Acque minerali, in Piemonte il record delle fonti
GRAZIE ALLA SUA POSIZIONE AI PIEDI DELLE ALPI LA NOSTRA REGIONE VANTA QUESTO PRIMATO: SONO 71 LE SORGENTI CON 14 AZIENDE IMBOTTIGLIATRICI CHE OCCUPANO 450 PERSONE
di Carlo Tagliani

Forse non tutti sanno che l’Italia è il primo paese in Europa per il consumo di acqua minerale naturale. Ogni anno, secondo le statistiche, si beve e si consuma una media di oltre 200 litri a persona. Quello che probabilmente ancor meno conoscono è che, per la sua posizione ai piedi delle Alpi, il Piemonte vanta, tra i suoi numerosi primati, anche quello delle acque minerali naturali. Sul territorio regionale, infatti, sono presenti 71 fonti di acque minerali, 8 fonti di acque di sorgente e 14 aziende imbottigliatrici. Ogni anno vengono prodotti 2,3 miliardi di litri imbottigliati in 1,9 miliardi di bottiglie e recipienti.
“È un settore importante per il nostro sistema industriale — hanno dichiarato Raffaele Gallo e Claudia Porchietto, presidente e vicepresidente della Commissione Industria — che occupa circa 450 persone qualificate in particolare nelle zone montane, aiutando quei territori a vivere e svilupparsi. L’impatto è importante sia per quanto riguarda i fornitori di queste imprese sia per le ricadute socio-economiche sui territori dove sorgono. Quello delle acque minerali è un settore che permette di far conoscere le eccellenze piemontesi in Europa e nel mondo”.
Quasi tutte di origine alpina, le acque minerali piemontesi spiccano nel panorama nazionale per la loro purezza e leggerezza, dovuta in massima parte agli ambienti incontaminati da cui sgorgano e alle rocce granitiche presenti nelle sorgenti. E se alcune sono diffuse soprattutto in ambito locale, altre hanno varcato con successo i confini
A Crodo il Museo nazionale dell’“oro blu”
Un’ulteriore conferma dell’importanza del Piemonte nell’ambito dell’“oro blu” è data dalla presenza sul territorio del Museo nazionale delle acque minerali, che ha sede a Crodo (Vco), in Valle Antigorio, all’ingresso dell’omonimo parco termale. Con una superficie espositiva di 400 metri quadri, è intitolato alla memoria del ricercatore Carlo Brazzorotto, che ha donato la propria collezione di oltre 80mila etichette e 12mila campioni di bottiglie di acque minerali al Centro studi Piero Ginocchi di Crodo, contribuendo di fatto alla nascita del museo che porta il suo nome. Oltre alle etichette e alle bottiglie della collezione Brazzorotto il museo espone tra i pezzi più pregiati sei linee complete d’imbottigliamento risalenti agli inizi del Novecento, sei campioni di macchine per l’etichettatura, la tipografia storica della San Pellegrino, pubblicità, manifesti e una vasta collezione di documenti e pubblicazioni che spaziano dall’originale del bando del Granducato di Toscana del 1° luglio 1583 sulle acque di Montecatini di Valdinievole (Fi) — il più antico — a testi contemporanei. Non mancano, tra le curiosità, campioni di acqua all’arsenico, radioattiva e artificiale, che — fino alla commercializzazione dell’idrolitina, che diede a ciascuno l’opportunità di creare la propria “acqua su misura” — vide molti stabilimenti impegnati nel tentativo d’imitare il sapore e la consistenza delle acque più famose attraverso l’aggiunta di sali. Il Museo delle acque minerali di Crodo è aperto dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30, da metà giugno a metà settembre. Il resto dell’anno si effettuano visite guidate su richiesta.
www.museonazionaleacqueminerali.it/biblioteca.html
L’acqua ferruginosa dell’Alpe Veglia
LA SECONDA SORGENTE MINERALE PIÙ ALTA D’EUROPA SI TROVA NELL’OSSOLA A 1.753 METRI
di Marco Travaglini
Anche l’Ossola può giustamente oggidì rendersi vantaggiosa per soggiorno estivo colle efficaci sue acque minerali… La sorgente che promette maggior avvenire è quella di Varzo perché si trova in una località preferibile e più elevata sul livello del mare, nell’Alpe di Veglia. Questa si trova all’altezza di 1.753 metri, in un bellissimo ed esteso altipiano delle Alpi Lepontine, che decorrono dal Monte Rosa al Gottardo”.
Il dottor Costantino Alvazzi-Delfrate così scriveva nella sua “Guida all’acqua minerale della stazione climatica d’altezza di Varzo Veglia nell’Ossola”, pubblicata a Torino nel 1892, parlando della “seconda sorgente minerale più alta d’Europa”, dopo quella di Panticosa nei Pirenei.
