Il Piemonte in mano ai barbari

DOPO I GOTI, NEL VI SECOLO ARRIVANO SUL NOSTRO TERRITORIO I LONGOBARDI, CHE HANNO LASCIATO PROFONDE TRACCE DEL LORO DOMINIO DURATO OLTRE DUE SECOLI

di Mario Ancilli

Chissà cosa avranno pensato gli abitanti del Piemonte del VI secolo quando videro apparire da est torme di guerrieri a cavallo dall’aspetto truce e armati fino ai denti? Non erano certo i primi barbari a invadere i territori subalpini: gli ultimi erano stati i Goti, che si erano insediati per qualche tempo ed erano stati scacciati dai soldati dell’Impero d’Oriente.

Più feroci della ferocia

Dei nuovi arrivati ne avevano parlato già alcuni storici latini e non in termini lusinghieri. Li descrivevano, infatti, come “i più feroci della ferocia”. Voci di massacri e di saccheggi dovevano essere arrivate da coloro che erano fuggiti al loro arrivo dalle terre friulane e venete. Gli stessi comandanti bizantini, che inizialmente avevano provato ad affrontarli senza successo in campo aperto, si erano trincerati nelle città fortificate confidando in un loro passaggio temporaneo. Speranza effimera: i Longobardi si erano convinti a rimanere sul territorio italiano sopprimendo qualsiasi resistenza. Allevatori, cacciatori, cavalieri ma — soprattutto — temibili combattenti, erano di stirpe germanica e provenivano dalla Pannonia, l’attuale Ungheria, dove si erano stabiliti qualche secolo prima divenendo alleati (foederati) dell’Impero Romano. Erano pagani o ariani e credevano che il terribile dio della guerra Odino, detto “Lungabarba”, li proteggesse in modo particolare: di qui l’origine del loro nome.

Attorno al 568 d.C., guidati da re Alboino su pressione di altre etnie dell’Est, lasciano l’Europa Orientale e invadono il Friuli per poi espandersi in quasi tutta la Penisola eccetto la Liguria, l’Italia Centrale, parte del Sud e le isole, che rimangono sotto il controllo bizantino. L’anno seguente sono presenti nell’Astigiano e nel Vercellese e nel 570 conquistano Torino.

Tutta l’area subalpina è sotto il dominio longobardo ad eccezione della città fortificata di Susa, che costituisce un’enclave imperiale in territorio nemico, resistendo per quasi un decennio grazie alle abilità militari di Sisinnius, comandante bizantino di origine gota, e al supporto più o meno volontario dei vicini Burgundi.

Una regione per quattro ducati

I nuovi invasori ripartiscono il territorio piemontese in quattro ducati dotati di una certa autonomia per quanto riguarda la difesa, la giustizia e l’amministrazione: Torino, Asti, Ivrea e l’isola fortificata di San Giulio, sul lago d’Orta.

Nell’area della capitale subalpina si stabiliscono prevalentemente i Turingi, alleati dei Longobardi e nemici storici dei Franchi. Fin dall’inizio il Piemonte, e in particolare il ducato di Torino, assumono un ruolo strategico per il regno longobardo circondato da nemici potenti: ad ovest i Franchi, che hanno sostituito i Burgundi, a sud i Bizantini, che resistono in Liguria.

I duchi della capitale subalpina sono così importanti che ben tre di essi diventano re di tutta la Longobardia: Agilulfo, che sposa la potente regina cattolica Teodolinda, Arioaldo e Ragimperto.

L’impatto iniziale con le popolazioni locali è devastante: distruzioni, violenze, riduzione in schiavitù e uccisioni. Essendo pochi i nuovi dominatori attuano un brutale regime di conquista. Il numero complessivo degli immigrati nella Penisola è infatti esiguo in rapporto alla popolazione romana. Si stima che la forza d’occupazione sia stata pari a circa 150mila unità tra guerrieri, donne e bambini. Devono controllare vasti territori e si stabiliscono in fare, ovvero strutture militari e sociali costituite dall’aggregazione di gruppi compatti uniti da legami familiari. I nuovi venuti espropriano e, in molti casi, eliminano fisicamente i legittimi proprietari di terre e abitazioni. In un primo momento si stabiliscono dove possono controllare facilmente i punti strategici: le città, le vie di traffico e poi le aree fertili, come attestano i toponimi e i ritrovamento delle necropoli.

