#79.- I tuoi schemi, i tuoi insetti.

Stai bene? Non lo so.

Un’ape, l’ape vola all’interno della mia bocca, tengo la bocca aperta per darle la possibilità di uscire, nella speranza che esca, l’ape vola sopra ai miei denti, sento le sottilissime vibrazioni dell’aria sullo smalto e sull’interno delle guance, sulla mucosa delle gengive, l’ape gira e controlla, passa oltre il velo pendulo a destra e torna nel cavo orale da sinistra, vola vicinissima al palato, il frullio delle ali mi pare che lo sfiori, è rivolta verso gli incisivi, li guarda, dovrebbe uscire, sta invece trafficando, penso abbia qualcosa tra le zampe, penso stia chiamando qualcuno, forse un cambio di turno, a me fanno male i muscoli della mascella a tenere la bocca spalancata in questo modo.

L’ape non c’è più, la cavalletta è posata sulla mia lingua rivolta verso la gola, se fa scattare le zampe posteriori e salta credo vomiterò, sono inorridito all’idea di poterla masticare inavvertitamente, la sento pesante e immobile, se non fossi terrorizzato sarebbe interessante notare come la sensazione di peso vari a seconda della zona su cui grava, è solo una cavalletta, è immobile, credo potrebbe rimanere lì per secoli, forse millenni, soggiornare dentro la mia bocca per una serie infinita di mie reincarnazione durante le quali sarei sempre seduto su questa sedia di legno in sua balia, in suo potere, sotto il suo controllo.

L’ape a la cavalletta sono schemi, riduco tutto a un sistema logico facilmente interpretabile, così la mia attenzione si focalizza, le variabili si riducono è mi pare di avere un maggiore controllo, eppure perdo la totalità, e in questo la realtà mi sfugge, e si materializzano quelle che sono mere proiezioni, devo riuscire a capire chi sono io fuori dal loro schema, li posso osservare come fossero nella stanza degli interrogatori mentre io sto dietro al vetro a specchio, li guardo, il detective buono e quello cattivo, il sospettato, l’imputato, l’innocente, il delinquente, li sento interrogarsi e contro interrogarsi, parlare da tra loro, fare casino, agitarsi, li lascio fare e il osservo, ma quello non sono io.

E poi c’è la centrale elettrica, non so come ci sono capitato, le finestre a sinistra mandano una luce lampeggiante, due finestre a sinistra lampeggiano mentre le due a destra mandano luce fissa, quattro in tutto, luce bianca candida, nell’aria c’è una vibrazione simile a quella delle ali dell’ape, bzz, mentre l’acqua del fiume fruscia lenta e insidiosa e continua a scavare e a penetrare, lima sorda contro gli argini, ha tempo, ha tanto tempo, può rimanere dopo tutto, dopotutto può rimanere senza che nessuno pensi di intervenire in nessun modo, ci sono gli argini a farlo, tutto è già stato pensato e previsto a tempo debito, l’usura è lentissima e va oltre la durata della vita dei diretti interessati, dei responsabili, e non sto parlando di alluvioni, ma della normalità, nessuna eccedenza, nessun pericolo, nessun cataclisma, nessuna pioggia torrenziale, tutto regolarmente placido nell’incessante scavo che segna una ruga profonda che si dilata nel tempo, e mi chiedo se questo sia uno schema, dato che pare non serva a niente.

Sento la lingua di Nadia uscire dalla mia bocca, seduta sulle mie ginocchia mi dice, La tua adolescenza è stata accudita e potata in modo che sui rami non spuntasse mai una sola foglia, uno solo fiore, un solo frutto, io la guardo e sento delle lacrime formarsi alla base dell’esofago, il respiro va a scatti irregolari, il cuore non lo so, Come stai adesso? Mi chiede Nadia e io non rispondo.

Il concerto è andato molto bene, dice lei allora.

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