Snapchat per il giornalismo: il caro vecchio “inviateci le vostre foto”

Richiesto o spontaneo il contributo dei lettori nei giornali arriva. Arriva sempre. Anche su Snapchat. Per una nuova forma di racconto collettivo. UGC prêt-à-porter.

“Cowboys vs Vikings” e “The Game Awards” (due storie live del 2.12.2016)

Nei quotidiani locali la comunità che si raccoglie attorno al giornale partecipa. Un esempio, il più recente e di cui ho esperienza diretta. A Sannazzaro, provincia di Pavia, un’esplosione alla raffineria dell’Eni ha provocato un incendio e un’intensa nube di fumo nero. I lettori della Provincia Pavese (quotidiano locale del Gruppo Espresso) hanno iniziato a inviare fotografie e video sulla pagina Facebook del giornale. Spontaneamente. C’è chi ha chiesto informazioni, chi semplicemente ha segnalato che stava succedendo qualcosa e chi si è fermato, ha scattato una foto, girato un video e ha deciso di inviarlo alla redazione. In altri casi è proprio il giornale che chiede aiuto ai lettori. Raccoglie testimonianze. Parole, immagini. Snapchat fa lo stesso.

L’ultima partita di Kobe Bryant

Le redazioni di Snapchat creano nella sezione “live” racconti su fatti per loro rilevanti che sono un misto di materiale prodotto ad hoc e di contributi degli utenti. La grafica è accattivante, curata. Sport e spettacoli sono i due temi privilegiati. Al momento la scelta di eventi e fatti di attualità è molto centrata sugli Stati Uniti, con alcune incursioni anche in Italia.

Il fattore luogo: sei nel posto “scelto” da Snapchat

La schermata in cui si può aggiungere un proprio snap a una storia collettiva

Può capitare di trovarsi nel posto esatto dove sta avvenendo un fatto, nello stadio dove si gioca una partita, nella città toccata da un evento musicale, da un fatto di cronaca. Quando ci si trova in uno dei luoghi monitorati da Snapchat per raccogliere contributi dagli utenti, ogni volta che si aggiunge uno snap alla propria storia, il social chiede se si vuole aggiungerlo anche al racconto collettivo. Nella foto uno screenshot di inizio novembre: transitando nella zona del centro Italia, colpita duramente dal sisma, compariva la possibilità di aggiungere contenuti al live “Italy Earthquake”.

[Purtroppo non ho traccia di una eventuale storia sul terremoto pubblicata da Snapchat con questi materiali. Se avete info scrivetemi]

La stessa modalità è stata usata durante gli Europei di calcio. Nei Paesi delle squadre in gara durante le partite si attivavano filtri da tifosi: gli snap potevano essere “consegnati” a Snapchat con la possibilità di essere selezionati per il racconto collettivo.

Il fattore tempo: “oggi” Snapchat aspetta anche te

Alcuni frammenti delle storie dedicate a Prince e a Muhammad Ali

Quando è morto Prince Snapchat ha proposto una storia con le tappe della sua vita e della carriera, creando un racconto emotivo fatto di commemorazioni in tutto il mondo, preghiere, canzoni. Ai suoi utenti ha dato la possibilità di usare un filtro viola. È stato così per una giornata, senza confini geografici. Nella storia pubblicata dal social si sono così uniti i contenuti della redazione a quelli degli utenti. Una modalità che dà soddisfazione a chi ha trovato una sua foto o un video tra quelli scelti, e che aumenta il senso di partecipazione. E così è stato per Muhammad Ali: quando è morto il pugile su Snapchat si poteva usare il simbolo della farfalla. Il messaggio che passa è: ci interessa quello che vedono i vostri occhi e vogliamo condividerlo, mostrarlo a tutti. Ed è un messaggio interessante perché Snapchat è un social dove non esiste il concetto di condivisione come per Facebook o Twitter. Far circolare i contenuti è una prerogativa della casa madre. Per gli utenti c’è la trafila dello screenshot (con avvertimento a chi lo «subisce») e della successiva pubblicazione in modalità «ricordi» che però con la cornice bianca usata per differenziare i contenuti in real time segna una distanza, annulla il coinvolgimento del flusso continuo, graficamente omogeneo, che caratterizza il lavoro delle Snap-redazioni.

Racconti collettivi di social-narratori

Se vogliamo ricercare una forma di collezione di contenuti condivisi uno strumento tra gli ultimi arrivati è «Momenti» di Twitter. In questo caso il ruolo di narratore è consentito a tutti gli utenti che possono cercare ciò che è stato pubblicato da altri e metterlo in fila in un racconto. Non c’è editing: solo titolo e foto iniziale. Non c’è modo di aggiungere testo (o immagini) utili a guidare la lettura, a spiegare perché è stato scelto proprio quel tweet e come si inserisce nel contesto. Tra i tool della narrazione social c’è sempre Storify che consente la ricerca, la selezione, l’organizzazione di singoli contributi dai social con la possibilità di aggiungere testo, immagini e link. Ma, ed è una differenza di sostanza, è uno strumento extra. Un contenitore di altri social. Queste sono però modalità che si basano sulla ricerca, non c’è call to action.

Snapchat si tiene stretta la regia delle narrazioni collettive con l’aggiunta della call to action resa tecnicamente di estrema semplicità: gli utenti non devono fare nessuna fatica, non escono dal social per inviare il loro contributo. Fanno tutto insieme: scattano una foto e la pubblicano, oltre che sul proprio contenitore-storia, in un limbo da cui la redazione potrà pescare. L’opzione è lì, sotto i loro occhi. È un invito. E dentro allo stesso social guarderanno poi il lavoro finale. Nessun giornale oggi ha uno strumento così immediato. I lettori usano i canali disponibili: mail, messaggi privati su Facebook, mention su Twitter, in alcuni casi i commenti aperti in fondo a un articolo. E hanno almeno tre passaggi: aprire la fotocamera per scattare la foto, scegliere e usare lo strumento per inviarla (mail, Facebook etc) e poi – ed è quindi il terzo atto volontario da compiere – aprire il sito internet del giornale per capire se e come quel frammento di racconto è stato utilizzato. Non è certo una gara. Non c’è al momento una competizione tra editori e Snapchat, pubblico e target non sono paragonabili. Colpiscono però le affinità. Snapchat utilizza il caro vecchio «mandateci le vostre foto» semplificando tutta la parte che spetta al lettore e con una resa grafica innovativa. Non lo fa mai uscire dalla propria «casa». È immediato. È un social. Ed è una nuova forma di giornalismo.