OldButGold — Intervista a Divi @ Spazio Tribù (Febbraio 2016)

Causa archiviazione del blog per cui scrivevo prima, ripubblico la mia prima intervista ministrica seria

Divi allo Spazio Tribù — foto di Francesca Marelli

Il blog con cui collaboravo precedentemente è stato definitivamente archiviato, tra i pezzi scritti in quella sede virtuale, ce n’era uno a cui tenevo molto e che mi prendo la briga di ripubblicare qui: l’intervista a Divi, in occasione di una clinic per cantanti, a Spazio Tribù.
Questa ripubblicazione è anche un piccolo regalo per i fans dei Ministri, che per un periodo resteranno digiuni della band, ferma per qualche tempo, dopo il tour di Cultura Generale e del decennale de “I Soldi Sono Finiti”.
Come dicono gli anglosassoni, “Old but gold…”


Anche la mia provincia ai confini dell’impero a volte riserva delle sorprese. Grazie a Spazio Tribù, una realtà che da più di 10 anni offre ai ragazzi della zona la possibilità di avvicinarsi alla musica, in uno spazio di aggregazione giovanile con sala prove e studio di registrazione musicale, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Divi, cantante e bassista dei Ministri, una band che ancora resiste nella “riserva indiana” del rock ‘n roll italiano.

Divi ha tenuto a Spazio Tribù un clinic per cantanti, di cui vi racconterò in un post successivo ma ovviamente abbiamo colto l’occasione per fare con lui una chiacchierata a tutto tondo sulla professione di cantante, sul mondo della musica e sul lavoro dei Ministri dalle origini fino al loro quinto disco uscito lo scorso dicembre (dicembre 2016, ndR), Cultura Generale. Lesterio non mi ha mandata sola a questo appuntamento, ma ho portato con me Manuele, un grande amico ma soprattutto un grandissimo fan dei Ministri, che mi ha aiutato a fissare alcuni punti focali nello stendere le domande.

“Suoniamo per non lavorare mai” così recitava “I Soldi Sono Finiti”, uno dei primi singoli dei Ministri. Quando hai iniziato a considerare il tuo essere cantante e musicista un “vero” lavoro? Quanto la tua professione, in qualche modo ti ha cambiato la vita?

Centri uno degli argomenti di cui volevo parlare nella lezione: far diventare di fatto una professione il suonare e cantare è davvero complesso e soprattutto, non nasce da una consapevolezza di se stessi, dall’autoaffermarsi cantante. E’ ovvio un presupposto per questo mestiere dev’essere lo spettacolo: quando abbiamo raggiunto una certa visibilità per cui avevamo un palcoscenico e riuscivamo a intrattenere, forse a quel punto ci siamo accorti che stava diventando qualcosa in cui credevamo. Era come se ci fosse per noi un palcoscenico da teatro, in cui avveniva una vera e propria trasfigurazione. E’ ovvio che per come si vive oggi il mondo del lavoro, era necessaria la corrispondenza con un guadagno. Nella canzone quel “Suoniamo per non lavorare mai” era estrapolato da un momento di “sismicità discografica” tale, per cui i guadagni erano proprio qualcosa di non considerato: noi abbiamo iniziato ad avere una certa notorietà nonostante non avessimo di fatto dei guadagni effettivi. L’aspetto che ci ha fatto sentire fin da subito dei “professionisti”, inteso come “persone professionali”, è stato il sapere che stavamo intrattenendo della gente e sentirsi responsabili di quello che si sta facendo e portare una missione davanti alla gente con un mezzo di comunicazione trasversale, cercare di arrivare al maggior numero di persone possibili. Ad ogni modo penso che per me la musica rimarrà sempre un gioco.

In una tua recente intervista hai dichiarato che, per dirlo brevemente , il tempo che voi musicisti vorreste per realizzare un album raramente coincide con il tempo “imposto” dal mondo discografico e con il tempo d’attesa che ai vostri fans sembra infinito. Come gestisci queste pressioni?

