Obiezioni frequenti e risposte sull’indipendentismo

Independence, città dello stato del Kentucky

Questo articolo è una raccolta (in ordine sparso) delle obiezioni che più frequentemente ho ricevuto in merito alla possibilità di indipendenza della nazione napolitana dallo stato italiano che potrebbe essere utile a chiarire le idee a chi ha gli stessi dubbi in merito.


Una volta indipendenti saremmo nelle mani della criminalità organizzata.

R. L’esistenza della criminalità organizzata è strettamente legata alla tolleranza dello stato italiano. La caduta dello stato italiano spezzerà il legame con le organizzazioni criminali che godevano del suo supporto e solo in quel momento sarà possibile porre azioni forti atte a debellarla. Esiste un caso empirico a cui si può fare riferimento ed è quello della Serbia, in cui il ruolo delle organizzazioni criminali, orchestrate dalla Jugoslavia, è stato notevolmente ridimensionato, anche grazie alla collaborazione con le forze di polizia italiane. Tra tutte, la misura più efficace è stata quella della riconversione ad uso sociale dei beni confiscati, la cui applicazione nel territorio italiano è stata fortemente ostacolata.


L’indipendenza non è una soluzione utile.

R. Dopo l’indipendenza si dovrà costruire uno stato napolitano che rispetti le esigenze e le peculiarità del popolo e del territorio. Per tutta la sua esistenza, lo stato italiano ha tentato di plasmare la nostra cultura e i nostri costumi tramite una selvaggia politica coloniale. Il rispetto di noi stessi parte anche da questo. Riscoprire e preservare le nostre tradizioni, accettare il nostro retaggio culturale e tramandarlo alle generazioni future è l’unico modo per ripristinare la mutua solidarietà e lo spirito di collaborazione che un popolo deve avere per poter sopravvivere. Restare “italiani” non potrà che peggiorare le cose perché lo stato italiano non ha alcun interesse a tutelare né i nostri diritti né la nostra identità, che non di rado viene spacciata per italiana.


Viviamo questa situazione per colpa nostra.

R. Lo stato di oppressione in cui lo stato italiano relega la nazione napolitana è causa delle situazioni di degrado in cui gran parte della nostra comunità vive. Ad esempio, la propensione al crimine non dipende da fattori genetici o culturali, ma solo dallo stato di necessità che si trasforma in spirito di sopravvivenza. Se così non fosse non avrebbero senso le strategie di recupero per i comportamenti cosiddetti devianti. Anche se fosse vero che nella nazione napolitana si concentrino maggiormente i comportamenti devianti, ma le statistiche ufficiali confutano questa ipotesi, ciò sarebbe da attribuire alla tolleranza mostrata da parte dello stato italiano nei confronti degli stessi e non certo a fantomatici retaggi biologici o sociali.


Non possiamo garantire alla nostra nazione lo sviluppo economico a cui aspiriamo.

R. Vivere da soli implica essere autosufficienti. È necessario lo sviluppo di tutti e tre i settori dell’economica ed è impossibile immaginare di vivere solo di agricoltura e turismo, come spesso gli intellettuali italiani ci consigliano di fare per poter mantenere inalterato l’assoggettamento della nazione napolitana attraverso l’assorbimento della produzione industriale dell’Italia. Gli investimenti fatti nel corso del tempo, che hanno determinato il miglioramento delle condizioni di vita di tutti, sono studiate appositamente per rendere Napoli, Sicilia e Sardegna mercati di sbocco dei prodotti di consumo dell’Italia e fornitori di forza lavoro, sempre più qualificata nel corso del tempo, e di materie prime, attraverso gli investimenti in grandi impianti industriali che hanno arricchito gli imprenditori italiani, lasciando ai territori inquinamento, patologie e miseria. La presenza di importazioni così consistenti di beni industriali è indice di un eccesso di domanda che può essere colmato attraverso lo sviluppo di un’offerta interna che lo stato italiano ha impedito che nascesse. Basta guardarsi intorno per trovare opportunità per lo sviluppo economico, dalle bonifiche, alle riconversioni degli impianti inquinanti, alle opere incompiute, alla lotta al dissesto idrogeologico, alla riqualificazione urbana. Guardare ai danni che lo stato italiano ci ha inferto sotto la prospettiva che possano diventare opportunità per affrancarsi da esso sarebbe già sufficiente. Ma non è tutto. Le risorse naturali, il patrimonio artistico, culturale e enogastronomico da soli non bastano, ma possono far da tramite al settore secondario. E la ricerca e l’innovazione tecnologica devono essere sempre presenti, in ogni settore.

