I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA TRENT’ANNI DOPO

di Valter Vecellio uscito su Il dubbio

La lascio per ultima, la domanda. Di tempo ne è trascorso, ma ho timore di riaprire una ferita che non si cicatrizza. La donna che mi siede davanti, gentile, minuta, che parla con a bassa voce e ricorda nel tratto il suo grande padre, è Annamaria Sciascia; e sono nel salotto della sua casa di Palermo. La risposta la immagino, la telecamera ronza, l’operatore attende. Ecco, lo dico: Leonardo suo padre è stato spesso al centro di tante polemiche, alcune hanno comportato la insanabile rottura con amicizie consolidate. Quel è stata la polemica che a lui, ma anche a voi della famiglia vi ha maggiormente ferito?

L’ultima: quella sui professionisti dell’antimafia”, risponde Anna Maria. “Ed è una polemica che continua a tormentarci, non si è mai sopita, non finisce mai: c’è sempre qualcuno che la ritira fuori, strumentalmente; questo è il dolore e il dispiacere più grande: vedere la malafede e non poter fare nulla. Nella lettera che mio padre ci lasciò prima di morire lui ci raccomandava di non perdere tempo a difendere la sua memoria; e quindi quando vedo mio marito o i miei figli agitati per queste polemiche dico loro di tenere conto di quanto ci ha raccomandato, che è tempo perso, perché un familiare che difende è un po’ patetico. Però fa male, questa è una polemica che gli ha avvelenato sicuramente gli ultimi anni, perché lo hanno accusato in modo volgare, meschino. Ammesso che avesse torto, ma come si potevano dire le cose che gli sono state dette… Ancora oggi procura amarezza e non riesco a capacitarmene; e poi ora vedere quelle stesse persone che cercano di spiegare, di rettificare, di dire che insomma no, che… È stato un episodio di grande inciviltà che mio padre non meritava assolutamente”.

Non meritava (e non merita) assolutamente la caterva di insulti che Sciascia ha dovuto subire. Ricordiamola quella polemica, a costo di rinnovare pena e dolore; perché di certe cose, di certe affermazioni è doveroso serbare memoria, non dimenticare.

E’ il 10 gennaio di trent’anni fa. Il Corriere della Sera pubblica un lungo articolo di Leonardo Sciascia, redazionalmente intitolato “I professionisti dell’antimafia” (e sarà questo titolo a provocare lo scandalo; non il contenuto, che con molto anticipo, come sempre quando si tratta di Sciascia, mette in guardia da rischi e pericoli che puntualmente poi si avverano e verificano).

Quell’articolo viene accolto da una quantità di polemiche animate da tanti, in cattiva, pessima fede; e da qualcuno (pochissimi, invero) in buona fede. E culmina con l’insulto, l’accusa, scagliati con cattiveria: Sciascia è diventato un “quaquaraquà”.

Apro una parentesi, prima di continuare il racconto di quella vicenda: si tratta di un consiglio: procuratevi “La storia della mafia” di Leonardo Sciascia, qualche anno fa meritoriamente pubblicata dalle edizioni Barion. Si tratta di uno smilzo volumetto di una settantina di pagine; il testo di Sciascia è accompagnato da “Io, Nanà e i don”, di Giancarlo Macaluso, e impreziosito da una postfazione di Salvatore Ferita. Il piccolo saggio di Sciascia è un quasi inedito: pubblicato in origine per la rivista mondadoriana Storia Illustrata nell’aprile del 1972; il quotidiano francese Libération lo ripubblica il 30 dicembre 1976. Infine viene utilizzato come prefazione dal giornalista francese Fabrizio Calvi per la sua ormai difficile da trovare La vie quotidienne de la Mafia 1950 à nos jours, e per la traduzione italiana del libro, La vita quotidiana della mafia dal 1950 a oggi (Rizzoli). Un testo, quello di Sciascia che, a distanza di anni è ancora di utile, preziosa lettura.

Perché questo “consiglio”? Perché quella “storia della mafia” dice tanto, tutto dell’impegno politico, culturale, civile, umano di Sciascia; come lo dicono i suoi articoli pubblicati su Il Giorno, L’Ora e Mondo nuovo negli anni Sessanta; e come, infine dice Il giorno della civetta: romanzo che parla all’Italia per la prima volta di una cosa che si chiama mafia. Sapete, sembra incredibile: Sciascia è il primo scrittore siciliano che parla di mafia. Prima di lui non lo ha fatto Luigi Pirandello, non lo ha fatto Giovanni Verga, Luigi Capuana, Tomasi di Lampedusa.. nessuno.

