Alien No3. Acrylic on canvas. Acrilico su tela. Photo by Nadia Camandona

Perché dipingo alieni cattivi?

Semplice. Perché sono felicemente incazzata.

Da bambina sognavo di diventare una pittrice, questo l’ho già detto. Ma non sapete veramente ciò che accadde proprio negli anni in cui dovevo decidere le sorti della mia vita. Quando ti accingi a scegliere la scuola superiore e i tuoi compagni sono in pieno dubbio esistenziale mentre tu sai perfettamente quello che vuoi fare: il Liceo Artistico. Erano gli anni ’80 e ci si iscriveva “all’artistico” se non si aveva voglia di studiare perché l’attività prevalente era l’occupazione della scuola. “Questo mai!” Mi dissero i miei genitori. Mia madre al telefono -con finti interlocutori che le assicuravano che la scelta del Liceo Artistico mi avrebbe portata alla perdizione- e io tredicenne spalmata sul pavimento a strapparmi i capelli.

Scegli la scuola che vuoi -qualsiasi- ma non il Liceo Artistico!

Beh, quando ti escludono l’unica scuola che ti interessa, non perché non vuoi studiare, ma perché senti dalle viscere che tu vuoi dipingere, è facile scegliere: punti un dito a caso sul manuale delle scuole superiori e… cosa viene fuori? Liceo Scientifico! Ma certo! Io amo la fantascienza, ho pensato, va bene il Liceo Scientifico. Che sarà mai? In effetti avevo un problema: dotata di intelligenza, metodo e determinazione ho affrontato tutto il percorso con risultati più che positivi. Il che ha contribuito a convincere la famiglia che “avrei potuto fare qualunque cosa nella vita”. Ma io non volevo fare qualunque cosa!!! Volevo dipingere. E lo feci. Dai 9 ai 25 anni non feci altro in tutti i ritagli di tempo che lo studio, e poi il lavoro, mi consentirono. Ma non lo presi mai seriamente, perché “non era un vero lavoro!”.

A tutto questo struggimento si aggiunse una presenza che aleggiava in casa mia dalla mia più tenera età.

Un vedovo settantenne, ex imprenditore da qualche tempo in pensione, che non avendo niente di meglio da fare, amava visitare gli amici elargendo consigli di vita vissuta, delle vere e proprie parabole che aleggiavano nella cerchia di amici pendenti dal suo portafoglio. Inutile precisare che anche i miei genitori pendevano dalle sagge labbra, dispensatrici di un’arcaica e dannosa pseudo saggezza, fucina di tante vittime inconsapevoli. A partire dalla povera figlia adottiva che, seguendo passo passo il percorso per lei tracciato, un giorno osò dirgli: “Avrei dovuto fare la pescivendola anziché l’insegnante!” La mia solidarietà fu massima. Ma la tragedia che ne conseguì, sedata a colpi di settimane bianche a Gressoney, la fece tornare sulla “retta” via. E mai più osò pensare di darsi all’ittica.

Arrivò un punto in cui, pur continuando a comparirmi dinanzi, lo rifuggivo ormai come la peggiore pestilenza. Ma ormai il danno era fatto.

Se le vittime furono numerose non è dato sapersi, ma sicuramente i miei, e di conseguenza io, cademmo nella trappola.

Al momento di scegliere la scuola superiore un giorno mi portò a casa sua e mi mostrò un quadro nella sua camera da letto: era un pasticcio di pennellate dalle tinte fosche che, a detta sua, rappresentavano un Cristo in croce. E poi arrivò l’oracolo: “Ecco, questo è il quadro di una mia amica che faceva l’insegnante, -professione perfetta per una donna perché consente di trascorrere più tempo a casa- (mah!) e, una volta andata in pensione ha potuto dedicarsi all’attività che maggiormente amava: la pittura.” Il mio primo pensiero fu: “Ma se devo aspettare i 50 anni (all’epoca si poteva sperare nella pensione a 50 anni, o addirittura di entrare nell’élite dei baby pensionati, che bellezza! ndr) per dipingere tali orrifici Cristi in croce, meglio suicidarsi prima”.

Dentro di me sapevo che ciò che sentivo in quel momento non poteva essere lo stesso che avrei sentito a 50 anni.

La cara maestra magari aveva vissuto una luminosa giovinezza e poi, arrivata alla pensione aveva sfogato tutta la sua arte repressa attraverso quella cupa e sgangherata visione del mondo.

Non fui abbastanza forte. Non mi stampai a fuoco l’orrore inflittomi da quella perla di saggezza e seguii quella che era la strada tracciata per me: il lavoro sicuro.

Per fortuna seppi trovarmi nicchie cariche di fermento artistico, dapprima come restauratrice, poi insegnante (ahimé, il caso ha voluto che cadessi proprio nell’unico mestiere che avevo sempre rifuggito!) in una scuola d’arte e restauro e, infine, come editore d’arte. Ma solo a 44 anni ho avuto veramente la forza e il coraggio di lasciarmi tutto alle spalle, di considerare la mia passione un’opportunità e non un hobby a tempo perso.

E così anch’io mi son messa a dipingere i miei Cristi sulla croce a tinte fosche.

Lo sapevo io. Da ragazza i miei dipinti erano luminosi, vivaci, pieni di vita e di speranza. Ora la mia visione del mondo non può più essere la stessa. Mi sono evoluta ma ho saltato un passaggio di quasi 20 anni in cui chissà quali forme avrebbe preso la mia arte. So soltanto che oggi voglio dipingere alieni e mondi extraterrestri. Ho maturato la mia visione del mondo e ho compreso che ne voglio ancora fuggire, come allora. Ma la differenza è che ora sono felice di essere incazzata, perché ne sono consapevole e ho un obiettivo.

E se un giorno qualcuno vi porterà nella sua camera da letto a vedere un cupo e cattivissimo alieno dipinto da un’ex insegnante, dicendovi che è meglio dipingere nella quiete della pensione, scappate. Lontani. Potete ancora salvarvi!

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