Dialoghi con il Dragone

SONO CIRCA 20MILA I CINESI CHE VIVONO IN PIEMONTE. UNA COMUNITÀ SEMPRE PIÙ APERTA ALLE RELAZIONI CON IL TERRITORIO, DALLA CULTURA AGLI AFFARI

di Alessandro Bruno

C’è un’opera di marmi policromi che racconta la storia cinese all’interno del Millennium Centre di Pechino, sede delle riunioni ai massimi livelli del Partito comunista di Cina. In questo monumento, con gli eroi cinesi del secondo millennio, c’è posto solo per due occidentali: il patrizio veneziano Marco Polo e il gesuita maceratese Matteo Ricci, matematico, cartografo e sinologo vissuto tra il XVI e il XVII secolo. Forse non è un caso, o forse è solo il segno di quella superpotenza della storia che era l’Italia. Certo che, freschi delle celebrazioni dello scorso anno per il 40° anniversario dello stabilirsi delle relazioni diplomatiche tra Unione europea e Cina, è ora di cambiare marcia nei rapporti con il Paese del Dragone.

In aprile, a Torino, si è discusso su questo tema in un incontro presso la Fondazione Crt con l’intervento di personalità del calibro del presidente emerito della Commissione Ue e già premier del Governo italiano Romano Prodi, del rettore dell’Università degli studi di Torino Gianmaria Ajani e del coordinatore del Sistema ToChina Giovanni Andornino.

Nel confronto, alla presenza dell’ambasciatore di Cina Li Ruiyu, è emerso quanto gli Stati membri procedano in ordine sparso e quanto, in questa sterile competizione tra europei, l’Italia, nonostante le tante carte da giocare, viva una condizione di fragilità. L’interesse reciproco tra Italia e Cina è però evidenziato da rapporti peculiari e inaspettati in settori specifici al di là di una più organica strategia europea e nazionale, che sembra non essere ancora a punto.

Piano di cooperazione sanitaria

Nelle statistiche degli ultimi anni si legge che i paesi che imitano maggiormente i prodotti italiani sono Cina, Stati Uniti e Australia. Una situazione caratteristica dell’agroalimentare e dell’industria del lusso, che induce a pensare al più popoloso paese del mondo come a un “nemico” nel commercio più che a un partner di eccellenza pieno di opportunità e di rispetto verso l’Italia.

In realtà, vi sono peculiarità inaspettate: in un rapporto del 2014 dell’ambasciata cinese si legge che “L’Italia offre disponibilità — attraverso l’esperienza delle sue Regioni — a trasferire la propria cultura sanitaria, accompagnando le iniziative private di gestione specialistica e tecnologica dell’organizzazione ospedaliera nel territorio. Il rapporto pubblico-privato è un successo del sistema italiano di gestione congiunta delle strutture sanitarie, che può essere realizzato in Cina sulla base delle esigenze locali”.

Il nostro sistema sanitario, spesso poco “profeta” in patria ma valutato tra i primi tre al mondo dall’Organizzazione mondiale della sanità, è oggetto di ammirazione e lecita imitazione da parte del gigante asiatico.

Nei prossimi tre anni centinaia di camici bianchi cinesi verranno formati nelle nostre strutture sanitarie grazie all’intesa firmata il 4 luglio scorso tra Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) e Ministero della Sanità di Pechino.

All’inizio dell’anno il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha firmato, con l’omologo cinese Li Bin, il nuovo Piano di azione triennale sulla cooperazione sanitaria tra Italia e Cina. Il Piano intende proseguire e sviluppare le relazioni tra i due paesi nei settori della gestione dei sistemi sanitari, farmaceutico e biomedicale; della sicurezza alimentare e nutrizionale; della ricerca e della formazione di manager e di medici cinesi; dei servizi sanitari (telemedicina, sanità elettronica e informatizzazione dei dati); dell’assistenza agli anziani; della salute della donna e del bambino.

