Verso delle reti indie e dei messaging journals

Ennio Martignago
Aug 8 · 13 min read

Perché il podcast è così sconosciuto? Probabilmente perché non è mai esistito a dispetto delle credenze dei creatori

Un pessimo neologismo datato

Intanto questo termine, Podcast è proprio brutto come lo sono la maggior parte delle “parole macedonia” (portmanteau). Pare che il suo conio sia da attribuire ad un giornalista del Guardian, Ben Hammersley, che nel 2004 nell’articolo Audible Revolution si domandava come definire l’utilizzo di file audio da un iPod (il predecessore — probabilmente neppure visuale all’epoca — dei vari iPhone e iPad) «Audioblogging? Podcasting? GuerillaMedia?». Andrebbe aggiunto che gli esordi del fenomeno erano costituiti da allegati audio a pagine web fruibili grazie all’allora neonata tecnologia dei feed (RSS o Atom), come Christopher Lydon, ex giornalista del New York Times e della National Public Radio che sottolineava cone fosse “Tutto è poco costoso. Gli strumenti sono disponibili. Tutti hanno affermato che chiunque può essere un editore, chiunque può essere un emittente”, dice, “Vediamo se funziona”; oppure Adam Curry, VJ di MTV negli Stati Uniti, tra i primi a essere online con un sito personale di podcasting. La pagina che trovate nel Wikipedia italiano (che sto usando per vedificare i miei stentati ricordi) racconta che già “nel dicembre 2005 il dizionario statunitense New Oxford dichiarava Podcasting «parola dell’anno», definendo il termine come «registrazione digitale di una trasmissione radiofonica o simili, resa disponibile su internet con lo scopo di permettere il download su riproduttori audio personali»”.

Contrariamente a quanto possono pensare i più, è l’abbonamento ad un newsfeed il vero motore e anche il “deus e-machina” del podcasting; quindi non sono, né i suoi contenuti, né lo strumento con cui si seguono.

Di fatto va detto che è stato proprio quest’ultimo, grazie ai visionari scopritori e re-designer di tecnologie di Apple, a determinanrne la fama. Con il podcast i lettori di MP3 come iPod e in seguito gli smartphone potevano superare il collo di bottiglia musicale per aprirsi alla parola, all’informazione, alle conoscenze e chissà quant’altro.

Il problema linguistico legato al fatto che pochi italiani ne facessero uso, per lo più radio che lo sfruttavano come strumento di marketing per l’ascolto in differita dei propri programmi, segnarono la scarsa distribuzione nel nostro paese. Articoli recenti di importanti analisti di mercato indicano tuttavia che, nonostante un uso in crescita, perfino negli Stati Uniti esiste una scarsa comprensione del fenomeno. Al momento il principale competitor del podcast non è tanto il blog, quanto Youtube.

Molti pensano che sia così grazie al potere delle immagini e dei filmati, ma se andate a vedere quello che si guarda sul servizio di Google scoprirete che molto potrebbe essere non-guardato e il fatto che la società stia promuovendo il proprio business facendo pagare l’ascolto in background soprattutto da mobile la dice lunga in proposito. Un altro limite è anche costituiro dalla mancanza di un’apposita voce nei motori di ricerca che invece identificano altre sorgenti come immagini, video o blog.

In definitiva, i problemi del podcast stanno proprio in questa sua confusa e pasticciata identità che, come tutte le tecnologie di ponte, non può essere facilmente buttata come acqua sporca a meno che non si voglia correre il rischio di perdere al che il bambino che ci sguazza dentro. Per fare un semplice esempio, sono ancora pochi gli ascoltatori che comprendono quanto sia importante la sottoscrizione o l’abbonamento per seguire correttamente i podcast e per rendere percepibile all’autore l’impatto e la diffusione del mezzo. Anche gli strumenti di analisi degli episodi sono complessivamente ancora deboli. Molto va fatto e in fretta in questa direzione.

