Dopo ventisette giorni di digiuno «siamo costretti a confermare: continueremo fino alle estreme conseguenze»

Oggi 15 Dicembre è il 44° anniversario dell’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare.

A Marco Pannella

Caro Marco,
nonostante i nostri percorsi politici anche contrastanti, non ho mai rinnegato la nostra preziosa amicizia.
Quando eri in vita, anche se gli impegni portavano a distanziarci, la mia considerazione nei tuoi confronti non è mai venuta meno. E, da parte tua, con mia continua sorpresa, mi hai sempre dimostrato in mille occasioni la tua amicizia e, pur nel dissenso, il rispetto per le mie battaglie.
Oggi è il 44° anniversario dell’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge sull’obiezione di coscienza, una battaglia politica di prima linea che ho avuto l’onore di condurre con te.
Abbiamo sostenuto un digiuno di 39 giorni, un momento di concentrazione spirituale e politico che costituiva l’asse di iniziative e strategie per costringere il Parlamento italiano a legiferare sulla questione.
E il 15 dicembre 1972, la Gazzetta Ufficiale italiana pubblicò la legge sull’obiezione di coscienza con il n. 772.
Fu una nostra vittoria politica, ma soprattutto tua.
Ancora una volta dimostrasti le tue straordinarie capacità strategiche che sapevano dare metodo e concretezza alla nonviolenza.
A qualche mese della tua morte, voglio onorarmi pubblicamente del rapporto di grande amicizia che abbiamo mantenuto e coltivato nel tempo, di un’amicizia soprattutto spirituale!
Grazie Marco!

Venezia 15.12.2016
Albert Gardin
121° Doge di Venezia

Marco Pannella — Diario di un digiuno

DICHIARAZIONE DI MARCO PANNELLA E ALBERTO GARDIN: “dopo ventisette giorni di digiuno «siamo costretti a confermare: continueremo fino alle estreme conseguenze»”.

Di Pannella Marco, Gardin Alberto — 27 ottobre 1972

SOMMARIO: Giunti al ventisettesimo giorno di digiuno, Marco Pannella e Alberto Gardin, di fronte ai ritardi del parlamento nell’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza, decidono di portare “fino alle estreme conseguenze”, o fino al “raggiungimento dei fini”, la loro forma di lotta.
Il partito radicale e il movimento nonviolento prendono atto che le forze politiche sembrano aver ormai “accettato” l’obiettivo della “liberazione di Valpreda”, ma “denunciano” il persistere dell’illegalità del carcere ancora comminato agli obiettori di coscienza, illegalità sancita dal fatto che l’Italia ha ratificato, ormai da dieci anni, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. I ritardi del Senato significano “che ancora per anni questa legge rischierà di non essere approvata”. L’iniziativa di Pannella e Gardin è intesa a fissare i termini di tempo del dibattito, in nulla entrando “nel merito”, pur di valore così “fondamentale”. Ma al di là di Terracini, di R. Orlando, di Anderlini, di Lizzero, nessuno dei parlamentari mostra di accorgersi della “vergognosa realtà” della vicenda. Di quì, la decisione di “insistere”, per rafforzare le richieste: la Commissione del Senato fissi tre sedute settimanali; il dibattito in aula termini entro il 1· dicembre; la Camera non inizi le ferie prima di aver votato.
Tecnicamente è possibile, “politicamente” non lo si vuole.

Roma, 27 ottobre 1972 — Avuta la notizia che la commissione difesa del Senato ha rinviato al 16 novembre l’inizio del dibattito sul progetto di legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Marco Pannella e Alberto Gardin, anche a nome degli altri compagni che si sono associati al loro digiuno, hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

“Giunti al ventisettesimo giorno del nostro digiuno collettivo, di fronte alla conferma della sempre più arrogante e disperante irresponsabilità del Parlamento nei confronti di un suo dovere fondamentale, dobbiamo prendere atto del fatto che si rivela sempre più necessario, urgente, prioritario essere fino in fondo solidali con i nostri compagni in carcere. Quindi, pur profondamente sorpresi e addolorati che in un paese che si vuole democratico sia ancor oggi necessario pagare un prezzo così alto in difesa di un minimo di umanità e di giustizia, di nuovo, dopo 27 giorni, dobbiamo confermare la nostra decisione di portare fino alle estrema conseguenze, o fino al raggiungimento dei fini che ci siamo proposti, questa nostra forma di lotta”.

COMUNICATO DEL PARTITO RADICALE E DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

A termini di regolamento, la commissione difesa del Senato dovrebbe concludere i suoi lavori suoi progetti di legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza entro il 25 novembre 1972. Ha stabilito di iniziarli il 16 novembre! E’ questa la risposta del Senato alla campagna in corso per la liberazione degli obiettori di coscienza.