Già nel 2001 la sanità “made in Piemonte” era protagonista: i medici del San Giovanni Bosco insegnavano pronto soccorso in Cina. Il modello di emergenza creato dall’allora Asl 4 venne adottato in 18 ospedali, fra cui il General Hospital di Pechino, centro di riferimento per altri 300 ospedali militari. Centinaia di medici e infermieri cinesi, inoltre, vennero a studiare nel capoluogo piemontese. Il modello Torino fu utilizzato in Cina nell’intera riprogrammazione della politica sanitaria ospedaliera, e fu alla base del sistema d’emergenza per le Olimpiadi di Pechino 2008. In cambio, i dottori del San Giovanni Bosco impararono la medicina tradizionale cinese e tibetana, che può essere utilizzata per risolvere alcuni casi non gravi che passano attraverso il pronto soccorso.

La cultura riduce le distanze

La comunità cinese in Italia, che in Piemonte — lo scorso anno — contava circa 20mila persone, si connota sia per la laboriosità sia per la complessità del rapporto con gli italiani, a cominciare dalle difficoltà legate alla lingua, così diversa da quella italiana e da quelle europee, e d’impostazione sociale, familiare e giuridica.

Il capoluogo piemontese, comunque, promuove oggi con successo rapporti culturali con la Cina. Ne sono esempio quelli con il Teatro Stabile e il Teatro Regio di Torino. Il primo nel 2014 ha ospitato Meng Jinghui, il più celebre regista di prosa cinese, e lo scorso anno è stato ospite, con “L’Avaro”, al Festival internazionale di Wuzhen. Il secondo, lo scorso settembre, in occasione di “Mito”, ha ospitato la rappresentazione de “Il ragazzo del risciò”, la prima opera lirica interamente prodotta in Cina, che ha coinvolto anche gli studenti torinesi di cinese che, dietro le quinte, hanno dato supporto alla troupe. L’Istituto italiano di cultura presso l’ambasciata italiana di Pechino — inoltre — è attualmente diretto da Stefania Stafutti dell’Università di Torino.

Gli investimenti cinesi in Italia, dal 2014, stanno aumentando. I flussi in entrata sono stati superiori a 10 milioni di euro nell’ultimo biennio con una significativa inversione di tendenza. Questo si accompagna a un forte interesse verso le tecnologie di punta e le competenze produttive più avanzate, delle quali il nostro territorio è particolarmente ricco

Il ruolo del mondo accademico

Per creare un ponte sempre più solido tra le culture italiana e cinese nelle università piemontesi ci si dà parecchio da fare. Gli accordi bilaterali con la Cina sono ormai arrivati a 22, e il sito dell’Ateneo torinese ha dal 2014 una versione cinese. Questo in continuità con l’Ufficio scolastico regionale, che ha sottoscritto un accordo di rete con l’Istituto Confucio per la promozione dell’insegnamento della lingua cinese nelle scuole piemontesi.

“Un hub della conoscenza integrata per l’impegno intelligente con la Cina contemporanea” è lo slogan del ToChina Centre, capofila di un sistema integrato composto da diversi partner e che comprende l’omonimo centro dell’Università di Torino, Escp Europe business school (Campus di Torino), l’Istituto di ricerca indipendente Torino World Affairs Institute (T.wai) e le Università cinesi Zhejiang University di Hangzhou e Beijing Foreign Studies University e Peking University di Pechino. Nato nel 2007, ToChina è ormai il più importante centro universitario italiano di ricerca e formazione sulla Cina contemporanea. Dipende dal Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino e comprende un corso in “China and Global Studies”, con numerosi insegnamenti su tematiche storiche, economiche, politiche e sociali riguardanti la Repubblica popolare cinese e le regioni dell’Asia orientale. Vi è la possibilità, per studenti altamente meritevoli, di intraprendere un percorso di laurea binazionale con una università cinese. Il ToChina Centre ha ideato numerosi programmi di studio aperti anche a soggetti esterni che hanno coinvolto studenti da una quindicina di paesi diversi, con docenti australiani, statunitensi, inglesi, italiani, russi e cinesi. Il programma di punta, il ChinaMed Business Program è un corso intensivo di business internazionale, management interculturale e strategia d’impresa per la Cina. Le attività del ToChina Centre sono supportate anche da finanziamenti provenienti da Fondazione Crt e da Compagnia di San Paolo.