Oggi fare musica è diventato davvero un “mestieraccio”, quando ho iniziato avevo davanti a me personaggi che erano davvero rock ‘n roll, erano dei fighi e disegnavano l’icona sfavillante di quello che portava avanti la musica: avevano i soldi, avevano le macchine e avevano tutte le possibilità aperte davanti a sé nella sua vita. Non è più così. Diciamo che ci siamo disillusi velocemente, quindi seppur fare i dischi è diventata la nostra maniera di comunicare, non possiamo sottostare alle nostre ispirazioni: non possiamo prenderci dieci anni per scrivere un album. Purtroppo se tu stai troppo fermo, con il mondo del web che cambia così velocemente, forse non vieni dimenticato ma uscirà talmente tanta altra musica nuova che vieni sepolto. Per questo bisogna essere sempre estremamente reattivi, il che da una parte fa bene, ma dall’altra fa anche male: vivere sotto pressione ti rende cinico e pragmatico nel fare un mestiere così tanto soggettivo e artistico. Sembra un ossimoro, una forzatura, ma non puoi fare altrimenti perché il bisogno di andare sul palco non è guidato solo dalla voglia di suonare, ma anche dalla necessità di vivere. Tutto il tempo che noi abbiamo messo a disposizione della musica, non possiamo perderlo per eccesso di tempistiche dilatate nel fare un disco, occorre agire per cristallizzare il momento il prima possibile. Io sono arrivato a 32 anni facendo solo il musicista, non posso più tornare indietro, andare a lavorare, ma solo proseguire inerzialmente in avanti quindi devo applicare in un sistema pragmatico la vita del musicista. Mi piacerebbe avere delle tempistiche dilatate ma questo significherebbe avere più soldi a disposizione, poche spese, e Milano è una città costosa ma assolutamente necessaria per quello che facciamo, perché nasce proprio lì tecnicamente. Occorre fare di necessità virtù, tirare fuori attitudine: dobbiamo stare sempre sul pezzo senza mollarlo mai.

Invece per quanto riguarda i testi, preferiresti avere più tempo per “entrarci in confidenza” soprattutto con quelli di cui non sei l’autore, prima di proporli al pubblico?

In realtà, dal momento in cui tra di noi suoniamo e registriamo i pezzi , finisce che li riascoltiamo talmente tante volte che ormai, riesco a metabolizzarli e imparo a cantarli in relativamente poco tempo. Al massimo la difficoltà per me è automatizzare il basso e la voce che quando suono dal vivo sono due strumenti da gestire, penso che ad esso che ho acquisito alcune abilità, dato che i dischi precedenti sono stati abbastanza complessi dal punto di vista tecnico, penso che il percorso sia tutto in discesa.

Il tour è la modalità con cui il lavoro dei Ministri incontra il pubblico ed è anche il tuo massimo momento performativo, ma anche oggi avrai la possibilità di incontrare appassionati di musica che apprezzano il tuo lavoro. Qual è l’aspetto che ami di più del contatto col pubblico?

Sono una persona estremamente socievole, non sono un musicista riservato e i Ministri nascono come una band che ama stare in mezzo alla gente. Da ragazzi andavamo a vedere i concerti delle band straniere a cui avremmo voluto fare un’infinità di domande. Quell’atteggiamento è stata una sorta di promessa che ci siamo fatti tra di noi, se mai fossimo diventati famosi, non avremmo perso di vista il contatto con la gente, perché nel genere che pratichiamo noi, chi si prende troppo sul serio fa anche un po’ la figura dello sfigato. Il rockettaro duro e puro che fa l’antipatico, non funziona più. Vediamo con piacere che anche band più giovani di noi, come i Fast Animals and Slow Kids, tendono ad avere un rapporto diretto con la gente. Tutto questo perché il rock è diventato un genere abbandonato dalla gente, ma gli è rimasto quel retaggio di festa. Decidere di fare rock oggi è, probabilmente, decidere di fare il genere più aperto al contatto con la gente. La clinic di oggi per me è una numero zero, quindi dovrò verificarne i risultati, però è assolutamente allineato a quello che come band abbiamo sempre fatto.

Ho letto che per il testo de Gli Alberi ti sei ispirato al libro Il Barone Rampante di Italo Calvino e che in seguito l’hai ricollegato a una nuova fase che la città di Milano stava vivendo. Quanto peso hanno le città nella stesura dei vostri testi? Che effetto fa suonare le vostre canzoni nei luoghi in cui sono nate, come ad esempio nel concerto dell’Alcatraz?