“Nonostante numerose ricostruzioni più o meno aderenti alla realtà — osserva Rinaldo Comba, professore ordinario di Storia medievale alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano — è un dato di fatto che mancano fonti scritte che informino in modo diretto sulla percezione che la popolazione locale ebbe della conquista avviata nel 568 da un’agglomerazione di etnie barbariche con prevalenza di Longobardi, guidate da re Alboino. Esse si erano stanziate solo di recente ai confini del mondo romano e avevano, pertanto, con esso scarsissima familiarità: il loro ordinamento militare ancora corrispondeva in gran parte alla loro organizzazione tribale. A informare su quanto allora avvenne fu, oltre due secoli dopo, il racconto del monaco longobardo Paolo Diacono, che, verso la fine del secolo VIII, attingendo a fonti più antiche, scrisse la storia del suo popolo. È tuttavia certo che per la popolazione, già prostrata dalla precedente guerra greco-gotica, l’invasione longobarda fu assai più violenta e dura di quanto tre quarti di secolo prima era stata la conquista ostrogota”.

Le “curtes” e le chiuse

L’economia del Piemonte longobardo è essenzialmente agricolo-pastorale e basata su villaggi rurali, detti curtes, dove risiedono i proprietari terrieri in edifici fortificati e un certo numero di addetti ai lavori. Questi centri sono nuclei agricoli autosufficienti, dove si produce tutto ciò che è necessario per il sostentamento della comunità dal punto di vista alimentare e artigianale. I commerci sono limitati a causa delle ridotte attività produttive e delle pessime condizioni in cui versavano le strade. Le strade imperiali, orgoglio dei genieri romani, sono in parte distrutte, abbandonate e non di rado insicure. Solo nei punti strategici, agli sbocchi delle vallate alpine e appenniniche, sono edificate o più spesso ristrutturate dai Longobardi fortificazioni presidiate da guarnigioni permanenti che controllano il passaggio e dissuadono i predoni. Fra queste si distinguono le Chiuse di Susa e di Bard, situate alla base dell’arco alpino occidentale, su cui passava il delicato confine fra le dominazioni franca e longobarda.

Quando si pensa alle fortificazioni longobarde una serie di miti storiografici di origine prevalentemente ottocentesca, accompagnate da leggende locali, portano a ipotizzare imponenti strutture murarie di calce e pietra costruite in fondo alla Valle di Susa. Di questi manufatti non è stato trovato però alcun riscontro archeologico. Gli stessi resti edilizi che fiancheggiano il torrente Pracchio visibili da Chiusa di San Michele, difficilmente risalgono al periodo altomedioevale. La conformazione stessa del territorio alpino, attraversato da un fiume importante con estese aree acquitrinose e paludose, avrebbero reso ardua l’edificazione di strutture difensive imponenti. È invece probabile che le chiuse consistessero in una serie di torri, di recinti fortificati in materiali deperibili, come il legno, e di fossati disposti in modo da rafforzare gli ostacoli naturali, già esistenti, per controllare la parte più stretta della valle in corrispondenza della strettoia tra il monte Pirchiriano, le alture di Caprie e la Torre del Colle. Alcune delle torri erano comprese nelle difese di sbarramento, altre esterne facevano parte di un sistema d’avvistamento. I Longobardi costruiscono poche opere nuove e si limitano a rafforzare quelle esistenti, che appartenevano alla linea difensiva messa già a punto dai Romani. Uno dei punti forti delle chiuse poteva, forse, risiedere sul luogo sopraelevato tra Caprie e Condove, dove ancora oggi sono visibili i resti di fortificazione medioevale conosciuti come il Castello del Conte Verde. Le chiuse — va sottolineato — non erano esclusive nello schema delle strutture difensive e la loro efficacia si è rivelata molto limitata, come hanno dimostrato, nel 773, quelle Segusine, teatro della sconfitta dei Longobardi contro l’esercito di Carlo Magno.