“Gli studenti iscritti a Scienze internazionali provengono per più della metà da fuori regione e circa il 50% proviene da lauree triennali dell’Università di Torino ma non mancano laureati dalle principali università italiane — spiega Kavinda Navaratne, Program manager di ToChina — e grazie all’attività integrativa e al ChinaMed Business Program, è stato creato il network ToChina Alumni che riunisce gli ex allievi. Il tasso di occupazione supera il 90% a tre mesi dalla fine del programma o della laurea in Scienze internazionali”. n

www.tochina.it

http://www.crpiemonte.tv/cms/approfondimenti/item/2264-l-istituto-confucio-di-torino

Per relazioni stabili ci vuole costanza

intervista a Giovanni Andornino

Il direttore del ToChina Centre, Giovanni Andornino, è docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale all’interno del corso di laurea magistrale in Scienze internazionali dell’Università di Torino.

Cosa possiamo fare per migliorare le relazioni con la Cina?

È urgente attrezzarsi per poter intercettare le opportunità del nuovo ciclo di espansione degli interessi cinesi all’estero e approfondire la conoscenza dell’interlocutore per comprendere gli incentivi che lo muovono. Abbiamo 700 studenti cinesi all’Accademia Albertina, 800 all’Università di Torino e 1.600 al Politecnico di Torino: una vera opportunità di scambio culturale mentre siamo di fronte a un processo di maturazione del mercato cinese. Tuttavia, al momento, non abbiamo le strutture di distribuzione degli altri paesi avanzati, siamo frantumati e non facciamo sistema. Ci vorrebbe una regia politica e una consapevolezza necessaria per cogliere quelle opportunità collegate, per esempio, a una efficace gestione della logistica in Italia.

Qual è l’apporto del ToChina centre?

Numerosi sono gli studenti che dalla Cina vengono a ToChina per imparare a relazionarsi con l’Occidente, ma i talenti arrivano da ogni parte: il 65% degli iscritti al profilo “China and global studies” della laurea magistrale in scienze internazionali non sono piemontesi. Avere la fortuna di svolgere delle lezioni di fronte a una platea di studenti così variegata crea una chimica effervescenza e una curiosità tali da rendere l’apprendimento molto più intenso.

Come sono i rapporti con le comunità locali cinesi e gli italiani?

I rapporti con le nostre comunità locali sono ottimi: la seconda generazione di cinesi partecipa alle nostre attività e svolge importanti iniziative d’integrazione.

Vediamo arrivare ragazzi intraprendenti, italiani e cinesi, che meritano di essere valorizzati. Importante è anche l’apporto delle due fondazioni bancarie di Torino, che ci consentono di mantenere i costi delle attività extracurriculari accessibili a tutti, a prescindere dalle condizioni di reddito.

Un suggerimento per il futuro?

La competitività del nostro territorio è notevole: il Piemonte è ricco di eccellenze che interessano il nostro partner cinese. La scommessa è uscire dalla nostra zona di “confort”, dalla prospettiva unica e “comoda” dei nostri partner storici, con impegno e costanza: la Cina non è un paese per centometristi ma per maratoneti.

Imparare a fare impresa, dal Poli a Canton

intervista a Enrico Macii

“Privilegiando da tempo l’internazionalizzazione, il Politecnico ha una comunità cinese che conta ben 1.600 studenti che rappresentano il gruppo più numeroso nell’ambito dei 6.000 studenti stranieri iscritti”, afferma Enrico Macii, professore ordinario di Sistemi di elaborazione delle informazioni e vicerettore del Politecnico di Torino con delega agli Affari internazionali.

Può farci alcuni esempi di attività con la Cina?

Nella provincia del Guangdong ci sono impianti industriali di Fca, Magneti Marelli, Piaggio e altri marchi dell’indotto auto. Con una joint venture di Fiat Chrysler, per esempio, da pochi mesi è stata avviata in Cina la produzione della Jeep Renegade insieme al partner locale Guangzhou automobiles (Gac) nel nuovo e più grande sito produttivo automobilistico di Cina, a Guangzhou. Abbiamo aperto un nostro centro presso l’Università di Canton, che si chiama Scut, proprio per promuovere il partenariato in ricerca e sviluppo insieme alle aziende italiane nel Guangdong. Una operazione analoga è stata attuata anche con gli atenei di Pechino, Shanghai e Honk Kong.

