di dovere sporcarsi le mani per legittimare il proprio potere.
Eppure mi incorre ricordare che prima del taylorismo che ha separato il lavoro tra pensiero e blocchi esecutivi — la catena di montaggio- i più grandi consumatori di letteratura scientifica, tecnologica e anche umanistica erano proprio gli operai, così lontani dal lavoro di manovalanza da rifiutarsi di aderire ai nuovi modelli di “lavoro” preferendo andare in miseria piuttosto che soggiacere a questa nuova dittatura delle istituzioni e del potere economico.
Oggi che il lavoro è qualcosa di sempre meno chiaro, non si può dire lo stesso del potere: lo si vorrebbe sempre più uguale a se stesso, ma non sarà possibile.
Temo che se non ce ne si farà una ragione, come per molte cose, la sola soluzione possibile sarà quella cruenta.