10 cose che vorrei che i miei figli imparassero dalla loro esperienza di immigrati

La startup di mio marito, della quale parlavo nel mio post di quasi due anni fa, ci fa vivere ancora in bilico, ma questo non ci ha impedito, nove mesi orsono, di decidere per il nostro trasferimento a Londra, dove ha sede l’azienda. Sostenevo di aver imparato 10 cose da questa esperienza e, ora, altrettante vorrei che ne imparassero i miei figli nel corso di questa nuova avventura londinese. Uso il condizionale perché se dicessi voglio che imparino cadrei proprio in quella trappola di imposizioni forzate che tanto denigro.

1. Siamo cittadini del mondo.

Sin da piccola ho sempre sofferto il campanilismo di quelle interminabili discussioni su quali prodotti (in genere culinari) o luoghi fossero migliori -paragonando spesso l’imparagonabile- che arroccavano i miei compatrioti in tanti piccoli fortini. Poi, appena usciti dalle terre di appartenenza, tutti a far fronte comune in difesa del Paese più bello del mondo. Quando cercavano di coinvolgermi in una di queste -a mio parere- sterili e ridicole diatribe, rispondevo di essere cittadina del mondo e, come tale, sostenevo di apprezzare le peculiarità di ogni luogo. Non era un modo elegante di defilarsi, nemmeno un atteggiamento acritico e superficiale. Davvero mi son sempre sentita di appartenere a questo Pianeta (in realtà all’Universo, vista la mia spiccata propensione per la fantascienza, ma questa è un’altra storia) e non sono mai riuscita a concepire niente di più bello di potersi sentire a casa propria ovunque ci si trovi. Ma per me è stato sempre e solo un pensiero, non concretizzatosi -fino ad ora- con esperienze significative.

Vorrei che i miei figli non sentissero mai di appartenere a un luogo ma che i luoghi appartenessero a loro perché possano sempre e ovunque trovarsi a loro agio.

2. Viaggiare è naturale.

Quante volte mi sono sentita in ansia, in fibrillazione, in emergenza, nell’accingermi a un viaggio: i biglietti da acquistare, le valigie da preparare, i luoghi sconosciuti che avrei raggiunto, gli imprevisti che mi attendevano, una lingua diversa da affrontare. I miei figli, in 3 e 6 anni di vita, hanno preso l’aereo più volte di me nei miei primi 40 anni. Non fanno una piega se al check in li devono perquisire, non si sentono dei ladri o dei terroristi ma piuttosto si divertono a vedere come sono le tasche dei pantaloni ai raggi X. Il decollo e l’atterraggio sono una festa, le valigie sempre in mezzo ai piedi sono la normalità.

Vorrei che per i miei figli viaggiare fosse un’esigenza che porti in sé del piacere. Una consuetudine dettata dalla familiarità con il concetto di esperienza.

3. La nostra identità la creiamo con le nostre esperienze.

Non lasciamo che la nostra formazione sia esclusivo retaggio di un luogo specifico. Legarsi a un’identità culturale e religiosa crea sicurezza pertanto tendiamo a perpetrare -con spirito acritico- le tradizioni e gli usi che ci sono inculcati sin dall’infanzia. È la nostra bolla protettiva che a un certo punto si vetrifica e non è più in grado di assecondare i nostri movimenti ma altresì diventa così facile da infrangere lasciandoci, in balia della verità, di fronte al bivio: la ricostruzione di una nuova bolla per i nostri figli nella quale rifugiarci anche noi, oppure cogliere l’opportunità e lasciare liberi anche loro.

Vorrei che i miei figli conoscessero il mondo senza il filtro del pregiudizio, affrontandolo con spirito critico.

4. Non siamo tutti uguali ed è questa la nostra vera ricchezza.

È accaduto, purtroppo, di sentirmi dire: “non mandarlo in quella scuola perché ci sono degli stranieri (ovviamente esemplifico utilizzando la parola stranieri perché di volta in volta sono stata messa in guardia su etnie diverse)”. La cosa non mi ha scandalizzata. Mi ha lasciato un vuoto. Mi ha fatto percepire la povertà che alberga in queste affermazioni. La povertà nella quale vivono, di conseguenza, i figli vestiti di jeans firmati cuciti da un loro coetaneo dall’altra parte di un mondo in cui si sentono cittadini di serie A. Ora siamo noi gli stranieri in un paese dove, probabilmente, ci sono famiglie che fanno le stesse affermazioni. Sono contenta di non averle mai ascoltate in patria perché altrimenti ora mi sentirei male, temerei per i miei figli quando li lascio al cancello della scuola in mani straniere. Invece non siamo stati mai così felici e non ci siamo mai sentiti così a nostro agio. Nel mondo.

Vorrei che i miei figli diventassero ricchi. Di quella ricchezza che nessuno ti può rubare perché ti fa splendere da dentro. Quella ricchezza che tutti possono accumulare aprendo il loro cuore e la loro mente alla diversità.

5. Non è necessario legarsi alle cose materiali.

In oltre quarant’anni di vita vissuta negli stessi luoghi ho accumulato così tanti oggetti da confonderli con i miei ricordi. L’oggetto è diventato inscindibile con l’esperienza vissuta e ogni piccola o grande cosa che ha accompagnato il mio cammino si è depositata intorno a me legandomi a solidissime catene. Oggetti di cui non ricordiamo neanche l’esistenza ma per il solo fatto che occupino materialmente uno spazio che condividiamo ci fa sentire al sicuro, ci definisce, ma soprattutto ci impedisce di andare avanti. Ci portiamo appresso il loro peso, la loro ingombrante e inutile presenza, quando potremmo portarli nella nostra mente, nelle nostre parole, nei nostri gesti. Non siamo noi che serviamo le cose ma sono le cose che servono noi. Le usiamo, ne traiamo benefici e, anziché accantonarle, diamo loro nuova vita. Doniamole (senza preoccuparci di ciò che ne farà chi le riceve), vendiamole, buttiamole, se proprio non si possono recuperare. E partiamo.