I primi complici dell’incomprensione del mercato sono gli stessi “podcaster” che parlano del fenomeno che se si trattasse di un modello uniforme e il più delle volte ragionano sulla cosa come se la perfezione estetica fosse il vero nodo del prodotto. Lo stesso avveniva agli esordi dei giornali on line quando si ravvisava nell’oggetto la possibilità di rendere le proprie riviste tecnicamente sempre più “patinate”, quando il tempo ha invece dimostrato come sia la praticità di accesso che necessita di un’estetica sobria a farla da padrona. Lo stesso avviene per quanto riguarda la musica in streaming con buona pace dei musicisti, specialmente i più anziani che invece dovrebbero ricordare come il loro rock degli esordi venisse per lo più consumato con strumenti preistorici se confrontati con gli Spotify di oggi: autoradio, mangianastri, radioline a transistor, juke-box spaccatimpani e perfino mangiadischi che spesso proprio quello facevano, veri Hannibal Lecter dell’arte ;-).

Di fatto molti contributi e dei più gettonati sia in Youtube che sui blog e perfino sulle riviste on line sono perfino fatti male: filmati male, recitati male, con informazioni dilettantistiche e mal raccontate. Eppure sono i più consultati a dispetto dei professori o delle reti di brodcasting più blasonate. È lo spettatore a decretare il successo e spesso lo fa per simpatia, proiezione o identificazione personale, utilità, passaparola e altri meccanismi del tutto estranei alla forma e alla tecnologia utilizzata.

Tipi di fruizione del podcasting

Le categorie possibili

Provate a pensare se cinema, teatro, concerti, televisione, notizie, informazione, narrativa, radio, stereo e così via fossero definiti tutti sotto lo stesso cappello, quello degli “spettacoli”. O se, peggio ancora, fossero chiamati “Citecotenotinaraste”. Se ogni esperto del proprio ramo di spettacoli si piccasse di essere l’unico, il vero, il santo Citecotenotinaraster. Sembra assurdo e, tuttavia, è quello che è avvenuto e sta avvenendo nel settore del podcasting e dei podcaster.

Proviamo allora a suggerire alcune distinzioni utili che possono fare da indirizzo per futuri sviluppi di questo strumento.

Veri Podcast

Si tratta di quei canali e di quelle forme espressive che seguono una certa coerenza rispetto al senso originario del termine e ad un vero movimento social del podcasting, sia esso spontaneo che commerciale.

Audio Blog

Ai suoi esordi negli anni ’80 e comunque prima del 2000 quello che oggi conosciamo come podcast già allora si chiamava audioblogging.

Allora, proprio come i blog, si trattava di qualcosa di spontaneo, improvvisato e sperimentale condotto da persone la cui emergenza non era vendere o soddisfare il proprio narcisismo, ma sperimentare e condividere. Oggi chi si inserisce in questo filone sarà facilmente preda dello scoraggiamento perché c’è ben poco nel web che dimostri un così diseconomico rapporto fra sforzi (apprendimento, layout, spese, tempo…) e risultati (a partire dalla rottura del muro del silenzio). Il fatto è che i primi detrattori di questo modello sono gli stessi podcaster professionisti ed una popolazione più attenta al glamour che alla ricerca e alla comunicazione.

  • Direttivi

Sono i podcast in cui il blogger trasmette le proprie comunicazioni senza prevedere scambi con gli ascoltatori, pubblico o follower che siano.

  • Interattivi

Quelli che prevedono interazione, scambi, collaborazione, commenti da parte dei follower. Anchor è una delle piattaforme, per non dire l’unica, che sta mostrando un serio impegno in questa direzione.

Molto in questo senso poggia necessariamente sulla collaborazione con i social più famosi, ma Facebook è molto dispersivo; meglio fa Instagram che però non facilita le cose in quanto i link sono disponibili direttamente (e non per copia-incolla o addirittura scrivendo l’indirizzo a mano) solo dall’interfaccia delle storie che però sono fruite da un pubblico troppo ristretto. Telegram con i suoi canali e i gruppi sta diventando una piattaforma alternativa per fare questo, ma il suo pubblico è ancora troppo ristretto e la diffusione molto limitata.

Di certo è particolarmente interessante pensare che il processo possa essere quello inverso: dal messaggio vocale negli IM ad un modello di podcast spontaneo e innovativo.

Audio Branding

È una versione “evoluta” dell’audioblogging direttivo di cui sopra. In genere sono molto curati perché il loro scopo principale consiste nel vendere un marchio personale: quello dell’esperto in materia. La cosa funziona ancor più quando l’esperto è riconosciuto come tale prima di essere un podcaster; in alcuni casi può capitare l’inverso ma solo se coniugato con una forte attività sui canali paralleli, digitali e non. In genere si tratta di comunicatori monografici che approfondiscono o fanno marketing della materia o della professione di cui si occupano, dalla sicurezza informatica, al marketing fino all’ipnosi o alla cucina.