Come Carlo Magno aggirò le Chiuse

Quale fosse la strada percorsa nel 773 dal re da Carlo Magno per aggirare le difese longobarde non è ancora del tutto definita. Le truppe franche si erano divise in due grandi contingenti: quello comandato dal sovrano attraversa il colle del Moncenisio e arriva in Valle di Susa; l’altro supera il Gran San Bernardo e si muove attraverso la Valle d’Aosta.

Con il grosso delle truppe accampato a Lansleburg, Carlo Magno si dirige verso l’abbazia della Novalesa, dove è accolto dall’abate Frodoino. Dopo aver acquisito un completo quadro informativo sulle posizioni occupate dai Longobardi attestati nella bassa valle di Susa, Carlo Magno viene a conoscenza di un passaggio dietro la linea fortificata nemica ed elabora il piano d’invasione. È presumibile che, mentre una parte consistente delle forze teneva bloccati i Longobardi alle Chiuse, un’avanguardia nascosta dalla vegetazione salisse da Villar Focchiardo per la Valle del Gravio fino al Pian dell’Orso, superasse il Colle Bione e passando per Coazze raggiungesse Giaveno dietro lo sbarramento delle Chiuse, prendendo il nemico alle spalle. L’effetto sorpresa di questo aggiramento e il contemporaneo avvicinamento delle truppe provenienti dalla Valle d’Aosta getta lo scompiglio tra le schiere longobarde e induce i loro comandanti a ripiegare per non rimanere presi in una tenaglia mortale.

Il sentiero tracciato dalle truppe di Carlo Magno in questa brillante operazione bellica ha ispirato l’apertura, negli anni ’80 del Novecento, di un cammino escursionistico che si estende per una sessantina di chilometri sulla destra orografica della Valle di Susa e può essere percorso agevolmente in quattro tappe che attraversano i parchi naturali del Gran bosco di Salbertrand e dell’Orsiera-Rocciavrè e tocca importanti e antichi insediamenti religiosi quali l’antica prevostura di Oulx, le certose della Madonna della Losa e di Montebenedetto e la Sacra di San Michele.

La prevostura di San Lorenzo, comunemente detta “badia” e gestita attualmente dai salesiani, viene fondata nella seconda metà dell’XI secolo e ha un’importanza rilevante nella storia religiosa e politica dell’alta valle. Fin dal suo nascere subentra all’abbazia di Novalesa e cresce d’importanza fino alla fine del XVI secolo, quando viene incendiata dai valdesi. L’attuale costruzione è il risultato di una ristrutturazione eseguita nel periodo barocco.

La certosa della Madonna della Losa, edificata dai benedettini della Novalesa nel IX secolo, viene abbandonata in seguito alle incursioni saracene, è recuperata per un certo periodo dai certosini e definitivamente abbandonata nel XII secolo. Sono oggi visibili il campanile romanico, gli affreschi gotici sulla volta e un’icona lignea conservata nella cappella.

Fondata alla fine del XIII secolo proprio dai frati provenienti dalla Losa, la certosa di Monte Benedetto appartiene a una delle più antiche fondazioni dell’ordine certosino in Italia. Viene abbandonata nel 1473 a seguito di una terribile alluvione che la distrugge e la copre di uno spesso strato di detriti.

Questo edificio è stata oggetto di un attento restauro e al suo interno è possibile visitare la mostra allestita sulla storia dei monachesimo e della certosa. In un ambiente montano tra boschi di faggi e radure erbose un sentiero ad anello di una mezz’ora circa consente di apprezzare, guidati da efficaci pannelli illustrativi, tutte le parti della certosa, tra cui, oltre alla chiesa, il grande chiostro, il piccolo chiostro, il muro di cinta e la correria.