Relativamente alle precedenti relazioni che ogni napolitano ha con lo stato italiano, appare logico che restino in vita nel nuovo stato, a patto che siano frutto di un reale bisogno e non di un privilegio. Come per ogni cambiamento, esisterà un periodo di transizione in cui si dovranno organizzare e rendere operative le istituzioni del nuovo stato.


Tutta l’Italia è in crisi ormai. Bisogna collaborare.

R. Il ridimensionamento industriale del cosiddetto Centro-Nord italiano è una realtà già osservata da decenni e che dovrebbe essere da monito per riuscire ad uscire dalla condizione di subalternità ad esso. Pensare che lo stato italiano possa cambiare politiche, dopo più di un secolo e mezzo di un colonialismo sempre più aspro, è solo una mera illusione. Al contrario, approfittare di una situazione di debolezza per liberarsi dell’oppressore è quello che hanno fatto tutte le ex colonie dell’Impero britannico. Dovremmo prendere esempio da loro, anziché continuare a solidarizzare con il colonizzatore.


La nostra nazione non si è mai chiamata Napolitania.

R. Napolitania è un termine relativamente recente e poco diffuso, ma è l’unico termine che determina univocamente il territorio della nazione napolitana. Fino alla fine del XIX secolo, il termine utilizzato per indicare la nazione napolitana è stato Napoli, lo stesso della capitale. Continuare ad utilizzare Napoli per indicare tutta la parte meridionale della penisola italica è ancora possibile, ma creerebbe confusione con la sua capitale.

Il termine Napolitania è nato nei primi anni del XX secolo, quando la nostra nazione era già stata occupata dall’Italia e la ragione più probabile della scarsa diffusione di questo termine è proprio questa, dato che gli intellettuali venduti all’occupante non hanno esitato un attimo a sostituire il nome della nostra nazione con termini che indicano la nostra subalternità all’Italia, come Sud o Mezzogiorno.

Un altro termine, invece, corretto e anche più diffuso per indicare la nostra nazione è Napolitano.


Dobbiamo essere tutti uniti, non dobbiamo creare divisioni tra meridionalisti.

R. Non può esistere unità tra indipendentisti e meridionalisti, e neppure divisioni, per una ragione molto semplice. Gli obiettivi dei primi sono diametralmente opposti a quelli dei secondi, dato che l’interesse di questi è di mantenere in vita lo stato italiano e che esso riconosca i napolitani come italiani. Come indipendentisti, abbiamo il compito di rendere note le profonde differenze che il nostro movimento ha con il meridionalismo e di prendere esplicitamente le distanze da esso, perché il nostro obiettivo non è diventare italiani, perché lo stato italiano non potrà riservarci altro trattamento che quello che ci riserva da più di un secolo e mezzo, ma liberarci dall’occupazione italiana, causa del nostro sottosviluppo e delle nostre sofferenze.


Così facciamo il gioco della Lega.

R. La Lega è un partito politico interessato alle elezioni centrali e locali italiane, mentre gli indipendentisti, non solo napolitani, mirano al raggiungimento dell’indipendenza attraverso il coinvolgimento della popolazione e la collaborazione con gli organismi internazionali. La Lega, dovendo tutelare gli interessi dell’Italia, non è interessata all’indipendenza, conscia di esercitare un dominio economico su Napoli, Sicilia e Sardegna, ma solo ad ottenere maggiori vantaggi dall’esistenza dello stato italiano. L’indipendenza, invece, è nell’interesse del popolo napolitano.


Noi napolitani abbiamo lottato per unire l’Italia, non si può dividerla nuovamente.