Il Partito Radicale e il Movimento nonviolento, mentre prendono atto che le forze politiche sembrano aver ormai accettato il primo obiettivo che si erano proposti i partecipanti al digiuno collettivo, quello della liberazione di Valpreda, denunciano il fatto che non si intende invece interrompere la situazione di illegalità in cui il Parlamento e lo Stato si sono messi continuando ad incarcerare obiettori di coscienza. La ratifica da parte dell’Italia della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, avvenuta già da dieci anni, fa infatti scadere a pura e cieca violenza le condanne e gli arresti degli obiettori e la non approvazione di una legge di attuazione dei loro diritti.

Cosa significa la decisione del Senato? Significa che ancora per anni questa legge rischierà di non essere approvata. Che ogni anno altri secoli di carcere verranno erogati. Che centinaia di compagni languiranno nei carceri militari, in condizioni e numero tali che nemmeno sotto il fascismo erano configurabili.

Quando la Commissione avrà terminato i suoi lavori, ci sarà da iscrivere il progetto per il dibattito e il voto d’aula. Poi dovrà essere trasmesso alla Camera. Pci iscritto all’odg delle commissioni, poi dell’aula, per dibattiti e voti. Se ci saranno emendamenti (ed è probabile), il tutto tornerà al Senato…

“Noi abbiamo chiesto, sin da settembre, che le conferenze dei presidenti dei gruppi e le presidenze della Camera e del Senato si consultassero per arrivare a progettare in termini precisi e vincolanti tempi e modi del dibattito e del voto.

Noi abbiamo, noi, chiesto e fissato termini ultimativi. Non abbiamo nemmeno sfiorato il merito della legge, che pure ha però per noi valore fondamentale. Non abbiamo che suggerito una procedura costante, formale o informale, quando si voglia arrivare ad approvare un progetto di legge: il “decretone”, il divorzio, “decreti” governativi che altrimenti decadrebbero… E a questo parlamentarismo becero e antidemocratico sembra pacifico che è più grave il rischio di decadimento di un decreto dell’Esecutivo che il protrarsi, per anni, dell’incarcerazione di cittadini innocenti”.

Al di fuori del sen. Terracini, dell’On. Ruggero Orlando, dell’On. Anderlini, e dell’On. Lizzero, nessuno, fra i parlamentari, al di fuori delle generiche e pilatesche dichiarazioni di comprensione, mostra d’accorgersi della vergognosa realtà di questa vicenda.

Nella stampa le “belle anime” laiche, da Arrigo Benedetti a Carlo Casalegno, da Spadolini a Basso, fra tonnellate di piombo tipografico che occupano, non hanno trovato una parola ed una iniziativa da dedicare a questa situazione. Hanno bisogno che le ingiustizie crescano, e divengano insopportabili per giustificare la loro funzione di moralisti senza moralità. Ma nemmeno in questi casi ci riescono.

Non resta che insistere. A qualsiasi costo, non abbandonare i compagni imprigionati, quelli che stanno per esserlo. Che fare appello ai compagni e alla gente, infinitamente migliori della classe dirigente che li rappresenta.

Noi chiediamo:

a) che la commissione difesa del Senato fissi in tre sedute settimanali i tempi di discussione del progetto sull’o.d.c., in modo da rimettere all’aula la discussione “prima” del 25 novembre;

b) che il dibattito in aula (che richiede al massimo due giorni) termini entro il 1· dicembre;

c) che la Camera non inizi le sue ferie natalizie prima di aver votato sul progetto: ci sono più di tre settimane.

Questo è, tecnicamente, possibile. E’ politicamente che non lo si vuole o non lo si può. “Ribadiamo comunque la nostra richiesta di massima, iniziale, insuperabile. Che, da parte sufficientemente autorevole e credibile si assicuri una data precisa entro la quale il Parlamento, dopo venticinque anni, si impegni a votare sullo statuto degli obiettori”.

Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare per motivi politici e fondatore, con Aldo Capitini, del Movimento Nonviolento. Nato nel 1927 a Finale Ligure (Savona), fu chiamato alle armi nel 1948 ma, influenzato dal pensiero del pacifista Capitini, rifiutò di prestare il servizio di leva. Processato per disobbedienza, fu condannato al carcere una prima volta per dieci mesi e successivamente per altri otto. Venne infine riformato per “nevrosi cardiaca”, ma nel corso della vita, più volte è finito in carcere per le sue scelte nonviolente. Diventato uno dei più stretti collaboratori di Capitini, organizzò con lui la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi nel 1961 e le tre successive. Non smise mai di operare nel Movimento Nonviolento, diventandone segretario nazionale dal 1968 al 1976. Nel 2008 è stato insignito del Premio Nazionale Nonviolenza e nel 2012 la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze per la Pace.