Quando di lavoro si muore, meglio non lavorare

Si muore ancora di lavoro. Si muore sul lavoro e si muore per lavoro. La vita della persona ha un prezzo, inutile farsi illusioni.

Nella maggior parte del mondo uomini, donne e bambini muoiono ogni giorno, sia per le conseguenze dello spreco che si permette una piccola fetta di popolazione — che certo comprende anche noi qui che sappiamo leggere, nonostante poi non sappiamo che farcene di quello che abbiamo letto — ma soprattutto per consentire un accumulo di ricchezza e di risorse assurdamente iperbolicamente superiore, oltre che ai bisogni, anche alla possibilità di utilizzarlo, che si riserva un numero di esseri umani così esiguo che, se dovessimo paragonare l’umanità ad un individuo, potrebbe a malapena corrispoindere a qualche granello di forfora. Il fatto è che anche questa piccola fetta di umanità rappresentata dalla classe media occidentale che beneficia delle pessime condizioni di vita del “rest of us” si vede erodere gli spazi di sicurezza ritenuti a torto ancora tutelati da regole civili che hanno perso di efficacia e di rispetto nel progetto di estendere il regime di sfruttamento anche dentro i bastioni dell’occidente.

Esiste ancora la superstizione che le regole possano risolvere le situazioni quando è risaputo che i comportamenti dipendono ben poco dai comandi e che la giurisprudenza difficilmente interviene in via preventiva laddove serve, riservandosi di agire solo nel momento della punizione. La nostra cattiva coscienza ci porta a cercare i colpevoli ogni volta che avviene un incidente anche se tutti ormai sappiamo che la colpa non risolve niente a parte tacitare le domande una volta che abbiamo trovato un qualsivoglia capro espitorio.

Le aziende e le istituzioni solo questo hanno imparato, a ragionare per procedure. Questa logica non basta e addirittura un eccesso di istruzioni, regole e condotte procedurali sottrae energia all’auto-organizzazione dei soggetti e alle loro facoltà intellettive.

Quanto incide lo stato di coscienza di chi lavora sulla qualità dell’operato e quindi nell’attenzione da rivolgere alle condizioni ambientali e ai comportamenti professionali? Lo stato mentale, governato soprattutto da meccanismi dell’inconscio che non possono essere solamente evocati, ma che occorre che vengano coltivati e rispettati nell’ambiente di lavoro, ha un peso assolutamente di rilievo nella salute dei lavoratori, ivi compreso sulla sicurezza operativa.

Facciamo un salto altrove e andiamo a guardare quello che accade nella nostra cronaca. Sono sempre di più gli imprenditori che si suicidano per le conseguenze di un sistema economico e politico malato e falso. Noi siamo portati ad immaginare l’imprenditore come il “padrone” di venti o trent’anni fa, ma le cose non stanno più così. Spesso si tratta di persone comuni che, per scelta o, più frequentemente, per mancanza di alternative finiscono indebitate e strangolate dall’apparato finanziario, dalle banche al fisco; molti di essi non altri non sono se non membri di quel “popolo delle partite I.V.A.” più di ogni altro truffato dal sistema che non sanno come reagire ad una condizione di stallo senza via d’uscita. Sono come inquilini di un palazzo che ha preso fuoco dove la porta d’ingresso brucia mentre l’uscita di sicurezza è bloccata che, piuttosto di venire soffocati dal fumo o arrostiti dalle fiamme, scelgono — proprio come accadde sulle Twin Towers — di gettarsi dalla finestra perché è l’unica via d’uscita che appare loro libera e praticabile.

Quello che spero si comprenda è come il problema che si profila non sia più una questione di semplice (si fa per dire!) Sicurezza sul Lavoro, ma piuttosto di Salute. Salute Sociale e Istituzionale che rischia di non venire più garantita proprio in ragione della mancanza di rispetto giuridico e non tanto legale-amministrativo.

