Sei milioni di piemontesi si fanno onore nel mondo

Crpiemonte
Jul 10, 2017 · 11 min read

DALL’ARGENTINA AL KENYA FINO ALL’AUSTRALIA E ALLA CINA, OGGI SONO PIÙ DI DUECENTO LE RAPPRESENTANZE CHE TENGONO VIVA LA STORIA E LA CULTURA DELLA NOSTRA REGIONE A PIÙ DI UN SECOLO DAI PRIMI TRASFERIMENTI DI MASSA

di Mario Bocchio

C’è stato un tempo in Argentina, nelle zone più profonde e remote, quelle strappate dalle mani forti dei nostri compatrioti alla sterpaglia, in quella parte di mondo ridisegnata da loro, in cui il piemontese era la lingua ufficiale.

Qui capisci quella che Edmondo De Amicis definì “l’opera gigantesca dei nostri, a cui un giorno o l’altro la storia dell’Argentina dovrà solennemente pagare il debito di gratitudine”.

Se le emigrazioni raccontano storie uguali sotto ogni cielo e ogni cultura, tuttavia l’emigrazione piemontese nel mondo ha una sua cifra specifica. I contadini sono andati dove c’era terra da arare. E hanno lavorato con fatica e sudore, hanno fondato paesi e città, conservando la dignità dei cuori e tenendo la memoria accesa. Oltre i contorni geografici che conosciamo c’è un altro Piemonte, appartiene alla topografia della mente e del cuore, c’è una storia da scrivere e da continuare, insieme a loro.

Duecento uffici di rappresentanza

Disseminate un po’ dovunque nel mondo esistono circa duecento associazioni e rappresentanze piemontesi. A loro va riconosciuto — come ha più volte sottolineato Michele Colombino, fondatore e presidente dell’Associazione dei Piemontesi nel mondo — il merito di preservare, da oltre un secolo, il legame fra il Piemonte e i nuovi Paesi di insediamento, mantenendo viva un’appartenenza identitaria che non solo resiste davanti al progressivo esaurimento, per cause naturali, della prima generazione dell’emigrazione, ma che è capace di fare presa sulle nuove generazioni.

Un monumento ricorda le origini

Come è nata l’idea di creare questa associazione? Ha radici lontane: nel 1945, finita la guerra, due ex partigiani di San Pietro Val Lemina (tra Torino e Pinerolo) i fratelli Culasso, partirono per andare a cercare fortuna proprio in Argentina. Dopo diversi anni tornarono e vollero incontrare Michele Colombino perché in quegli anni era sindaco. Gli raccontarono che in quella terra lontana non era insolito sentir parlare piemontese. Gli dissero che sarebbe stato bello celebrare in qualche modo questo legame. E così venne deciso di creare un monumento intitolato “Ai Piemontesi nel mondo” per tenere vivo il ricordo. L’opera dello scultore Gioachino Chiesa di Bra venne inaugurata il 13 luglio 1974 a San Pietro Val Lemina e per l’occasione dall’Argentina arrivarono trecento persone.

Tre figure asciutte, due uomini e una madre che regge in braccio il piccolo. Visi scavati, senza sorriso, ma pieni di quella dignità che solo il lavoro può dare. I due uomini sono impegnati nella fatica quotidiana. Uno scava la terra con un badile, l’altro la pietra con il martello e un picchetto. La donna sta fra loro, in piedi. Le tre figure sono collocate ad una base i cui contorni ricordano la geografia del mondo. Il tutto poggia su un blocco di cemento la cui forma, anche nelle intenzioni dell’autore e dei promotori, simboleggia la prua di una nave. Il monumento ricorda come, se qualche volta è ricchezza, l’emigrazione sia sempre duro lavoro, sofferenza e privazione.

Qualche anno dopo nacquero l’associazione Piemontesi nel mondo e il Museo regionale dell’emigrazione a Frossasco (To).

La prima è datata 1981, e in tutti questi anni ha costituito e coordina le circa duecento rappresentanze e filiali in Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Olanda, Russia, Spagna, Canada, Stati Uniti d’America, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Messico, Nicaragua, Paraguay, Perù, Santo Domingo, Uruguay, Venezuela, Kenya, Sud Africa, Cina e Australia. Prima della sua costituzione ne esistevano soltanto sei: tre in Argentina, una in Australia, una in Svizzera e una in Francia. I contatti con le associazioni all’estero avvengono tramite il notiziario informativo mensile “Piemontesi nel mondo”, diffuso e ripreso dai media nazionali e internazionali, una fitta corrispondenza via email, il portale Internet, ed anche raduni, convegni e incontri periodici in Piemonte e all’estero. Ha dato vita a numerose iniziative nel campo promozionale, di impegno e di immagine, tra cui il Premio internazionale biennale, poi istituzionalizzato dalla Regione Piemonte, “Piemontese nel Mondo”, conferito ai corregionali che si sono affermati in vari settori e la “Festa del Piemonte” in varie località, prevista dalla legge regionale n. 26 del 1990. Ha poi ottenuto numerosi riconoscimenti, come quelli del Consiglio regionale del Piemonte (1990) e delle Giunta regionale del Piemonte (2004), mentre nel marzo del 2014 la Presidenza generale è stata ricevuta e citata ufficialmente da papa Francesco in piazza San Pietro, in occasione del 40° del monumento “Ai Piemontesi nel Mondo”.