La sorgente dell’Alpe Veglia si trova nell’alveo del Rio Mottiscia. Nel 1875 due alpini di presidio all’Alpe Veglia notarono questa sorgente, dalla quale fuoriusciva acqua lievemente frizzante che colorava di ruggine le rocce circostanti. Quattro anni dopo le analisi chimiche la definirono “un’ottima acqua minerale acidulo ferruginosa”.
Nel 1883, il Comune di Varzo stipulò un accordo per la durata di nove anni con una ditta di Torino per l’esclusiva di raccolta, trasporto e commercio dell’acqua di Veglia. L’anno successivo, in occasione dell’Esposizione Generale Nazionale del 1884 a Torino, l’acqua di Veglia venne premiata con una medaglia d’argento per le sue proprietà tonico ricostituenti, unite alla “grande conservabilità di quell’acqua aggradevole”.
I riconoscimenti e la fama conquistata dalla sorgente aumentarono l’affluenza di forestieri verso questa splendida conca alpina e così venne costruito un primo posto di accoglienza e ristoro, il mitico albergo Monte Leone (che prese il nome della montagna che domina, con i suoi 3.553 metri, l’Alpe Veglia) finanziato dai soci del Club alpino italiano e inaugurato il 17 agosto 1884.
Bere quest’acqua bicarbonato-calcica-ferruginosa che sgorgava, effervescente e naturale, dalla viva roccia, era diventato il piacere di molti che frequentavano i gruppi di baite dell’alpe. Diverse ditte si mostrarono interessate al suo sfruttamento — tra le quali anche la ditta Branca di Milano (quella del famoso Fernet) — senza tuttavia giungere a un accordo con i Comuni di Varzo e di Trasquera.
Inizialmente l’acqua aveva una portata in uscita di 300 litri ogni ora, ma nel 1907 si ebbe una diminuzione della fuoriuscita a causa di notevoli dispersioni. Negli stessi anni s’avvio la costruzione di un secondo albergo, il Lepontino. Ma l’acqua non venne mai incanalata.
Molti decenni dopo, nel 1981, una forte scossa sismica causò la scomparsa della fonte. Si rese necessario un successivo sondaggio per ripristinare il punto di deflusso dell’acqua.
Il lungo periodo di innevamento del Veglia, la portata limitata e le difficoltà di trasporto hanno di fatto impedito uno sfruttamento commerciale di questa sorgente. Nonostante le buone indicazioni terapeutiche (debolezza organica, malattie polmonari, catarro bronchiale cronico, dispepsie, malattie dell’utero, malattie nervose, malattie vescicali, malattie oculari e della pelle), non se ne fece niente, lasciandola scorrere libera e fresca, a disposizione di tutti. n
I canoni di imbottigliamento aiutano la montagna
In Piemonte sono sedici le società che imbottigliano le acque minerali o di sorgente: si va dai colossi come Fonti di Vinadio a piccole realtà come Pian della Mussa.
La Regione ha introdotto il canone di imbottigliamento nel 2007, poi modificato con una serie di regolamenti. Si tratta di un canone annuo posticipato, calcolato sul quantitativo d’acqua imbottigliato. Per l’anno 2007 il canone era interamente introitato dalla Regione, mentre a decorrere dal 2008 viene ripartito tra i Comuni, le Unioni montane sul cui territorio insiste lo stabilimento o l’area di concessione mineraria, e la Regione Piemonte: 35% ai Comuni, 35% alle Unioni montane e 30% alla Regione. La quota incassata dall’amministrazione regionale è destinata totalmente al Fondo della montagna.
Nel 2013 un regolamento ha apportato alcune modifiche, unificando il canone di concessione, rapportato all’estensione dell’area, con i canoni rapportati ai litri di acqua imbottigliati.
Per i quantitativi di acqua imbottigliata è previsto un canone per scaglioni: 1 euro ogni mille litri d’acqua per i primi 60 milioni di litri d’acqua imbottigliata, 1.10 euro da 60 milioni a 150 milioni, e 1.20 euro per quantitativi superiori. I canoni sono aggiornati annualmente in base al tasso di inflazione programmata. Per quanto riguarda il canone di concessione, l’importo è di 35.56 euro per ogni ettaro o frazione di ettaro di estensione dell’area. Questa quota viene incassata direttamente dalle Province.
Sono state previste anche riduzioni e premialità. Una riduzione del 50% per il vetro a rendere, mentre per quello a perdere è del 30%. Sono state introdotte anche alcune premialità ambientali con una riduzione del 20% per i contenitori ecosostenibili (come la plastica compostabile che può essere smaltita anche nell’organico), e per quelli che hanno una parte di plastica pura e una riciclata.