È la percezione e il rispetto della salute del sistema sociale in cui ci troviamo a vivere a fare la differenza. Da essa dipendono tutti i fenomeni di malessere sempre più gravi che affliggono tutta la filiera del lavoro.

Quando l’imprenditore si uccide, mentre il manager della Grande Impresa non si accontenta di quello che può guadagnare per riservarsi un discreto agio in una società sicura, ma preferisce riempirsi le tasche fino a morire di eccessi di potere e quando i manager intermedi sono afflitti da depressione e malattie di origine psicosomatica — di norma negata perché, come ma anche di più di molte altre malattie meccaniche, non dimostrabile — al punto che assistiamo a disagi psicopatologici e alte concentrazioni di patologie in ambienti soggetti a stress elevato, per di più di natura anomica, ovvero di conflitti interni delle dimensioni dei valori e dell’identità, generalmente invisibili per la cronaca come pure per i controlli e per il sistema giudiziario, anche il tecnico, l’operaio o il manovale si trovano a non vivere in un contesto ambientale tale da permettere loro di governare con attenzione la propria sicurezza.

In altri termini, il clima aziendale incide nella salute e sulla sicurezza più pesantemente di quanto non facciano i comportamenti procedurali. La formazione alle norme e alle azioni non basta più. Non serve l’istruzione ai comportamenti corretti e l’incitamento a fare attenzione. Al contrario, sembra sempre più evidente che i luoghi in cui si parla troppo di Sicurezza sono quelli a maggior rischio. Non che non ci si debba occupare di norme e condotte della sicurezza sul lavoro, ma questo ha senso che avvenga solo laddove l’ambiente, l’infrastruttura e soprattutto i nodi caldi dell’articolazione organizzativa siano curati e presidiati.

Pensate al semplice fatto che un numero sempre maggiore di manager intermedi delle grandi imprese, oltre ad essere afflitto da una forte incidenza di malattie croniche è facilmente spinto a porre fine alla propria esistenza, come il celebre caso di France Telecom dove sono divenute numerose le decine di gestori morti suicidi, nonostante si sia riusciti a fare tacere la cronaca riguardo al fenomeno. Non che dalle altre parti non accada lo stesso, è solo che molti sono riusciti meglio a mettere sotto silenzio questa tendenza. E, se il manager intermedio vive in una condizione di malatta e di squilibrio emotivo, come potranno lavorare con serenità le persone che egli coordina?

La salute dei colletti bianchi, del mondo impiegatizio è definitivamente incrinata, ma a questo riguardo si può far finta di niente, mentre quando il tecnico si fa male la cosa è decisamente più evidente, per quanto anche qui sia altamente difficile dimostrare che si tratta di un problema di salute, del sistema culturale e sociale prima che della procedura comportamentale.

Occuparsi della Sicurezza come della garanzia di benessere e quindi parlare di salute e ottimismo, invece che di lugubre persecuzione delle colpe è la sola via di uscita da questa inversione di tendenza che si può riscontrare in un clima d’impresa e istituzionale malato la cui indagine il più delle volte si risolve in una anti-economica formalità che non fa che aumentare le premesse del malessere.

Parliamo prima di Salute sul Lavoro e solo dopo di Sicurezza; lavoriamo sugli stati mentali che più garantiscono una condotta salubre; occupiamoci di più della mente e dell’inconscio dei gruppi; solo dopo delle persone e solo al termine del comportamento. Questo serve, anche se è chiaro che fare discorsi “politici” o astratti cambia ben poco e che occorra presidiare il quotidiano, l’hic et nunc a partire dall’evento, perché purtroppo senza di esso non possiamo parlare di nulla di quanto abbiamo introdotto: a rimanere generici si può solo assuefare la gente al fenomeno fino a farci dimenticare di esso. È un mondo questo dove i problemi sono talmente ampi che tendi a generalizzare quando l’unica risposta possibile non può essere che quella particolare.