Il bidone e le stelle
di Stefano Nicotra
L’uomo spense l’ennesima sigaretta sul parapetto di marmo. Dopo averla spiaccicata per bene, con una schicchera la fece volare giù nel Tevere. Gesti semplici, quasi abitudinari se visti da fuori, eppure per quell’uomo quel giorno era tutt’altro che la norma. Era stato il giorno peggiore della sua vita.
Per farla breve, la sua carriera era crollata. E le conseguenze, perché ci sarebbero state eccome delle conseguenze, erano ancora un tabù. Ma tanto, cosa c’è di peggio dell’umiliazione?
L’uomo però guardava ancora indietro. Al mondo che aveva costruito e che ora era meno del fumo che gli era uscito dal naso poco fa.
Era sempre stato un vincente. Almeno fino a oggi. Granitico e perfetto come quell’angelo sopra di lui. Un fiuto per il successo fuori dal comune. E quella caparbietà stemperata in una saggezza di altri tempi, che quando si manifestava nelle scelte decisive, lasciava a chi aveva la fortuna di stargli accanto la sensazione di aver assistito a una profezia. Non ne perdeva una, non ne sbagliava una in quella danza a occhi chiusi, dove ogni passo era quello giusto e se non lo era lo diventava perché era lui stesso a compierlo.
Eppure, adesso, aveva deluso tutti. E tutti lo avevano abbandonato. Dalla assistente fino al collega che gli faceva da spalla nelle battute più brillanti. Anche il fattorino, proprio subito dopo il crac, se ne era andato senza degnarlo di uno sguardo. Puntuale come sempre, quel venerdì, aveva fatto spallucce alla segretaria che gli bisbigliava ancora scioccata della fine. Come se avesse sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato quel momento. O era una sua speranza. Comunque aveva fatto spallucce e si era girato per continuare la sua ronda. Normalmente era l’uomo ad accorgersi appena della sua presenza. Questa volta era rimasto invece in piedi, come uno stoccafisso, e quella scena da dietro le quinte era l’unica cosa che ricordava mentre attorno a lui divampava il caos. Per colpa sua…
Come aveva potuto sbagliare?
Tutto finito. Chi gli avrebbe dato più credito? Chi gli avrebbe dato più fiducia… Lavoro? Di certo non la sua astuzia che gli aveva consigliato di non confidare per primo nelle facili amicizie, troppo ondivaghe, poco robuste. Solo lo era stato anche prima. Ora ne aveva solo la fredda evidenza.
No. Non si sarebbe buttato. Eppure restava lì, a osservare quelle nere acque più agitate del solito, quasi a suggerire una rapida risposta. Ma l’uomo non voleva dare soddisfazioni a chi era già pronto ad avventarsi sulla sua carcassa. Aveva ancora un briciolo d’orgoglio, branco di iene…
Scivolò via dalla balaustra e dagli angeli statuari, incamminandosi verso l’uscita del ponte.
Proprio al limitare stava un barbone. Rovistava in un bidone di ghisa, scoperchiato chissà da quanto. Non aveva un nome. Da tempo nessuno lo chiamava. Lui invece sembrava nato per scavare. Si immergeva avido negli scarti degli altri per impossessarsi di qualcosa che potesse colmare il vuoto del momento. La testa, le braccia e buona parte del tronco erano già dentro, a momenti sarebbe stato del tutto fagocitato dal bidone. L’uomo era ancora perso quando passo di lì e neanche si rese conto di urtare le gambe del poveraccio, che in poco tempo rotolò per terra, strappato al cilindro come una lumaca dalla sua casa.
Fu allora che avvenne il miracolo.
Risvegliato dal fracasso del bidone che finiva la sua corsa posandosi dolcemente sulla ruota di una macchina parcheggiata, l’uomo si era girato e aveva posato lo sguardo sul motivo del suo inconsapevole inciampo. Il barbone stava già lì, seduto, con le mani appoggiate per terra, immobile e lo sguardo rivolto alle stelle. La giravolta lo aveva intontito, e riuscito a liberarsi dalla sua amata cornucopia aveva tentato di raddrizzarsi. Così facendo aveva alzato la testa. La caduta gli aveva fatto scoprire il cielo. E ora stava immobile ad osservare la luna, rapito. Non era più grande o luminosa di altre volte, pensava l’uomo incuriosito, possibile che quel sacco di pulci non l’avesse mai vista prima? Eppure rimaneva a contemplare lo stupore di quel vecchio cencioso, come l’altro ammirava a bocca aperta la biglia celeste. In quel doppio sguardo il tempo si era fermato.
Poi i due si rianimarono. Il barbone con ritrovato rispetto alzò il suo amico bidone, mentre l’uomo si incamminò verso casa. Un venditore di rose incrociandolo provò a vendergli un fiore. Aveva scambiato il sorriso sulle sue labbra per la breve attesa che separa dall’amata.