Nei rapporti con la Cina vi è ancora un ritardo rispetto ai maggiori partner europei e mondiali?

Il panorama italiano è a macchia di leopardo, ma il Politecnico e il sistema universitario piemontese in genere, sono tra i migliori in Italia e in Europa, al punto da essere fonte d’ispirazione se non d’imitazione. Basti pensare che nell’ultimo viaggio del presidente del Consiglio in Cina, lo scorso novembre, tra le varie personalità della delegazione italiana era presente il rettore dell’Ateneo, Marco Gilli. E ancora un mese fa il rettore, al seguito della delegazione guidata dal ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, ha partecipato a un incontro con i referenti del nostro ufficio presso l’Università di Hong Kong.

Quali sono le iniziative più interessanti?

Innanzi tutto lo scambio di studenti con l’Università di Canton: i nostri frequentano per un anno in Cina e i cinesi un anno a Torino trascorrendo sei mesi in università e sei in azienda. Le attività del centro del Politecnico a Canton sono guidate da un piano industriale che definisce le priorità delle attività in modo che siano funzionali al dopo laurea. Il rettore ha siglato a Canton un accordo che permette la validità del dottorato di ricerca al Politecnico e alla Scut. A Hong Kong, poi, siamo coinvolti nel parco tecnologico nel quale cerchiamo di promuovere i brevetti, le start up e le aziende che vengono ospitate. In questo modo intendiamo agevolare chi non ha ancora la capacità di muoversi autonomamente nel mercato asiatico: una vera e propria attività di supporto alle imprese italiane medie e piccole.

Molto è stato fatto ma, probabilmente, rimane ancora molto da fare…

Il problema più grosso da affrontare è rappresentato dalla moltitudine di norme complesse e limitanti. L’attuale quadro legislativo non consente di trattenere gli studenti cinesi dopo la laurea se non per un ulteriore periodo di formazione. Investiamo risorse importanti per formare in maniera più che adeguata studenti che, se potessero fermarsi in Italia, produrrebbero valore aggiunto per il nostro sistema economico. Il Politecnico non ha e non può avere una copertura accademica a 360° e ha risorse umane e, soprattutto, finanziarie limitate. Le sinergie sono necessarie. Fa ben sperare il tavolo sulla Cina costituito presso il Ministero. Auspichiamo che abbia successo e che si riesca a non buttare, così, gocce nell’oceano.

www.polito.it

Nuove generazioni impegnate per la cooperazione Piemonte-Cina

IL PROGETTO DI UNDICI GIOVANI ORIENTALI BILINGUE, RESIDENTI IN ITALIA, PER INCORAGGIARE LA COLLABORAZIONE FRA I CINESI E FAVORIRNE L’INTEGRAZIONE NELLA SOCIETÀ ITALIANA

di Alessandra Quaglia

Nuova generazione italo-cinese (Angi) è un’associazione senza scopo di lucro fondata nel 2007 a Torino da undici giovani cinesi bilingue residenti in Italia, tra cui l’attuale presidente Cheng Ming (nella foto con un gruppo di docenti in visita all’associazione), con l’obiettivo d’incoraggiare la collaborazione fra i cinesi di nuova generazione, di favorire l’integrazione nella società italiana e di promuovere il dialogo e lo sviluppo di rapporti culturali tra le comunità italiana e cinese. Angi ha fondato il Centro di lingua e cultura cinese in collaborazione con la Shanghai Internazional Studies University, ha attivato il Centro formazione di lingua e cultura italiana per immigrati cinesi in collaborazione con l’Università per stranieri di Siena e ha fondato il Centro di scambio economico italo-cinese. Dal 2016 è operatore per l’intermediazione al lavoro riconosciuta dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, è stata scelta dall’Università dello Zhejiang come referente per l’Italia per accedere al Master of China Studies in inglese, riservato ai cittadini cinesi laureati e con cittadinanza italiana, collabora con l’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte per promuovere lo scambio culturale italo-cinese nel teatro, nella musica, nella danza, nell’arte e nello sport. Insieme alla Camera di commercio di Torino promuove opportunità di business con il Governo provinciale di Shanxi.