Il 10 gennaio del 1987 lo scrittore civile e anti-mafioso, buono e coraggioso scopre di essere una sorta di Gregorio Samsa, il protagonista delle kafkiane Metamorfosi, che si corica uomo, e si sveglia il mattino dopo scarafaggio.

E’ “colpevole” di aver posto, quel mattino, con quell’articolo, un problema essenziale, che ancora oggi ci si deve porre (e che molto spesso la cronaca conferma di grande attualità). L’essenza di quell’articolo è che non si può derogare dal diritto; che non si può piegare una legge, una norma a seconda della contingente convenienza: se quella legge o quella norma sono sbagliate, inefficaci, non le si può aggirare, magari pensando di usarle in altra, conveniente, occasione. Le leggi e le regole sbagliate si cambiano; e fino quando non si cambiano, si applicano. Non si può fingere che la norma non ci sia quando si tratta di attribuire un (meritato) incarico di vertice alla procura di Marsala, a Paolo Borsellino; è contemporaneamente farsi forte di quella norma, in altra occasione, per impedire a Giovanni Falcone di ricoprire un incarico apicale a palazzo di Giustizia di Palermo, e che certamente meritava e avrebbe ricoperto in maniera eccellente.

Parte da un libro, Sciascia, dello storico inglese Christopher Duggan e che tratta della mafia negli anni del fascismo; parlandone Sciascia ammonisce che l’antimafia, facilmente, si può trasformare in strumento di potere; e lo può benissimo diventare anche in un sistema democratico, “retorica aiutando, e spirito critico mancando”.

Si fa poi il caso di un sindaco, Leoluca Orlando, leader allora di un movimento di marcata venatura giustizialista; molto attivo nell’azione agitatoria anti-mafiosa, molto meno efficace nell’azione di amministratore della città. Allora come ora, del resto. E, giusto per ricordare, l’impegno anti-mafioso, suo, di Alfredo Galasso e Carmine Mancuso, è giunto al punto di denunciare Giovanni Falcone al Consiglio Superiore della Magistratura, con l’accusa di occultare la verità sui delitti politico-mafiosi nei cassetti della sua scrivania. Ma questa come si dice, è altra storia.

Scritto quello che Sciascia voleva scrivere, si sono aperte le cataratte degli sdegnati indignati sdegnosi. Impossibile citarli tutti. Diamone qui qualche assaggio.

Il coordinamento antimafia di Palermo definisce Sciascia un “quaquaraquà”. Giampaolo Pansa sostiene di non riconoscere più Sciascia, facendo l’operazione più disumana che si può fare nei confronti di una persona: negarla. Sciascia viene additato come una sorta di responsabile dell’isolamento di Borsellino e Falcone, quasi un responsabile degli attentati in cui vengono uccisi. Anni dopo, quando le polemiche del momento sono sopite, nella prima puntata di “Vieni con me”, Roberto Saviano sposa questa “scuola di pensiero”. Ma tantissimi altri con lui, prima e dopo.

Procedo ora per ricordi. Oreste del Buono, per altro mite e gentile direttore di Linus e mille altre cose ancora: accusa Sciascia, di essere un poco mafioso, e conseguentemente di lanciare “avvertimenti” (mafiosi, beninteso) verso chi dissente dal tripudio generale nei suoi confronti. Il già ricordato Pansa prova per “il nuovo Sciascia una gran pena. A me pare che Sciascia si è messo a combattere con Sciascia. Sciascia contro Sciascia. Impegnato a demolire articolo dopo articolo, l’immagine di se stesso”. Claudio Fava dipinge un “Leonardo Sciascia, ormai travolto dagli anni e da antichi livori…”; Nando Dalla Chiesa, che sostiene di averci pensato a lungo, e di essere giunto “…alla conclusione che Il giorno della civetta è uno splendido libro sulla mafia, una fotografia perfetta, ma non uno strumento di lotta contro la mafia”. Arrivano poi gli attacchi e le volgarità postume. Pino Arlacchi su La Repubblica sostiene che Sciascia non può essere considerato un maestro, “perché gravissimi furono i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche; II giorno della civetta in realtà fa l’apologia di Cosa Nostra”.

