Gli equity swap che affondano Reggio Calabria

di Antonino Monteleone per www.strill.it

Trecentodiciassette. Non diamo i numeri. Ma parliamo di numeri. Numeri, cifre e soldi. Montagne di soldi dei contribuenti che sono finiti all’interno di un circuito speculativo che gli enti locali hanno instaurato con alcuni istituti di credito.

 Trecentodiciassette sono i comuni italiani che hanno sottoscritto prodotti finanziari derivati.

Si tratta di operazioni di IRS: Interest Rate Swap

 Succede anche a Reggio Calabria, già dal 2002. Ma le cose si stanno mettendo male ed i contratti stipulati scadono, udite udite, nel 2026. Per Massimo Canale, dei Comunisti Italiani, “la situazione sta precipitando e chi governa la città deve rendere conto all’opinione pubblica di cosa i reggini hanno nel portafoglio”.

“Si è diffusa una tendenza — sostiene Canale — su scala nazionale già da diverso tempo che ha portato molti comuni dentro il gioco della “finanza derivata”. Già nel 2002 qualche istituto di credito aveva avanzato delle proposte all’allora sindaco facente funzioni Naccari Carlizzi, ma furono rifiutate. Mentre fu un vero e proprio “atto inaugurale della nuova amministrazione Scopelliti”.

Sottoscrivendo un contratto di Interest Rate Swap “il Comune e la banca stabiliscono di scambiarsi reciprocamente dei flussi di denaro in percentuale rispetto ad un capitale definito”. “Il Comune, in sostanza — afferma Canale — riceve dalla Banca un tasso di interesse fisso su un capitale c.d. nozionale, mentre il Comune si obbliga in funzione di un tasso variabile”: l’Euribor. In questo modo “si sottopone ad un’alea determinata, in parte, anche dalle stesse banche con la quali si è sottoscritto il contratto.

L’Euribor è il tasso medio d’interesse fissato da una sessantina istituti di credito in tutta Europa per l’effettuazione delle operazioni interbancarie di scambio di denaro nell’area Euro. In Italia le banche che rientrano nel “paniere” Euribor sono Monte dei Paschi, Intesa-San Paolo, Unicredit e BNL.

Questo tasso, se nel periodo compreso tra il febbraio del 2003 ed il novembre del 2005, era tale da rendere apparentemente vantaggiosa la sottoscrizione dell’operazione, è via via cresciuto a dismisura superando in maniera costante rispetto al costo del denaro imposto dalla Banca Centrale Europea.

Ed il Comune di Reggio “ha sottoscritto contratti questa natura anche nel 2006 quando le condizioni di mercato avrebbero dovuto sconsigliare la stipula di questo tipo di contratti” tuona l’esponente comunista.

 Succede quindi che un comune abbia acceso una serie di prestiti. Ad esempio con la Cassa Depositi e Prestiti. Decida a questo punto, nell’ottica di rimodulazione del debito, di trattare con un istituto il quale “compra” il mutuo. Quindi incamera le risorse dell’ente. Per invogliare la sottoscrizione eroga subito una liquidità subito disponibile per altre spese e successivamente riconosce un tasso fisso di interesse al comune. Il comune invece ne paga alla banca uno variabile.

Ma quanti contratti del genere il Comune di Reggio Calabria ha sottoscritto?

 “Ho cercato di venire a capo del mare magnum della dirigente del settore finanze e tributi, Orsola Fallara, e non è stato facile: esistono almeno tre contratti.”

Il primo risale a dicembre 2002, eseguito con determina di gennaio 2003. Il Comune di Reggio Calabria conferisce alla BNL la rimodulazione dei debiti relativi ai mutui contratti con la Cassa Depositi e Prestiti, per un ammontare di 77 milioni di euro. La banca elargisce subito 2 milioni di euro a titolo di up-front, ovvero premio per l’acquisto del prodotto finanziario, al Comune.

 La Banca erogherà un tasso fisso del 3%. Il Comune alla Banca corrisponderà un’interesse poco inferiore al 3% che arriverà nel 2007 a superare il 6%. La compensazione porta il Comune a pagare il doppio rispetto a quanto riconosciuto dalla BNL.