Business Podcasting

Si tratta di una versione corporate dell’audiobranding, usata dalle aziende per tenere acceso un canale verso i propri clienti o nel proprio indotto di mercato in senso più ampio. Questa accezione del podcast ha creato, e sempre più lo farà nei prossimi anni, nuovi spazi di lavoro per comunicatori, art director e copywriter su commessa delle aziende.

Pseudo-Podcast

Si tratta di quei canali che fanno esclusivamente l’utilizzo del protocollo tecnico del podcasting, e quindi della rete, per veicolare contenuti per cui esistono normalmente canali diversi come radio o quotidiani.

Internet Radio

Si tratta di uno degli utilizzi più riconosciuti del podcast e che hanno contribuito, da un lato alla diffusione del media, dall’altro al suo snaturamento. Ovviamente il primo utilizzo è stato da parte delle radio, non fosse per il fatto di essere loro il vero precursore degli strumenti audio (vedi anche Alexa podcasting). Si tratta di veicoli per l’attività musicale che il più delle volte affiancano altri mezzi di trasmissione, ma anche servizi di informazione e di opinione di testate giornalistiche, televisive o radiofoniche. Anche specifiche trasmissioni più eclettiche (come una volta facevano Fiorello e Baldini e ora in tantissimi) che così potevano rendere disponibili le repliche in differita delle loro puntate.

Audiolibri

La difficoltà pratica di diffondere i libri nelle piattaforme di audiolibri ha spinto ad utilizzare il podcasting per diffondere i contenuti (specie quelli free) con spese inferiori e nella speranza di una maggiore diffusione. Ritengo che questa soluzione abbia finora avuto poco successo e non vedo per questa un radioso futuro, anche se spesso contribuisce ad alleggerire il peso da parte degli autori che presto o tardi faranno due cose (spesso entrambe): libri tradizionali o ebook da un lato e Audiobranding o Business-podcasting.

Audio Learning

Le scuole come le università hanno preso ad usare il podcasting come pure il vCasting per veicolare i propri corsi. Apple ha fatto di questo servizio un intero ambiente del proprio ecosistema dando l’ispirazione ad altre realtà, ma anche a molti freelance. Va da sé che anche questa è un’estensione del concetto che non ha grandi parentele con il senso che attribuisco e in molti con me all’idea di “podcast”

Varie e strane

  • Podnografia (la versione podcast del telefono erotico)
  • Musica podsafe (un’alternativa in podcast di eMule)
  • Alexa &c. podcasting (una società italiana ha creato una piattaforma per questo fine che è stata premiata da Amazon, ma che ha costi tali da renderla appetibile solo ad aziende e a chi ha mezzi tali da sviluppare in autonomia questo tipo di prodotti)

Reti di podcast

Un tema molto interessante su cui vale la pena investire e attendersi molto, ma che richiederebbe una disquisizione a parte adeguatamente circostanziata. Per ora limitiamoci a distinguere fra:

  • Produttori commerciali (catene di nuove forme di broadcasting con risorse economiche e conoscenze decisamente competitive come Gimlet Media, una società che produce alcuni dei più popolari podcast statunitensi da poco acquistata da Spotify che negli ultimi tempi ha deciso di rivolgersi con grande determinazione al mercato dei Podcast a tutti i livelli)
  • Indie Network (non classificato)
  • Curation & Social (il mondo che da Facebook a Twitter a Instagram a Flipboard ecc… fa da carrier e da supporto alle attività, spesso invisibili dalle sole app di podcasting, dei podcaster interessanti o potenzialmente tali da portare all’attenzione a quella popolazione che il più delle volte ignora del tutto che cos’è e come si fa, mentre non cessa di mettere like su fishing di indignazione e simpatici animaletti).

Conclusioni

C’è poco da aggiungere se non quello che deriva dalla mia personale esperienza: non so che farmene di migliaia di radio libere e men che meno di canali alternativi per i broadcast del mainstream. Ai guru o millantanti tali gli strumenti non mancano e uno in più o uno in meno non fanno che aumentare la loro capillarità di mercato, ma in questo non c’è nulla di nuovo se non il presidio del canale uditivo dei seguaci. Fare dei canali audio un business della comunicazione non fa male, specialmente quando crea l’opportunità per manager ed executive di nuova generazione di mandare alle proprie reti degli audio-instant-messages più che delle veline bulgare ad imitazione dei telegiornali.