Il museo di Frossasco

Il Museo dell’emigrazione è aperto dal settembre 2006 ed è stato realizzato dall’Amministrazione comunale di Frossasco e dalla stessa associazione Piemontesi nel mondo, con il supporto della Regione Piemonte, dell’allora Provincia di Torino e dell’Università del capoluogo piemontese.

Siamo davanti ad un moderno contenitore di suggestioni e richiami, che recupera importanti spaccati di storia del nostro Paese ed allo stesso tempo impiega le tecniche moderne del video, delle interviste e della multimedialità. Il Museo offre spunti interessanti e variegati, per muoversi all’interno di un tema ricco di sfaccettature (i motivi della partenza, il viaggio, i lavori, la corrispondenza epistolare, l’integrazione, gli scontri e gli incontri culturali, l’emigrazione di ieri e l’emigrazione di oggi). Le immagini ingrandite che evocano l’epopea degli emigranti piemontesi e le scene d’ambiente ricostruite, anche di repertorio, descrivono situazioni tornate drammaticamente attuali in questi anni e possono stimolare soprattutto gli studenti ad una conoscenza più approfondita di vicende ed esperienze che hanno spinto i nostri emigrati a cercare “la Merica” anche dove non era possibile trovarla.

I gemellaggi con il Sud America

Proprio grazie all’attenzione verso chi negli anni emigrò soprattutto in Sud America si decise di promuovere anche, attraverso l’associazione, i gemellaggi tra città piemontesi e argentine. Con un supporto storico di grande significato, capace di imprimere una svolta determinante alle relazioni ufficiali fra Argentina e Italia avviate e sottoscritte nel 1837 dal Regno Sardo-Piemontese, prima potenza nel mondo a riconoscere la Repubblica Argentina (nata dalla fusione della Repubblica di Buenos Aires e di quella di Rio della Plata). Sono oltre sessanta i gemellaggi fatti in questi anni, come ad esempio quelli tra Torino e Cordoba e tra Alessandria e Rosario di Santa Fè. Si sono stretti gemellaggi anche con altre realtà in altri continenti. Agli inizi del XX secolo il paese di Conzano, nel Monferrato casalese, subì una massiccia emigrazione dei suoi abitanti in Australia, soprattutto nel Queensland settentrionale. Per ricordare questo evento, nel 1992 il Comune si è gemellato con la cittadina australiana di Ingham, mentre la vecchia piazza d’Armi è stata rinominata piazza Australia.

Ma i gemellaggi non sono soltanto un atto formale. Ad ogni cerimonia decine di persone arrivano in Piemonte con vecchie foto e lettere di parenti, alla ricerca di legami ormai lontani. Si vedono spesso scene di commozione quando le famiglie si riuniscono e finalmente con i propri occhi vedono quella terra che finora avevano solo potuto immaginare grazie ai racconti dei loro padri e dei loro nonni. E per quanto le nuove generazioni siano ormai perfettamente integrate e conoscano bene la lingua spagnola, una traccia delle loro origini negli anni l’hanno mantenuta: il dialetto piemontese.

Nel 1999 il primo raduno

L’iniziativa della prima Conferenza dei Piemontesi nel mondo, che si è svolta a Torino nel 1999, è nata dalla collaborazione fra il Consiglio e la Giunta regionale del Piemonte, gli Stati generali e la Federazione internazionale Piemontesi nel mondo. Si è voluto ascoltare e mettere a confronto le voci e le competenze di coloro che vivono e lavorano all’estero, per tracciare un identikit dell’emigrazione piemontese alle soglie del terzo millennio. È stata una riflessione che gli Stati generali del Piemonte hanno indicato fin dal loro insediamento, nel 1996. Nel percorso alla ricerca dell’identità piemontese e delle sue forme istituzionali, gli Stati generali hanno sentito con forza il desiderio di fotografare l’altro Piemonte: il Piemonte innestato nel mondo, il Piemonte fuori dai confini, che attraverso i suoi uomini e le sue imprese allaccia legami, propizia scambi economici e osmosi culturali, trapianta competenze e ne riceve in cambio opportunità.

