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Ci sono degli edifici che ad un primo sguardo non mi trasmettono niente. Poi guardandoli meglio, leggendone un pò e pensandoli ancora, me ne innamoro.

Lei è Villa Carlevaro, lui, che l’ha pensata, è Bruno Morassutti.

Una foto dall’esterno la mostra appoggiata ad un rialzo del terreno e, in alcuni tratti, quasi sospesa. L’attacco a terra è risolto negandolo.
L’idea alla base del progetto è quella di una residenza introversa, estranea ad un paesaggio di periferia anonimo e artificiale, imperniata unicamente sul senso più intimo dell’essere casa.
Si perchè a me questa casa sembra volersi staccare dal terreno.

Il quadrato è scelto come filo conduttore geometrico della costruzione ed è inteso sia come espressione strutturale che figurativa.
Il quadrato, a parità di area, è tra i poligoni regolari con perimetro minore: con una pianta quadrata riesco a ridurre il rapporto con l’esterno previlegiando lo spazio dell’ambiente domestico.
Si perchè la casa è un quadrato fatto di quadrati.

Lo schema di sviluppo della planimetria è una griglia di moduli quadrati che si riflette sull’orditura e la scansione della travi in cemento armato che compongono la copertura piana.
Quattro volumi sono disposti lungo il perimetro di questa maglia, accogliendo, ciascuno, una specifica funzione ma soprattutto disegnando lo spazio più interno e intimo.
Se il rimando all’ architettura giapponese è forte, quello con Villa Morassutti è assordante.

Un ribassamento della pavimentazione, il camino da un lato e una seduta di cuscini quadrati posti a raso del pavimento, delimitano lo spazio del soggiorno. 
Ridotti i contatti diretti con l’esterno, la luce arriva filtrata da alcuni moduli trasparenti della porzione centrale della copertura cassettonata. 
Al centro, un basso tavolino di forma quadrata è stato pensato per apparire sospeso.

Si, anche lui. Perchè è a partire da questo spazio che ho colto il senso del progetto.

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