Quello che più che mai mi intriga del Podcasting è la possibilità di una comunicazione spontanea, un’estensione della messaggistica vocale che soprattutto i più giovani usano regolarmente su Whatsapp, Telegram e altro. La voce e l’immediatezza del messaggio non preparato che insegna anche a chi ascolta che la spontaneità è meglio che la buona forma e che un anchor man/woman o un aspirante tale che sa apparire così vicino a chi ascolta il più delle volte fa dello spettatore — alle cui risposte peraltro è quasi sempre impermeabile — uno strumento e mai un interlocutore. Tutto questo vorrei fosse estraneo ai principi vicini al weblogging originario, quello di Blogspot per esempio, più diario che un media da consumatori. Staremo a vedere, ma già fin d’ora possiamo essere in grado di farlo. Spero che presto prendano vita delle realtà associative, delle reti dell’indie podcasting, perché di questo ci sarebbe davvero bisogno, di aggregatori riconoscibili e collaborativi su modelli di mercato fortemente connotati e distintivi.

Quello che manca è prima di tutto un nome con cui chiamarlo e in cui riconoscerci che non lo confonda con tutto il resto.


Link

Podcast, c’est quoi? Définition, histoire, vous allez tout savoir:

La principale distinzione riguarda:

  • replay di trasmissioni radiofoniche (o “catch-up radio”): questi sono i programmi delle stazioni radio (cronache, giornali, documentari …) e che possono essere riprodotti su richiesta. Quasi tutte le radio offrono i loro programmi in podcast. Ad esempio: France Inter, RMC …
  • podcast nativi : sono creazioni sonore prodotte per la distribuzione diretta al pubblico, senza trasmissione radiofonica. Sono molto più numerosi perché non soggetti a una griglia di programmi e soprattutto: più facili da produrre.

Pensavi di poter dominare la principale distinzione tra podcast? Attenzione non è tutto! Un’altra distinzione è apparsa nei podcast nativi:

  • podcast indipendenti : si potrebbe fare una caricatura dicendo che sono “soli nel loro angolo”, ma non è vero. Troviamo tutto in podcast indipendenti, dai dilettanti ai professionisti.
  • reti di podcast : sono case di produzione che raggruppano programmi diversi, quindi podcast diversi. Queste possono essere le proprie creazioni o un incontro di podcast precedentemente indipendenti (o entrambi). Il vantaggio? Il potere di scrivere: diversi podcast si pubblicizzano a vicenda, ma soprattutto accumuliamo le cifre del pubblico. In questo modo la rete può dire “Guarda il numero di ascoltatori che abbiamo” agli inserzionisti e vendere il pubblico. I grandi numeri fanno grandi soldi.

Le caratteristiche del Podcast perfetto secondo la BBC

Regole

  1. Un podcast non è un programma radiofonico, anche se un programma radiofonico viene ascoltato come un podcast.
  2. Le nuove generazioni, che non avranno mai una radio, considerano i podcast le loro radio, ma rileggete la regola 1.
  3. La storia e l’argomento determinano la lunghezza di un podcast.
  4. I podcast sono pensati per una generazione digitale: siate rispettosi e delicati nelle loro orecchie e nelle loro teste.
  5. Siate informali e intimi, ma la libertà di usare un linguaggio ruvido non è un obbligo.
  6. I podcast hanno lo stesso potere di un’arte visiva: sono come il cinema per le orecchie.
  7. La forza dei podcast sta nei dettagli. I podcast raccontano storie emotive e complesse, che siano reali o inventate.
  8. In un ciclo continuo di notizie, i podcast, attraverso il focus e il contesto, fanno chiarezza.
  9. I podcast creano comunità molto forti.
  10. Non importa la loro provenienza, i podcast hanno comunque un accesso globale.
  11. I podcast sono versatili. Tutte le regole sono modificabili, tranne la prima.