Stesso contratto sottoscritto nel 2005 per tutti i mutui contratti a partire dall’1 gennaio dello stesso anno. Una cifra sempre vicina ai 70 milioni di euro. 

 “Ma all’epoca il tasso Euribor dava ampi segnali di crescita spropositata”.

Ma perché venivano ancora sottoscritti?

 “Per la scarsa competenza e conoscenza del prodotto- afferma Canale — la dirigente del settore finanze, Orsola Fallara, infatti ha perfino sottoscritto contratti completamente scritti in lingua inglese dichiarando espressamente di averne compreso gli effetti ed autodichiarandosi “operatore finanziario qualificato”.

Yes, I understand — insomma.

“Questo tipo di contratti, che nascono nel Regno Unito, sono da tempo vietati per legge agli enti locali per impedire rischi incalcolabili ed imprevedibili” — sostiene ancora Canale — e la conferenza stampa di oggi vuole essere una sollecitazione a questa amministrazione perché si attivi su Governo ed ABI perché si possa attenuare la portata dei rischi stabilendo la facoltà di rescissione a fronte di una eccessiva onerosità sopravvenuta.”

L’argomento è trattato anche negli atti parlamentari della VI commissione permanente “Economia e Finanze” della Camera dei Deputati. 

 Il 3 marzo del 2005 durante una seduta avente ad oggetto appunto “indagine conoscitiva sulle problematiche relative alla diffusione di strumenti finanziari derivati” e durante la quale vengono ascoltati anche magistrati della Corte dei Conti, emerge che

sono stati esaminati oltre 100 contratti ( tra cui anche quelli della città di Reggio Calabria ndr) ed all’interno di questi i responsabili finanziari dei piccoli enti locali dichiarano di essere operatori qualificati, con tutto quello che comporta in termini di implicazioni di carattere giuridico. In questi contratti abbiamo altresì riscontrato una clausola vessatoria che esclude l’articolo 1467 del codice civile, cioè la sopravvenuta eccessiva onerosità, e che qualifica questi contratti come aleatori.”

A nostro avviso — dichiara Massimo Vari, Presidente di Sezione della Corte dei Conti — sono due punti ai quali bisogna prestare molta attenzione”.

Il meccanismo, che l’ente crede vantaggioso a fronte della concessione dell’up-front — ovvero l’erogazione di una somma liquida immediatamente spedibile da parte dell’ente che sottoscrive il contratto IRS — è in realtà, ancora una volta, una specie di raggiro.

Proprio perché l’ente, che si impegna con un tasso variabile nei confronti dell’istituto bancario, si vede sommato uno tasso c.d. di SPREAD che — dichiara ancora Vari alla Commissione Finanze della Camera –

“attualizza il premio corrisposto in via anticipata dalla banca all’ente: quindi la banca recupera da qualche altra parte quello che concede come premio di liquidità.

 La propensione degli enti locali a destinare l’up-front alle spese correnti probabilmente non rispetta l’articolo 119 della Costituzione che vieta l’indebitamento se non per spese di investimento”.

“Ancora non è dato sapere se l’avere sottoscritto questo tipo di contratti comporti delle responsabilità per il titolare dell’Unità Operativa che materialmente emana la determina — dice Canale — ma la Corte dei Conti “su un caso analogo riguardante il Comune di Marsala scrive che

le pubbliche amministrazioni, in quanto si alimentano normalmente con il prelievo fiscale a carico dei cittadini, devono rifuggire il rischio e non devono compiere attività speculative.

Una tema delicato e scottante che riguarda molti comuni. Molti comuni che hanno limitato, però, la portata delle loro obbligazioni ad tempo medio massimo di 10 anni. 

A Reggio, se le cose continueranno a peggiorare (occhi puntati anche e soprattutto all’economia americana) ne pagheranno le conseguenze i reggini da ora e fino al 2026. Anno in cui gli amministratori saranno certamente altri.

Solo i comuni sono coinvolti nel “business”? No. Anche le regioni. Anche la Calabria che investito in questo tipo di prodotti oltre 400 milioni di euro. Ed oggi un suo dirigente è diventato consulente di una delle banche (trasferendosi nel Regno Unito) “proponenti l’investimento”.