“All’inizio ci siamo resi conto che occorreva dare un aiuto pratico ai cinesi residenti a Torino e in Piemonte, in difficoltà anche per la mancata conoscenza dell’italiano — spiega il presidente Cheng Ming. Abbiamo prodotto degli opuscoli bilingue sul sistema tributario piemontese e su come avviare un’attività commerciale, in collaborazione con i Vigili urbani di Torino e la Guardia di finanza. In seguito è stato attivato nella sede uno sportello per richiedere informazioni su commercio, istruzione, formazione e lavoro”.

Angi offre servizi rivolti ai cinesi e agli italiani: “Attraverso il progetto Petrarca della Regione Piemonte — prosegue Cheng Ming — abbiamo attivato il corso di lingua italiana per i cinesi arrivati da poco in Italia, ci occupiamo poi del trasferimento e dell’inserimento dei giovani studenti cinesi all’interno del sistema scolastico italiano, dalle elementari ai licei, agli istituti professionali. Offriamo, inoltre, tirocini formativi di qualità rivolti ai cinesi residenti in Cina che vogliono completare in Italia il percorso di formazione iniziato nel paese d’origine e tirocini per giovani cinesi e italiani, diplomati e laureati in Italia, che intendano arricchire il proprio curriculum con esperienze internazionali in Cina”.

In Angi un team qualificato italo-cinese che conosce i contesti culturali, economici, politici e sociali dei due paesi, delle singole aree geografiche e di settori produttivi specifici, è di supporto allo studente, al singolo lavoratore e all’imprenditore italiano che voglia investire o trasferire l’azienda in Cina.

“Con questo servizio — conclude Cheng Ming — offriamo una consulenza specializzata alla persona che deve inserirsi in un contesto sociale e in un contesto aziendale con regole lavorative e commerciali diverse dall’Italia”. n

www.angitalia.org

Arte, musica e design attirano gli allievi cinesi

I programmi “Marco Polo” (Università e Politecnico) e “Turandot” (Accademia di Belle Arti e Conservatorio), partiti nel 2004 e nel 2009 grazie agli accordi tra lo Stato cinese e il nostro Ministero dell’Istruzione, riserva agli studenti cinesi una quota maggiore di posti rispetto alle altre comunità straniere nelle università italiane. Le preselezioni degli studenti si svolgono in Cina e gli studenti possono presentarsi agli esami di ammissione dopo aver frequentato dieci mesi di corso di lingua in Italia organizzati dall’Università. Il programma “Turandot”, in particolare, riguarda l’insegnamento delle arti, della musica e del design italiani. A Torino sono centinaia ogni anno gli studenti cinesi che presentano domanda per entrare all’Accademia di Belle Arti e al Conservatorio: oggi circa 640 frequentano l’Accademia e 22 il Conservatorio.

“Sono particolarmente dotati nelle materie che esaltano la manualità: pittura, scultura, modellistica, fashion design — sottolinea il direttore dell’Accademia Salvo Bitonti -

mentre hanno più difficoltà nei corsi che utilizzano i termini propri dell’arte”.

La musica e il canto lirico, in particolare, usano termini italiani in ogni lingua, e anche in Cina la nostra musica lirica è molto amata.

“In campo musicale i giovani cinesi scelgono soprattutto i corsi di canto e di pianoforte — osserva il direttore del Conservatorio Marco Zuccarini — la metà tornano in Cina al termine degli studi e proseguono brillantemente la loro carriera”. (fc) n

http://goo.gl/kVlYri

http://goo.gl/BQzeLN

http://goo.gl/GU6imV

Il patrimonio Unesco

Regione Piemonte e Centro estero per l’internazionalizzazione, Ceipiemonte, hanno realizzato il nuovo sito in cinese che promuove il Piemonte turistico tra i cinesi. Da aprile il sito, che è ospitato su un host locale cinese, ha l’obiettivo di far conoscere ai viaggiatori asiatici, agli addetti al travel trade e alla comunicazione, il prodotto Piemonte in Cina. Si possono trovare informazioni utili sul territorio regionale, su come raggiungere il Piemonte, su Torino e i musei, la gastronomia e lo shopping, sui siti Unesco e sulle proposte di pacchetti turistici creati in collaborazione con “BookingPiemonte”.

www.torinopiemonte.cn

Online l’offerta turistica

Il Centro Unesco di Torino e l’associazione Angi hanno realizzato una “Guida al Patrimonio dell’Umanità d’Italia e Cina”, con il patrocinio di Regione Piemonte e del Consiglio regionale del Piemonte.

