Una bella rivista musicale, un grande dj/produttore e (forse) la prossima speranza per la Black American Music


Il punto di partenza è un articolo sull’ultimo numero della rivista «Musica Jazz», cioè una delle più longeve testate italiane ed in assoluto la seconda al mondo tra quelle dedicate al jazz (è pubblicata ininterrottamente dal 1945): come sempre ben scritta con uno stile piano e semplice che ha come obiettivo primario quello di suscitare curiosità verso un disco o un un artista e non quello di far sentire il lettore un ignorante come invece avviene con molte altre testate che, illudendosi di imitare modelli americani dimenticano un piccolo particolare cioè l’audience praticamente mondiale di queste ultime, con il loro snobismo indie hanno contribuito ad affondare se stesse oltre che a contribuire non poco alla disaffezione del largo pubblico verso un consumo della musica fatto di passione e conoscenza ma anche di scoperta e divertimento. Oltre a questa meritoria impostazione di stile la rivista si fa apprezzare anche per una scelta coraggiosa dei contenuti fatti non solo di jazz più o meno puro ma di tutto cio che puo’ essere incluso nella più moderna definizione di “Black American Music” senza disdegnare (apriti cielo!) qualche puntatina nell’universo rock.

Sotto il lancio sul sito del numero di Maggio

Dopo la bella copertina dedicata al grande bassista Jaco Pastorius e svariate recensioni interviste e approndimenti, l’occhio cade nella sezione “Latin Jazz” ad un servizio dedicato ad una certa Dayme’ Arocena: apertura con foto in doppia pagina che mostra un fisico «importante» (poi scopriremo che la Nostra veste solo di bianco che certo non sfina….) e lascia intendere una energia e una vitalità prorompenti; la lettura rivela altre informazioni interessanti come gli studi classici ai quali si è aggiunto dopo l’amore per il jazz coltivato attraverso nomi che poi diventeranno degli evidenti riferimenti di stile (Nina Simone su tutti), mentre la rumba e tutte le musiche cubane sono una presenza quotidiana che entra naturalmente nella sensibilità dell’artista

L’interesse lascia il posto ad un lieve sobbalzo quando si legge che l’ultimo disco è prodotto da Gilles Peterson, sì proprio lui il grande dj conduttore radiofonico fondatore di etichette discografiche produttore eccetera… ma quanti anni avrà adesso dopo aver fatto tutte queste cose? Ottanta? Settanta? Andiamo a cercare delle foto in rete sotto eccone una:

Faccia da eterno ragazzo, in effetti ha passato da qualche anno l’età del liceo ma ha «solo» cinquantatré anni ed un curriculum che per velocità qualità e varietà farebbe impallidire il più rampante degli yuppies:

  • Dopo i primi passi da Dj di radio pirata tiene per cinque anni delle sessioni al Dingwalls di Camden Town nelle quali miscela jazz e hip hop contribuendo alla nascita del cosiddetto acid jazz che poi diffonderà in ambito mainstream grazie a ben due etichette discografiche (Acid Jazz, manco a dirlo, e Talking Loud) ed un numero impressionante di artisti di successo come Brand New Heavies, Incognito, Jamiroquai, James Taylor Quartet e tanti altri. Sotto la copertina di uno dei dischi più influenti del genere, In the Pursuit of the 13th Note di Galliano:
  • Finita la moda dell’acid jazz Gilles torna al suo ruolo di dj conducendo su BBC Radio 1 la trasmissione «Worldwide» che dal 1998 al 2012 sarà una delle più famose influenti e imitate tra tutti coloro che vagano «searching for the perfect beat» (slogan del suo sito personale) in una esplorazione delle possibili contaminazioni con le musiche del mondo che genera un festival un premio e tante iniziative collaterali; inevitabile tornare anche alla veste di scopritore di talenti produttore e discografico con la sua nuova creatura Brownswood Recordings, senza però rinunciare a condurre in radio (sempre con la BBC of course ma per Radio 6). Sotto uno screenshot del sito che come vedete fa fatica a tenere tutto in una pagina:

L’incontro con Dayme avviene nell’ambito di uno dei tanti progetti di Gilles cioè Habana Cultura viaggio sponsorizzato dal rum Habana Club in tutte le forme d’arte che nell’isola continuano ad esprimersi e a rinnovarsi sia pure in un contesto tanto difficile; al nostro tocca naturalmente la parte musicale che lo porta a conoscere tra gli altri la giovane Dayame dando vita ad una collaborazione che ha già portato oltre alla partecipazione alla compilation istituzionale, un primo album solista (Era Nueva, 2015) un EP di cover (One Takes, 2016) e un secondo disco solista appena pubblicato, Cubafonia, con il quale Dayame potrebbe riuscire a spiccare il grande salto

Se volete averne una conferma provate a cercare sul canale ufficiale di Habana Cultura il video riportato sotto che è un making of del disco con estratti delle sessioni di registrazione e brevi conversazioni con Gilles


Oltre all’evidente orgoglio del produttore per la sua nuova creatura il video ci restituisce i principali temi del disco cioè una voce al tempo stesso calda e raffinata che si muove tra la musica tradizionale cubana e i grandi capisaldi della musica nera (nord)americana cioè il jazz e il soul; unico difetto è forse quello di tenere queste due parti piuttosto staccate nei vari pezzi che sono tutti centrati interamente su un lato o sull’altro del continente americano

L’impressione è che se in futuro si dovesse riuscire nella sintesi tra questi mondi all’interno di ogni singola canzone avremo di fronte dischi di grande spessore artistico, se invece si dovesse spingere sul versante per così dire «soul jazz» avremmo forse un’altra grande protagonista in un mercato mainstream sempre a corto di personaggi in grado di garantire qualità e vendite al tempo stesso; in entrambi i casi sarà un bell’ascoltare….