Vorrei che i miei figli viaggiassero con il bagaglio più leggero e ricco del mondo: la loro mente.

6. Provare prima di giudicare

Quante volte abbiamo detto ai nostri figli di fronte al rifiuto di un cibo: “assaggialo, almeno, se proprio non ti piace non lo mangi, ma se non provi non lo potrai mai sapere”. Il 90% delle volte il cibo si è rivelato gradito e ora, a 6 anni, nostro figlio più grande mangia quasi tutto, in quanto ha provato, assaporato, scelto. I gusti cambieranno nel tempo, è probabile, ma ha compreso che è solo attraverso l’esperienza diretta che si possono compiere le vere scelte. L’altra mattina, al risveglio, mi ha detto, nel suo perfetto itanglish: “sono excited di iniziare i nuovi club di questo term, perché sono tutti nuovi. Così li provo e vedo cosa mi piace di più”. (Il term è la suddivisione dell’anno scolastico in Inghilterra e ha una durata variabile, all’incirca di due mesi, intervallati da una settimana, o più, di riposo. I club sono attività extra scolastiche che spaziano dall’arte allo sport, dalla cucina ai giochi, ecc…). La lezione ha dato dunque i suoi frutti e anche l’esperienza di vivere in un nuovo paese è vissuta in questi termini: prima si prova, poi ci si fa un’idea in merito.

Vorrei che i miei figli non si precludessero alcuna esperienza a causa di giudizi negativi dettati dalla paura del nuovo e del cambiamento.

7. Crearsi giudizi personali e obiettivi.

Troppo spesso ci adagiamo su ciò che qualcun altro ha deciso per noi. Per pigrizia, per superficialità o per altri motivi che hanno però un unico denominatore: un’educazione che ci ha voluto proteggere al punto da arrivare a esporci nudi e indifesi di fronte alle impellenze della vita. La mia insegnante di inglese spiegava un giorno che il metodo scolastico anglosassone, a differenza, per esempio, di quello italiano, privilegia la capacità critica al nozionismo. Questo perché, al di fuori della scuola, difficilmente ci verranno richieste pure e semplici informazioni, molto più probabilmente avremo bisogno di risolvere dei problemi per i quali dovremo essere allenati ad avere flessibilità di giudizio e obiettività.

Vorrei che i miei figli non fossero condizionati dal timore di esprimere liberamente il proprio pensiero.

8. Rispettare ma non sottostare.

Cambiare Paese implica il dover conoscere i costumi più radicati per poter comprendere le persone del luogo e rispettarle. Non significa necessariamente adeguarsi se non si condivide o non ci si sente affini. Non per questo ci si deve sentire stranieri. In quanto cittadini del mondo si ha il diritto di essere se stessi ovunque ma rispettando ciò che, in quanto tradizione, ha dei tempi di evoluzione molto più lenti del singolo e non può essere cambiato forzatamente.

Vorrei che i miei figli non giudicassero negativamente ciò che è diverso da loro ma imparassero a conoscerlo e rispettarlo per poter essere rispettati a loro volta.

9. Imparare a cambiare. Elogio dell’incoerenza.

Una delle accuse che mi sono state mosse più spesso dalla mia famiglia è quella di essere una persona incoerente. Eppure mi è sempre sembrata così assurda e infondata. Io mi sono sempre sentita una persona molto coerente e ho impiegato un po’ a capire cosa intendessero. La coerenza è tradizionalmente attribuita a coloro che mantengono un comportamento sempre uguale a se stesso. Ogni mutamento crea destabilizzazione. Non nella persona che cambia, ma in coloro che gli sono intorno e che non sono più sulla sua lunghezza d’onda. Come fare, allora, per tenere sotto controllo queste persone? Accusandoli di essere incoerenti, quindi poco seri e inaffidabili. E così si affondano dei bei cervelli che ragionano, che si evolvono e che, naturalmente, mutano. La coerenza non è essere sempre fermi allo stesso punto in modo da porgere con più facilità il fianco a chi vuole gestire le nostre azioni. Coerenza è essere fedeli alla funzione dell’essere umano che è proprio la capacità di evolversi ragionando, sperimentando, cambiando, appunto.

Vorrei che i miei figli continuassero a essere fonte quotidiana di sorpresa e di cambiamento, che non finiscano mai di crescere ed evolversi.

10. Non smettere mai di imparare.

Quante volte ci siamo sentiti dire da persone di una certa età, non necessariamente anziane: “non capisco nulla delle nuove tecnologie. Il mio cervello è troppo vecchio”. Niente di più sbagliato. Il nostro cervello può essere tenuto in allenamento costante e cambiare prospettiva apprendendo non solo nuove tecnologie ma anche nuovi usi e costumi, nuove lingue, attraverso nuove esperienze. È il miglior allenamento che possiamo far fare ai nostri figli. Certamente emigrare in un nuovo Paese offre così tanti stimoli da predisporre naturalmente il cervello di un bambino a una maggior naturalezza nell’apprendimento. Il bilinguismo è una marcia in più in questa direzione.

Vorrei che i miei figli non pensassero mai di aver finito di imparare per raggiunti limiti di età o per limitata capienza cerebrale!

Al termine di queste riflessioni posso affermare che non è necessario emigrare per comprendere e trasmettere questi concetti ai nostri figli perché se non riusciamo a sentirci cittadini del mondo saremo sempre in condizione di emigrati, anche nei luoghi dove siamo cresciuti.