Pubblicata nel 2015, è stata presentata in occasione del grande evento espositivo Expo Milano 2015. Sono due volumi in cui viene rappresentato il patrimonio Unesco — 50 siti italiani e 47 siti cinesi -

illustrati con fotografie a colori e con descrizioni storico-artistiche bilingue, in italiano e in cinese. Al suo interno si trova la parte dedicata alle Residenze Reali dei Savoia, ai Sacri Monti del Piemonte, ai siti palafitticoli preistorici, ai Paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato. Un’opera che rappresenta il punto di contatto tra due culture con antichissime tradizioni, una presentazione dei paesi dal punto di vista turistico, culturale e artistico. (aq)

Dallo Shanxi a Palazzo Lascaris

Il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus ha ricevuto recentemente a Palazzo Lascaris il sindaco della contea di Ping Yao, che si trova nella provincia di Shanxi, in Cina. L’antica città di Ping Yao è stata riconosciuta nel 1997 dall’Unesco tra i siti Patrimonio dell’umanità per le mura e gli edifici storici ben conservati risalenti alle dinastie Ming e Qing.

Denominatore comune tra Ping Yao e il Piemonte sono proprio i siti Unesco, a partire dal riconoscimento, sempre nel 1997, delle Residenze Reali Sabaude Patrimonio dell’Umanità.

Oltre alla condivisione sul piano culturale, l’incontro in Italia ha avuto lo scopo d’individuare opportunità economiche tra le imprese presenti in entrambe le aree geografiche. (aq)

Torino, una città ideale per studiare

intervista a Shu Wen Jing

Integrarsi con la realtà italiana, torinese e universitaria presenta non poche difficoltà per un ragazzo cinese appena diciottenne venuto a studiare nel capoluogo sabaudo per almeno tre anni. Abbiamo chiesto a Giada (il cui vero nome è Shu Wen Jing), 30 anni, Interior Designer a Pechino, studentessa di Architettura e soprattutto mediatrice culturale a Torino, di spiegarci la scelta di questi giovani.

Perché i ragazzi cinesi e le loro famiglie preferiscono Torino?

È una città più vivibile rispetto a Roma, Milano o Firenze, i costi degli affitti sono più bassi ed è più facile integrarsi. I ragazzi che arrivano hanno spesso solo 18 o 19 anni e sono alla loro prima esperienza all’estero. Le famiglie sono disposte a fare molto per dare la possibilità al loro unico figlio di studiare nelle migliori università.

Che studi scelgono?

La cultura italiana e l’arte in generale esercitano una grande attrattiva sui cinesi. Molti studiano l’italiano già in patria, poi qui seguono alcuni mesi di corso prima d’iscriversi agli esami di ammissione universitaria. Oltre al Politecnico (che ha accordi con l’Università di Nanchino e la sede Fca di Guangzhou), molti scelgono l’Accademia di Belle Arti e il Conservatorio, dove le presenze stanno aumentando.

Quando hanno terminato l’università tornano in Cina?

La maggior parte di loro ha intenzione di tornare nel proprio paese per insegnare musica o arte, oppure per dedicarsi alla musica lirica. In ogni caso la formazione conseguita in Italia è molto quotata da noi e permette di ambire ad un buon posto di lavoro. (fc)