Milano è la città da cui veniamo e penso che se noi facciamo questo tipo di musica è perché, per noi è la colonna sonora ideale per quella ambientazione. Noi siamo cresciuti vedendo la nostra città che è cambiata moltissimo negli ultimi quindici anni: eravamo nei centri sociali a 16 anni, li abbiamo visti sparire, li abbiamo ritrovati circoli Arci e poi si sono trasformati in club. Abbiamo visto cambiare una realtà, vivendo sulla nostra pelle questi cambiamenti. Milano è una città complessa, accoglie molta gente ed è difficile trovare dei milanesi autentici, prova ad essere una cosmopoli anche se effettivamente non lo è, anzi tende ad essere una piccola Svizzera. Per me, è affascinante immaginare Milano come un campo di battaglia, un’enorme polveriera, dove se un giorno lanci un fiammifero succede un puttanaio. Gli Alberi è palesemente ispirata a Il Barone Rampante ma, complice il nostro scenario para-bellico, sentiamo di stare dentro dei ranghi, ci piace questo attaccamento alla militanza di fondo, applicata all’arte. Il nostro obiettivo è agire come “attentatori”, lasciare un segno nella gente, che in una città come la nostra è bombardata di input. In quel periodo emergevano dei movimenti bercianti e poco sobri, e noi come gruppo ci siamo trovati a prendere le distanze dallo slogan, eravamo stati promotori di un certo tipo di dialettica ma siamo stati costretti a dovercene allontanare: quel salire sopra gli alberi era esattamente questo. Non volevamo infatti rinunciare alla lotta artistica ma volevamo portarla verso qualcosa di più sensato, in cui vedevamo più strategia e lungimiranza e dove avevamo individuato un obiettivo da raggiungere. Volevamo che non ci si limitasse al desiderio di sbracare o al fare casino, che è facile da fare ma non è detto che porti a qualcosa di buono.

Questa sarebbe la fine dell’intervista istituzionale, ma Divi è stato talmente disponibile con noi che ne approfittiamo per chiedere qualche altra curiosità sul gruppo e sul suo ultimo lavoro Cultura Generale.

I vostri live sono tra i più divertenti a cui abbiamo assistito, come vivi la dimensione del gruppo?

Per me essere in tre è una condizione ideale, penso che non mi divertirei così tanto se facessi il mio lavoro come solista. A far parte di un gruppo si condividono anche le piccole ansie, c’è sempre qualcuno che sta peggio di te a cui risollevare il morale e, viceversa, quando sei tu che sei un po’ in difficoltà puoi trovare sostegno da qualcun altro. A stare in un gruppo si impara ad avere una grande solidarietà e in una band non c’è tempo per l’orgoglio, lo devi sempre mettere da parte e devi sempre puntare a qualcosa di più alto. Fede, per me, è un punto fermo dal punto di vista della scrittura, così come lo è Michi, nell’ambito degli arrangiamenti, e io “interpreto” il ruolo del cantante. Il rispetto di questi ruoli è fondamentale per il buon funzionamento della band.

Come hai vissuto l’esperienza di lavorare con un produttore straniero, nella realizzazione di Cultura Generale?

Secondo me era un’esperienza necessaria, ormai la nostra band era arrivata al quinto album e valeva la pena trasformare la musica come un percorso: non doveva essere un disco ma una storia da raccontare. Volevamo raccontare un’esperienza che stavamo vivendo, innescata dal motore della musica. Gordon Raphael viveva a Berlino e quando l’abbiamo contattato, onestamente, non è che ci aspettassimo delle risposte. Queste risposte, in realtà sono arrivate e noi siamo tornati da Berlino con un disco e una storia da raccontare realizzato con un produttore che ha sempre intrapreso progetti molto anticonformisti. Abbiamo ricevuto delle critiche per questo lavoro, ma è singolare il fatto che quando ci intervistano si parla meno del disco in sé ma si parla dei Ministri come una band che ha fatto un’esperienza che vuole raccontare alla gente attraverso la propria musica. Questo disco è crudo, così come lo è Berlino che è una città che ti sbatte in faccia tutto, che è punk ma con una certa tristezza di fondo. Visti i tempi contingentati del mercato discografico, dobbiamo seguire la musica e lasciare che sia lei a sparigliare le carte e a stravolgere la routine dell’analisi dei testi e dei suoni, del disco nel suo complesso, dell’aspettativa di un tour. Dobbiamo solo essere catalizzatori della nostra musica.

Un’immagine della clinic di Divi a Spazio Tribù il 04.02.2016
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