Rifò, per una moda etica e made in Italy

Niccolò Cipriani ama descriversi con un proverbio cinese: when the wind of change blows, some people build walls, others build windmills. E sembra proprio averlo seguito alla lettera, visto il percorso che lo ha portato fin qui.

Laureato in Economics and Management of Public Administrations and International Institutions presso l’Università commerciale Luigi Bocconi, Niccolò ha viaggiato in lungo e in largo attorno al globo prima di aprire la sua azienda a Prato, in Toscana.

Francia, India, Cina sono solo alcuni degli stati in cui ha studiato o lavorato. Gli ultimi anni, però, Niccolò li ha passati in Vietnam, ad Hanoi, dove è stato prima Programme Coordinator e poi Programme Manager per l’Italian Agency for Development Cooperation (AICS). Proprio quest’ultima esperienza lo ha spinto ad aprire Rifò e ad incentrare il suo business su un’attività che fosse prima di tutto etica.

Ciao Niccolò, che ne dici di raccontarci come nasce l’idea che è alla base del tuo progetto?

Rifò nasce dalla mia recente esperienza di lavoro in Vietnam, dove ho visto con i miei occhi il problema della sovrapproduzione inscindibilmente legata al settore dell’abbigliamento. Basti pensare che le strade di Hanoi sono piene di negozi dal nome Made in Vietnam che vendono capi di abbigliamento prodotti in Vietnam, ma che sono stati poi esportati in Occidente. Non solo. Questi capi, nel momento in cui rimangono invenduti in Europa o negli Stati Uniti, vengono rispediti di nuovo in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale. Nell'industria tessile, purtroppo, si produce molto di più di quanto si consuma e questo genera una gran quantità di prodotti che rimangono inutilizzati e diventano “scarti” anche quando non sono tali.

Una volta appreso tutto questo, mi è venuto in mente di riprendere una tradizione della mia città, Prato, ovvero quella di rigenerare tessuti e utilizzare così tutti i vestiti che solitamente vengono buttati via per rifarci un nuovo filato.

Precisamente, in cosa consiste il processo di rigenerazione dei tessuti?

Rigenerare fibre tessili significa, ad esempio, che noi prendiamo 10 cappellini di cashmere color blu, li trinciamo e li lavoriamo fino ad estrarre nuovamente la fibra di cashmere. Con questa realizziamo un nuovo filato sempre di colore blu, utilizzando solo scarti tessili e risparmiando sull’eventuale consumo di risorse naturali. Con questo filato realizziamo un nuovo cappellino blu e il ciclo di produzione è terminato, avendo però un impatto minimo sul benessere del pianeta.

Che influenza ha avuto la tua formazione e la tua esperienza lavorativa sulla nascita e la crescita del progetto?

La crescita del progetto è dovuta sia alla mia formazione in economia, che mi ha permesso di far confluire la mia idea in un progetto concreto, che, al tempo stesso, alla fortuna di provenire da una famiglia che ha sempre lavorato nel settore tessile e che mi ha aiutato a trovare dei contatti affidabili per la produzione.

Parlando dal punto di vista del business, invece, che obiettivi avete raggiunto fin ora?

Siamo molto soddisfatti di dove siamo arrivati. La collezione invernale ha registrato 580 ordini, mentre la campagna di crowdfunding su Ulule ha raccolto circa 11.800 Euro, di cui il 20% proviene da paesi stranieri.

Sono stati invece 450 gli ordini per la nostra collezione estiva, anche questa accompagnata da una campagna di crowdfunding su Ulule dove siamo riusciti a raccogliere 6200 Euro, di cui il 25% proviene anche qui da paesi esteri.

La concorrenza, anche qui, si fa sentire. In cosa vi differenziate dai vostri competitor?

Ovviamente non siamo i primi ad aver pensato a rigenerare i tessuti, ci sono altre aziende a livello europeo che commerciano vestiti realizzati con fibre tessili rigenerate, dove spesso però il processo di confezionamento ha luogo nei paesi più poveri o dalle economie emergenti.

Rifò si differenzia per un’altra caratteristica fondamentale, quella dell’essere completamente made in Italy. Riusciamo infatti a realizzare completamente in Italia la collezione invernale, composta da fibre sia rigenerate che pregiate come il cashmere e ci differenziamo così non solo per la qualità del prodotto, ma anche per l’artigianalità del processo produttivo.

Come mai hai scelto Nana Bianca? Quanto è utile per lo sviluppo del progetto essere qui?

Per me è importantissimo essere in Nana Bianca. Mi piacerebbe infatti rafforzare le mie competenze in ambito digital e poter lavorare a dei prototipi di progetti futuri in grado di crescere nel lungo periodo.

Ultima domanda, promesso. Che buoni propositi per il futuro ha Rifò?

Crescere. Abbiamo visto che il nostro prodotto piace, è di qualità e la gente è felice di farlo conoscere ad amici e parenti. Vorremmo però fare un passo in avanti e rafforzare la nostra presenza all’estero, in particolar modo in Germania, Francia e Canada.

Per te Nana Bianca è…

Innovazione, crescita, ispirazione e motivazione.