Un partner ingombrante ma prezioso

LA CINA È UN’ECONOMIA DI MERCATO? LA COMMISSIONE UE PER UNA SOLUZIONE CHE NON ESPONGA A SOSPETTI DI PROTEZIONISMO

Sta per scadere la clausola del protocollo di adesione alla Wto (Organizzazione mondiale del commercio), firmato nel 2001, con il quale la Cina aveva promesso che entro dicembre 2016 sarebbe diventata un’economia di mercato. La Repubblica popolare cinese chiede oggi il riconoscimento “automatico” dell’adesione, ma il Parlamento europeo si è sia già pronunciato contro questa ipotesi. La Commissione europea sta elaborando una soluzione che non esponga l’Europa a sospetti di protezionismo e che al tempo stesso non irriti troppo il suo primo partner commerciale. Sintetizzando, si può dire che i rapporti tra Cina ed Europa si basino sul fatto di non poter rinunciare ad un partner tanto prezioso quanto ingombrante, pur nella consapevolezza di doversi confrontare con chi usa regole diverse. Il vero vantaggio competitivo è che questa percezione della Cina, come economia non di mercato, è ben radicata nel consumatore cinese che in generale si fida poco del prodotto cinese e ambisce al prodotto estero, soprattutto nei settori alimentare e cosmetico. In questa ottica, che privilegia il “made in Italy” — per esempio la Centrale del latte di Torino — ha un crescente successo in Cina con i prodotti a lunga conservazione con la garanzia del latte italiano.

Investimenti su shopping e viaggi

Tra le novità degli afflussi turistici in Piemonte si è registrato, nel 2015, il boom di presenze di cinesi nella nostra regione con un +37% e oltre 57mila presenze. I viaggiatori cinesi scelgono il Piemonte in particolare per Torino, Alessandria, Langhe e Roero. Si distinguono, poi, per essere i principali clienti dediti allo shopping, particolarmente attratti dai brand dell’alta moda.

Un risultato ottenuto grazie alle azioni di promozione attivate da alcuni anni dal Centro estero per l’internazionalizzazione del Piemonte — Ceipiemonte, l’Assessorato regionale al Turismo, le Camere di commercio piemontesi e l’Università.

In particolare, il 2015 stato un anno significativo per Expo, durante il quale il Piemonte è stato ospite per venti giorni nel China Corporate United Pavilion, il Padiglione Cina, e in questa occasione ha potuto intensificare i rapporti con interlocutori pubblici, operatori del cibo, giornalisti e imprenditori privati cinesi. A novembre il Piemonte ha partecipato per la prima volta al China International Travel Mark (Citm), riconosciuto come il più grande evento dell’industria del turismo dell’Asia, che si svolge a Kunming, nel sud della Cina e durante la trasferta la delegazione piemontese si è fermata anche a Pechino per incontrare tour operator del settore.

Nel 2016 sono stati organizzati due corsi di formazione rivolti a guide turistiche, strutture ricettive e tour operator piemontesi per analizzare le esigenze e le abitudini del turista cinese. Nel mese di maggio, inoltre, il Piemonte ha ospitato otto tour operator cinesi provenienti da Pechino e Shanghai coinvolti in educational tour sul territorio per conoscere le eccellenze turistiche: la zona dei laghi, le Langhe, le montagne Olimpiche e Torino. n

Passione e rispetto per i prodotti italiani

intervista a Daniele Zibetti

L’avvocato Daniele Zibetti divide il proprio tempo tra Italia e Cina. È socio dello studio Gwa — GreatwayAdvisory, che ha la sede principale a Shanghai e contribuisce alla redazione della guida Doing Business in China, riferimento mondiale del settore.

Quali sono i pregi e i difetti dei partner commerciali cinesi?

I pregi sono la curiosità, la stima e il rispetto verso l’Italia e il prodotto autenticamente italiano, cui fanno da contraltare una non di rado scarsa conoscenza dei prodotti o di come debbano essere utilizzati.

Quanto il cittadino medio occidentale immagina della Cina e dei cinesi è corretto?

È vero che molti cinesi ricchi non hanno una particolare consapevolezza dei propri gusti e si fanno piuttosto trascinare dai marchi che riconoscono come di qualità o costosi. Ma il contenimento della ricchezza legato alle congiunture economiche e la stretta anticorruzione del nuovo premier stanno contribuendo a cambiare le cose.

I cinesi, inoltre, hanno normalmente un approccio molto pragmatico e business oriented che può essere limitante dal punto di vista umano e un aspetto molto negativo è la sempre maggior difficoltà nel trovare luoghi autenticamente e culturalmente “cinesi”, capaci di conservare e tramandare una storia e cultura millenaria che oramai sempre meno cinesi conoscono e comprendono.