I piemontesi nel mondo sono oggi oltre sei milioni e l’attuale generazione mostra in progressione crescente una chiara volontà di recuperare la ricchezza dei propri geni culturali e linguistici, con significati che la globalizzazione nell’economia e nelle comunicazioni rendono del tutto nuovi.

Il Piemonte in Argentina

“Ho preso tre aerei, ho fatto scalo a Madrid, a Santiago del Cile, ho attraversato l’Oceano, passato due volte la catena delle Ande e mi sono trovata a casa. Cattedrale barocca di Córdoba, con i campanili decorati dalle stesse ‘teste di indio’ di Palazzo Carignano a Torino. Non per questo la città è gemellata con Torino. Più probabilmente perché in quella curva antica di Argentina c’è un grande stabilimento Fiat. Ma lo stupore vero è nei volti, negli occhi, nei pensieri nei sogni di tante persone che portano i nostri cognomi. Alla messa grande della domenica non ti senti da un’altra parte del mondo, sotto un altro cielo, nell’emisfero della Croce del Sud. Pensavo: sono a Carignano, a Racconigi, nel duomo di Casale. ‘Hermanos daros la paz’. Pace, la paz: gesti, profili, andature delle terre di Piemonte, con un sorriso, una dolcezza in più”. La testimonianza è quella di Albina Malerba, direttrice del Centro studi piemontesi, autrice di un interessante diario di viaggio dall’Argentina, pieno di sentimento e di pathos.

E poi l’incontro con le persone, con le storie scritte nella grammatica dei loro nomi: Tribaudino, Antoniotti, Maccagno, Culasso, Tonda, Borda Bossana, Quaglia, Barotto, Sandrone, Rossetto, Bussone, Bergoglio…

Ognuno è un luogo, un paese mai visto, un crocicchio di strade, di racconti lontani, di parole quasi dimenticate. Le parole raccontano i posti da dove sono venuti i padri. Tutto appare così lontano nei giorni e nelle terre, ma tutto così presente, vicino. La Ruta 19 collega Córdoba a San Francisco: è una strada dritta lunghissima che si inoltra, per i Caminos de La Sierras, nella sterminata pianura. Appena prima di leggere il cartello “San Francisco Ciudad hermanada con Pinerolo”, una piccola Mole Antonelliana e il Monumento Nacional al Inmigrante Piemontés sono il benvenuto che San Francisco porge a chi arriva. È come un simbolico racconto dei suoi poco più di cento anni di storia: la città è stata fondata nel 1886 e i piemontesi c’erano già. I primi abitanti e veri fondatori furono i Casalis. E oggi sono Casalis, Bocca, Gozzarelli, Olivero, Martino, Filippa, Mina, Cambursano, Callieri Mina, Racca, Giletta, Macchieraldo, Gianoglio, Boero, Panero, Bono, Carignano, Scarafia, Aghemo, Barberis, Giuliano, Comba, Baravalle, Cerutti, Scaglia, Griffa…

Le valigie e il camposanto

Basta sedersi alla Confitería La Palma e nel giro di pochi minuti qualcuno ti parla, e quando dici che vieni dal Piemonte e parli piemontese, allora si fa crocchio, altri si fermano, ognuno ha qualcosa da raccontare. La Fundación Archivo Gráfico y Museo Histórico de la Ciudad de San Francisco y la Región, conserva oggetti, carte, fotografie, ritagli di giornali, lettere, ricordi dell’inizio della città, dei pionieri, dei primi immigrati. Restano negli occhi i grandi ovali fotografici che ritraggono i coniugi Barotto (1886), e una stanza con una raccolta di valigie. Le valigie! Contenevano tutto il patrimonio che la maggior parte dei piemontesi si sono portati con sé, insieme alle braccia per coltivare la nuova terra. Per trovare il primo posto abitato bisogna inoltrarsi nel “Campo”. Dell’antico insediamento è rimasta la chiesa e poche altre case sparse. E il piccolo camposanto isolato nella campagna, circondato da un muretto e da un estremo silenzio. Appare improvviso come un’isola. Qui sono sepolti i primi piemontesi. Antiche pietre ormai scolorite, altre rinfrescate di recente, piccole tombe nella nuda terra, cappelle, con incisi i nomi di quanti lì nella più vasta solitudine hanno visto il sorgere e il tramontare della loro seconda vita. All’ingresso una lapide ricorda Don Alejandro Sema che con la moglie Doña Leonor Chianalino furono i primi immigrati piemontesi arrivati a Plaza San Francisco, il “noble iniciador del cultivo agrícolo en estas tierras generosa”. Attraverso quel palmo di terra leggendo come una preghiera ogni nome, tutti nomi di famiglia piemontesi. Un rosario di Ferrero, Barberis, Quaglia, Garbarini, Blanda, Morra, Musso, Portaluppi, Filippa, Cornaglia, Borello…