La Sacra di San Michele, costruita sul monte Pirchiriano verso la fine del X secolo, in un luogo dove già i Romani avevano posto un importante punto di osservazione sulla via delle Gallie, rappresenta ancora oggi un’oasi di ospitalità per tutti quei pellegrini, che dall’Europa Nord Occidentale vogliono raggiungere la culla della cristianità.

www.vallesusa-tesori.it

www.parchialpicozie.it

Novalesa, dove partì la conquista dei Franchi

Nel 726 il nobile Abbone, che governava le Valli di Susa e la Moriana, importanti aree del confine meridionale del regno merovingio, fonda il monastero di Novalesa secondo la regola di san Benedetto. L’atto di fondazione, la cui pergamena è conservata presso l’Archivio di Stato di Torino, stabilisce che l’abbazia ha completa autonomia ed è indipendente da ogni altra autorità politica o religiosa.

È certo che la creazione di una congregazione religiosa in un’area strategica rispondeva a innegabili principi di fede ma anche a esigenze di politica estera. L’abbazia, infatti, si trovava a pochi chilometri dalla principale linea difensiva nemica in una posizione fondamentale per pianificare la conquista del Piemonte e dell’intera Penisola.

L’attuale monastero conserva molte delle caratteristiche architettoniche del periodo di edificazione. È costituito da cinque edifici che si trovano nel recinto o nelle immediate adiacenze: la chiesa con il campanile e le strutture comunitarie attorno al chiostro e quattro suggestive cappelle. Queste ultime hanno caratteristiche comuni: risalgono a prima del 900, hanno ridotte dimensioni a pianta semplice e l’abiside con l’altare rivolto verso oriente. La più nota e la meglio conservata di esse è la cappella di San Eldrado, che si distingue per i pregevoli affreschi che ne abbelliscono le pareti interne.

Le strutture più importanti del monastero hanno subito nel tempo varie vicissitudini: la distruzione ad opera dei predoni saraceni nel 906, la ricostruzione parziale nell’XI secolo, i restauri fatti tra la fine del XVI e a metà del XVII. Pare che i vari lavori non abbiano modificato, a parte qualche impronta barocca, l’impostazione iniziale pre-romanica e romanica. Nell’edificio monastico ha attualmente sede il Museo archeologico dell’abbazia, in cui sono custoditi i reperti archeologici provenienti dalle campagne di scavo effettuate presso il complesso religioso. Tra essi spiccano capitelli e frammenti di colonne provenienti dall’antica struttura della chiesa abbaziale e materiali da costruzione romani, che testimoniano come il luogo fosse già abitato in epoca precedente alla fondazione del monastero. Oltre a quella archeologica il museo ha altre due aree: una dedicata al restauro del libro, all’evoluzione della scrittura, alle tecniche di incisione e di stampa e alle tecniche di restauro e una dedicata alla storia del monachesimo e alla vita cenobitica.

www.abbazianovalesa.org/

Vesti ricche ma case e città povere

intervista a Egle Micheletto

Direttore della Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte, Egle Micheletto ha illustrato a Notizie i tratti salienti dei centri abitati dai longobardi sul territorio regionale.

Toponimi quali “Lombardore” o “Fara” hanno un reale collegamento con gli insediamenti longobardi in Piemonte?