Secondo una ricerca realizzata dalla società Nielsen e commissionata da Audibile di Amazon, da Novembre 2015 a Novembre 2018 in Italia gli ascoltatori abituali di podcast sono passati da 850.000 a circa 2.700.000, con una crescita pari al 217% nell’arco di 3 anni. In base all’indagine, il 52% degli italiani è incuriosito dal podcasting, il 34% ne ha una conoscenza approfondita e il 14% ne è un fruitore abituale; la fascia di età dei podcaster è compresa tra i 20 e i 45 anni. Per quanto riguarda i contenuti maggiormente ricercati sono: musica, per il 45% e news, per il 36% cui fanno seguito l’intrattenimento, i reportage e i corsi di lingua.

Storia del Podcasting

Il podcasting, precedentemente noto come “audioblogging”, affonda le sue radici negli anni ’80. Con l’avvento dell’accesso a Internet a banda larga e dei dispositivi portatili di riproduzione audio digitale come l’iPod, il podcast ha iniziato a prendere piede alla fine del 2004. Oggi ci sono più di 115.000 podcast in lingua inglese disponibili su Internet e dozzine di siti Web disponibili per la distribuzione a costo ridotto o nullo per il produttore o l’ascoltatore. Secondo un sondaggio del 2017, 42 milioni di americani di età superiore ai dodici anni ascoltano i podcast almeno su base settimanale. Nell’ottobre 2000, il concetto di allegare file audio e video nei feed RSS è stato proposto in una bozza di Tristan Louis . L’idea è stata implementata da Dave Winer , uno sviluppatore di software e un autore del formato RSS . Winer aveva ricevuto altre richieste dei clienti per le funzionalità di “audioblogging” e aveva discusso del concetto di allegato (anche nell’ottobre 2000) con Adam Curry , un utente del software di aggregazione RSS e di blog di Userland Manila e Radio. L’11 gennaio 2001, Winer ha dimostrato la funzione di recinzione RSS racchiudendo una canzone di Grateful Dead nel suo blog di Scripting News . Nel settembre 2003, Winer ha creato uno speciale feed RSS con allegati per il weblog del collega Christopher Lydon del Harvard Berkman Center , che in precedenza aveva un feed RSS di solo testo. Lydon, ex reporter del New York Times , conduttore televisivo di Boston TV e conduttore di talk show NPR , aveva sviluppato uno studio di registrazione portatile, condotto interviste approfondite con blogger, futuristi e personaggi politici, e pubblicato file MP3 come parte del suo blog di Harvard. Quando Lydon ha accumulato circa 25 interviste audio, Winer le ha gradualmente rilasciate come nuovo feed RSS. Annunciando il feed nel suo blog, Winer ha sfidato altri sviluppatori di aggregatori a supportare questa nuova forma di contenuto e a fornire supporto per gli allegati. Il primo client di podcasting con un’interfaccia utente grafica era iPodderX (in seguito chiamato Transistr dopo una disputa sul marchio con Apple), sviluppato da August Trometer e Ray Slakinski. È stato rilasciato prima per Mac, poi per PC. Poco dopo, un altro gruppo (iSpider) rinominò il proprio software come iPodder e lo pubblicò con quel nome come Software libero (sotto GPL). Il progetto è stato chiuso dopo un cessate e desistere lettera di Apple(per problemi relativi ai marchi di fabbrica di iPodder). È stato reincarnato come Juice e CastPodder. Nel giugno 2005, Apple ha aggiunto il podcasting al suo software musicale iTunes 4.9 e ha creato una directory di podcast sul suo iTunes Music Store . [46] [47] Il nuovo iTunes potrebbe iscriversi, scaricare e organizzare podcast, il che ha reso superflua un’applicazione aggregatore separata per molti utenti. Apple ha inoltre promosso la creazione di podcast utilizzando il software GarageBand e QuickTime Pro e il formato MPEG 4 Audio (M4A) anziché MP3. Nel luglio 2005, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush è diventato una specie di podcast, quando il sito web della Casa Bianca ha aggiunto un feed RSS 2.0 ai file precedentemente scaricabili degli indirizzi radio settimanali del presidente.

Podcast Improvvisati (vedi link)

Benessere, Lavoro e Innovazione 

riflessi di organizzazione, management e professionalità nell’età liquida

Ennio Martignago

Written by

Master of curiosity and soul sharing, “circlesquaring man” and builder of impossible balancing; ph. d. in psychesoterology, freedomosophy and managemanarchy

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