“Sento di camminare in un luogo sacro, consacrato dai nostri, benedetto dalle vite che han trovato qui orizzonte, il loro sud e il loro nord, qui han racchiuso per sempre la loro voce — conclude Albina Malerba -. Il trascendente silenzio ha come echi lontani di parole interrotte. Come deve essere stato morire così distante dalla terra lasciata per altra terra, per un mare di terra, per un cielo stellato di altre stelle? Deve essere stato come morire la prima volta e consacrare con quella sepoltura la terra straniera, terra che per quel gesto diventa suolo di patria. In questo piccolo camposanto di Plaza San Francisco senti la sacralità del morire. Qui è il posto che ha dato radici ai piemontesi d’Argentina, la terra diventata la nostra terra. È come toccare un inizio”. n

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Carouge, un avamposto dei Savoia in Svizzera

Giungendo da Ginevra, appena superato il ponte sull’Arve in direzione di Carouge, ci si trova improvvisamente in uno scenario urbanistico del tutto diverso. A pochi chilometri dal centro ginevrino, si aprono le vie di quella che sembra a prima vista una cittadina piemontese. Qui il tempo quasi pare essersi fermato, sotto il profilo architettonico, al Settecento.

La città, all’incrocio di quattro importanti vie di transito, era nota già in epoca romana. Nel medioevo passò sotto il controllo sabaudo, mentre l’influenza dei Savoia si allungava in Europa. Per secoli Carouge ebbe un peso marginale rispetto ad altre città degli Stati sabaudi, ma il suo destino cambiò quando questi persero Ginevra. Divenne un avamposto strategico, dal quale furono mantenute vive rivendicazioni e pressioni sul Ginevrino, repubblica calvinista.

Nel 1754, la sovranità di Ginevra fu riconosciuta anche dalla corte di Torino. Carouge, rimasta sabauda e con popolazione quasi totalmente cattolica, fu trasformata velocemente in un centro capace di far concorrenza al distretto ginevrino sotto il profilo economico, politico e religioso e di essere la testa di ponte di nuove vagheggiate espansioni europee. I sovrani favorirono con franchigie fiscali l’insediamento di industrie e commerci, promossero fiere e trasformarono la città, passata in breve da meno di 600 a quasi 5.000 abitanti, in capoluogo di provincia, annettendole 42 paesi prima facenti parte del Chiablese e del Faucigny.

La vorticosa crescita avvenne grazie ad originali piani regolatori e progetti urbanistici. Geniale in particolare fu l’intervento di Filippo Nicolis di Robilant, che seppe inglobare senza sopprimerlo, il nucleo urbanistico originario formatosi a cavallo della strada romana di Ginevra. Anche se i lavori per attuarlo procedettero rapidamente, molte opere restarono incompiute a causa dell’occupazione del 1792 da parte della Francia rivoluzionaria. Nel 1814, alla Restaurazione, Carouge fu restituita al Piemonte ma già, due anni dopo, col trattato di Torino del 16 marzo 1816, fu definitivamente annessa a Ginevra. (db)

Festa del Piemonte

Si è svolta il 20 maggio a Frossasco, nel Museo regionale dell’emigrazione-Museo del gusto, la Festa del Piemonte 2017, intitolata “Storia, attualità, futuro, tra cultura, scienza, imprenditoria, gastronomia ed eccellenze piemontesi in Piemonte e nel mondo”.

Alla presenza dell’assessora regionale all’Emigrazione, Monica Cerutti, dopo il saluto del presidente dell’Associazione Piemontesi nel Mondo, Michele Colombino, sono stati assegnati cinque premi “Piemontesi protagonisti 2017”: alla Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro Onlus, al professor Alberto Bardelli, dell’Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo, a Giacomo Lorenzato, de L’Artistica Savigliano Srl; a Gian Luca Demarco, chef in Lituania, e ad Enrico Zoppi, giovane imprenditore in Irlanda. È intervenuto anche il Trio musicale dell’Associazione (Fabio Banchio, Luca Zanetti e Michelangelo Pepino), alla memoria del giornalista Gianfranco Bianco. Poi attestati di merito, menzioni speciali e un ricordo musicale del maestro Michele Corino, deceduto nel gennaio scorso a San Francisco all’età di 98 anni.

La Festa del Piemonte celebra, come recita l’articolo 2 della legge regionale n.26 del 10 aprile 1990, il giorno anniversario della promulgazione dello Statuto regionale, avvenuta il 22 maggio 1971.

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