Quali aziende piemontesi si stanno affermando?

Selmat di Torino nell’automotive, Bcube di Casale Monferrato (Al) nella logistica avanzata, Riso Gallo che, pur essendo di Robbio (Pv), è proiettata nella zona del riso vercellese. (ab)

Cinesi a Barge e Bagnolo

La presenza cinese nel “distretto della pietra” di Barge e Bagnolo (Cn) è una realtà consolidata da almeno due decenni. Dopo Prato, questa è l’area in cui la comunità cinese esprime la maggiore densità rispetto alla popolazione locale: 1.500 persone che costituiscono circa l’11% dei residenti nei due comuni montani.

Tutto parte da quello che in zona viene definito “l’oro grigio”, ovvero la nota pietra di Luserna, dai caratteristici riflessi verde-azzurro, che ricopre anche la Mole Antonelliana, ha lastricato le corti di molte regge sabaude e oggi viene esportata in Europa e nel mondo.

Secondo i dati di Confartigianato Cuneo, in provincia il settore lapideo, con 220 imprese registrate alla Camera di commercio, vede la massima concentrazione imprenditoriale proprio a Barge e a Bagnolo, con quasi il 50% delle aziende presenti. Se la proprietà delle cave è ancora in mani italiane, sono un’ottantina le ditte cinesi che si occupano della lavorazione e della trasformazione dei prodotti lapidei, impiegando oltre 600 addetti.

In questi anni il settore sta risentendo fortemente della crisi dell’edilizia e delle costruzioni, sia per la staticità del mercato privato sia per la sensibile diminuzione di committenze pubbliche. Inoltre, come segnala Confartigianato, spesso vengono preferite pietre “straniere” rispetto ai materiali autoctoni, anche se è “apprezzabile la sempre maggiore sensibilità di amministrazioni pubbliche, Regione in primis, nel valorizzare le specificità del territorio, dando così nuovi impulsi al tessuto economico locale”. Dal punto di vista socio-culturale, giunti ormai alla seconda o terza generazione di cinesi residenti, si sta verificando una graduale contaminazione tra le due comunità, anche se le differenze permangono in modo evidente. (dt)

Un mercato con molto spazio di crescita

intervista a Michele Straniero

Nipote dell’omonimo giornalista e musicologo piemontese, Michele Straniero lavora in Cina da quindici anni come manager di aziende del calibro di Pinifarina, Comau, Util Industries e Saet Group e si occupa, in particolare, dell’acquisizione di nuovi clienti nell’area orientale.

Perché le aziende italiane aprono sedi in Cina?

La manodopera a basso costo era la ragione principale negli anni ’80 e ’90. Dal 2000 le cose sono cambiate sul piano commerciale. Si produce ancora in Cina perché è più efficiente ed efficace produrre dove ci sono i clienti. Ma lo scopo ora è vendere in Cina: un enorme paese che in quasi tutti i settori merceologici è il mercato più grande del mondo, ancora con tanto spazio di crescita. La produzione a basso costo si sta spostando sempre più verso il Sudest asiatico.

Quali difficoltà incontrano i nostri imprenditori?

Molte aziende italiane si sono decise a investire in Cina quando iniziava a essere troppo tardi per farlo come ricerca del basso costo. Parecchie sono riuscite a cambiare strategia in tempo, passando dalla pura delocalizzazione alla produzione e allo sviluppo della vendita, anche se le piccole aziende italiane hanno ancora difficoltà nell’organizzazione in loco.

Che impatto ha avuto con i colleghi cinesi?

Fino a dieci anni fa i cinesi vedevano gli occidentali come portatori di esperienza tecnica e manageriale. Ora, sicuri del proprio sistema produttivo, sono selettivi ed esigenti e il rispetto professionale va guadagnato sul campo. Seguendo la tradizione confuciana, rispettosa dell’autorità, la Cina favorisce i valori collettivi rispetto a quelli individuali. Lo stile di lavoro italiano, anche se diverso, ci porta comunque a essere apprezzati per l’originalità e la creatività nella soluzione dei problemi. (fc)

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