La toponomastica è importante per individuare gli insediamenti alto medievali, ma la materia è da trattare con specifiche competenze linguistiche e storiche per non falsare il quadro complessivo riempiendolo di suggestioni che finiscono per togliere visibilità alle scarsissime testimonianze delle fonti scritte. Per il Piemonte, lo storico Aldo Settia ha sfatato molti luoghi comuni che parevano consolidati: il toponimo “Lombardore” deriva certamente da “Langobardus”, ma all’attuale centro in provincia di Torino se ne affianca un altro derivato dal primo in epoca recente e che quindi non ha nulla a che spartire con un abitato longobardo. Poiché sino a tempi a noi vicini il sostantivo “fara” indicava in dialetto il podere, non pare così corretto — in assenza di conferme archeologiche- proporre il costante automatismo tra il toponimo e l’insediamento longobardo della prima fase della conquista.

Quali sono le principali testimonianze longobarde in Piemonte?

Le testimonianze più evidenti del popolo longobardo in Piemonte sono rappresentate dai grandi cimiteri scoperti sin dal tardo Ottocento a Testona, Borgomasino, Carignano (To), e quelli recentemente messi in luce a Collegno (To), Sant’Albano Stura (Cn) e Momo (No). Solo per questi ultimi, indagati con i moderni criteri dell’archeologia stratigrafica, accompagnata da analisi sulle ossa e i resti organici (tessuti mineralizzati, cuoio, legno), lo scavo restituisce la vivida immagine della vita quotidiana e degli usi dei Longobardi, non più limitata ai soli corredi d’arme e ai ricchi complementi dell’abbigliamento.

Le necropoli sono caratterizzate da fosse disposte in lunghe “righe” regolari, senza sovrapposizioni a testimoniare il rispetto per le tombe del gruppo parentale, individuate sopra terra da segnacoli o vere e proprie “case della morte”, piccoli edifici lignei di chiara tradizione transalpina.

Quali i tratti fondamentali della loro architettura?

A Collegno è stato messo in luce un intero villaggio, caratterizzato da un’architettura di capanne di legno, mentre a Mombello Monferrato (Al) una casa longobarda con intelaiatura lignea su muretti di pietra a costituire lo zoccolo di base, che ospitava una famiglia longobarda di possidenti, che si erano sostituiti a chi in epoca romana conduceva il fondo agricolo.

Risalta in entrambi i casi la forte discrepanza tra la ricchezza dei complementi di vestiario (collane in diversi materiali, fibule e fibbie di cinture in bronzo e argento e armi) e l’apparente povertà degli edifici, testimonianza di uno stile di vita e di tradizioni diverse da quelle romane.

E come erano le città longobarde?

Analoghe considerazioni circa l’apparente povertà delle abitazioni valgono anche per la città, mentre compatte costruzioni in muratura continuano a caratterizzare gli edifici di culto urbani e rurali, ricostruiti in età longobarda con solida tecnica, quando ormai l’integrazione con la popolazione locale era avvenuta, come testimonia la grande chiesa scoperta a Centallo (Cn), fondata nel V secolo sui resti di una villa romana e integralmente ricostruita proprio in età longobarda.

Tra le fondazioni regie longobarde devono poi annoverarsi alcuni dei più importanti monasteri altomedievali del Piemonte, come quello di San Dalmazzo di Pedona (ora parrocchiale di Borgo San Dalmazzo, Cn), che l’archeologia ha consentito di conoscere nei dettagli e di illustrare in un piccolo museo dove è esposto il ricco apparato scultoreo in marmo che costituiva l’arredo liturgico della chiesa.

Quali erano gli elementi caratteristici delle arti longobarde?

La scultura del VII-VIII secolo era caratterizzata, come avviene per le decorazioni animalistiche stilizzate sulle fibule, da una forte astrazione: risalta come eccezionale, quindi, la rappresentazione di una figura maschile barbuta, con lunghi capelli, cintura multipla reggiarmi, che impugna il martello (attributo del dio longobardo Thor) scolpita a rilievo su una lastra di ambone dei primi anni dell’VIII secolo conservata a Novara e forse proveniente dalla cattedrale di San Gaudenzio. Essa pare la trasposizione in una immagine sicuramente cristiana di caratteri e persistenze di una tradizione pagana barbarica ancora ben viva sia nel committente dell’opera sia nei suoi fruitori.

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