R. L’Italia unita, se così si vuole chiamare, è stato un progetto che non ha coinvolto le classi popolari di nessuno stato preesistente. Non è possibile affermare l’esistenza di un sentimento italiano almeno fino all’avvento del fascismo, che non ha risvegliato un sentimento di appartenenza sopito, ma ha imposto un sentimento di appartenenza inventato, consacrato poi con l’avvento della televisione, che ha determinato il graduale abbandono delle vere identità dei popoli del territorio dello stato italiano. Per quanto concerne le guerre, escludendo l’attuale periodo, esisteva la leva obbligatoria e chi combatteva era costretto a farlo, pur non credendo nelle ragioni per cui lo si faceva. Attualmente, non esistendo più la leva obbligatoria, si decide di arruolarsi per convenienza, o meglio, disperazione economica, ma è impossibile affermare che chi ha lottato per unire l’Italia lo facesse per un ideale, a meno che non ne abbia lasciato testimonianza scritta.


Con l’indipendenza facciamo la fine della Grecia e dell’Africa.

R. In realtà è con l’Italia che rischiamo di restare nella spirale del sottosviluppo, come lo siamo tuttora. Come si può credere che lo stato italiano possa essere d’aiuto per far uscire la nazione napolitana da uno stato di cose che esso stesso ha creato?


Siete come i Neoborbonici, rivolete la monarchia.

R. Da un punto di vista sostanziale le differenze tra una monarchia costituzionale e una repubblica parlamentare sono minime. La scelta di ripristinare sul trono la dinastia borbonica non è cruciale per il movimento indipendentista napolitano, che mira, piuttosto, a liberarsi dal giogo italiano per costituire uno stato la cui forma sarà decisa successivamente, proprio perché la presenza di un re non sconvolgerebbe l’assetto istituzionale da costituire insieme alla lotta indipendentista. Quel che è certo è che, con o senza re, lo stato napolitano sarà libero dalle incrostazioni di corruzione e malaffare che lo stato italiano ha accumulato nel corso degli anni.


Non possiamo isolarci dal mondo.

R. Indipendenza non è isolazionismo. Al contrario, per molte nazioni l’indipendenza è stata motivo di apertura al mondo e il volano per uno sviluppo sano e di lungo periodo. Basta citare i casi di Lettonia, Estonia e Lituania, che non hanno esitato un attimo a fare richiesta per entrare a far parte delle principali organizzazioni internazionali una volta ottenuta l’indipendenza dall’Unione sovietica e oggi perfettamente integrate nel mondo Occidentale, e di Malta, che tuttora fa parte del Commonwealth e quindi ha mantenuto stabili nel tempo i rapporti con gli altri stati anglofoni. Allo stesso modo, i movimenti indipendentisti più maturi mai hanno fatto cenno di volersi isolare dal mondo, basta pensare al caso della Catalogna, che propone la sua indipendenza come l’opportunità per diventare il principale referente del Mediterraneo per l’Unione europea.


Non possiamo tornare indietro di un secolo e mezzo.

R. Il passato è il passato. Nessuno vorrebbe tornare alle condizioni di vita di un secolo e mezzo fa, anche se in realtà nella nazione napolitana la qualità della vita era molto più alta di quanto gli italiani vogliano far credere e, soprattutto, di molte aree del suo stato sulle quali ha costruito un vero e proprio mito. Sebbene conoscere il passato è importante per avere speranze per il futuro, quello per cui si lotta è per quello che si sta subendo nel presente. Anche se fosse vero che i governi napolitani furono dispotici e oscurantisti, quelli italiani non sono da meno e vanno combattuti in quanto tali. Anche perché il solo far conoscere le realtà storiche non è sufficiente a ristabilire delle condizioni vivibili nel nostro territorio. Occorre che oggi si lotti e si lotti non per quello che subimmo dallo stato italiano nel 1860, ma per quello che subiamo dallo stato italiano dal 1860.


Ma il compra napolitano non porta a risultati concreti.

R. Il compra napolitano può essere utile da un punto di vista economico solo se assume dimensioni significativamente grandi. Nel piccolo della nostra vita quotidiana, invece, il compra napolitano deve essere un modo per ristabilire un legame con il nostro territorio, riscoprendo le tradizioni che le politiche di marketing o l’imposizione dello stato italiano ci hanno fatto perdere o sostituire con surrogati prodotti dall’Italia. L’idea del compra napolitano deve svilupparsi soprattutto in un’ottica di solidarietà verso i propri connazionali, che vivono una situazione di discriminazione economica e dalla quale possono uscire anche attraverso una rete di solidarietà.

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