Testuale: “Una storia ben narrata della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti di fronte a un delitto di mafia”. Trascurabile il fatto che ciò che viene raccontato nel libro era quello che in quegli anni accadeva; irrilevante che sia stato grazie a Sciascia e al suo libro che se ne è avuta, finalmente percezione e conoscenza. Tutto ciò, per Arlacchi diventa una sorta di complicità. E, infatti: “Dei due maggiori personaggi del racconto, il capitano dei carabinieri e il capobastone locale, è il secondo che colpisce sovrasta”. Conclusione: “Sciascia stregato dalla mafia”. Un livello di polemica che indigna il compianto Tullio De Mauro, il cui fratello Mauro, giornalista de L’Ora impegnato in inchieste di mafia, scompare un giorno del 1970, mai più ritrovato. Dice De Mauro: “I libri di Sciascia ci hanno aiutato ad aprire gli occhi sul fatto che la mafia non era un fenomeno folcloristico siciliano. E Sciascia si è sempre esposte in prima persona. Io sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti, per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. E Leonardo era lì, come in una serie di innumerevoli circostanze. Un sociologo [Arlacchi, ndr] dovrebbe valutare queste cose, come dovrebbe aver capito che Sciascia aveva intuito perfettamente la struttura internazionale della mafia e i suoi stretti rapporti con il mondo della politica”.

Non solo Arlacchi. Interpellato dal Corriere della Sera, il filosofo Manlio Sgalambro dice che “Sciascia era uno scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma a rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico, la sua funzione è esaurita, Sciascia non ci serve più”. E come non ricordare Andrea Camilleri, che pure di Sciascia si professa amico? Anche lui a dire che Il giorno della civetta fa l’apologia della mafia, dimostrando così che si può essere bravi romanzieri la cui parola è più veloce del pensiero. Pochi, a fianco di Sciascia, come spesso accadeva: Marco Pannella, i radicali, Rossana Rossanda, qualche socialista come Claudio Martelli; altri ce ne saranno stati, ma non molti. Anche loro sommersi dal coro violento e protervo degli inquisitori, flebile, allora, la loro voce, a fronte degli schiamazzanti crucifige.

A questo punto, prendiamo il toro per le corna, vediamo che fondamento può mai avere quest’accusa. “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’esser considerato un esperto di mafia, o come si usa dire, un mafiologo”, scrive Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982 (“Mafia: così è, anche se non vi pare”). “Sono semplicemente uno che è nato, vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfatara; a livello delle cose vissute e in parte sofferte”. Quell’“in parte sofferte” è indicativo. C’è il ricordo del sindaco mafioso di Racalmuto, si chiamava Baldassarre Tinebra, ucciso nel corso principale del paese, tutti sanno chi è l’assassino, nessuno parla, in galera ci finisce uno che il delitto non l’ha commesso; c’è il ricordo del nonno, capo-mastro in una zolfatara, “uomo dal polso fermo che riusciva a governare la miniera senza consentire intromissioni a sgherri e gregari delle cosche, arginando le vessazioni…”.

Non era un mafiologo, Sciascia; ma di mafia capiva, vedeva, sapeva. Al punto da darne esatta rappresentazione e definizione, quando disse con fulminante battuta e amarissima ironia che dal giorno della civetta si era arrivati al giorno dell’avvoltoio.

Il 14 gennaio 1987 Sciascia pubblica sempre sul Corriere della Sera dove replica alle accuse: “Il comunicato del cosiddetto Coordinamento antimafia è la dimostrazione esatta che sulla lotta alla mafia va fondandosi o si è addirittura fondato un potere che non consente dubbio, dissenso, critica. Proprio come se fossimo all’anno 1927. Nel mio articolo del 10 gennaio, c’era in effetti soltanto un richiamo alle regole, alle leggi dello Stato, alla Costituzione della Repubblica: e questo cosiddetto Coordinamento — frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere — risponde con una violenza che rende più che attendibili le mie preoccupazioni, la mia denuncia. Ne sono soddisfatto: si sono consegnati all’opinione di chi sa avere un’opinione, nella loro vera immagine. Ed è chiaro che non da loro né da chi sta dietro di loro — e ne è riconoscibile (si dice per dire) lo stile — verrà una radicale lotta alla mafia. Loro sono affezionati alla “tensione”, e si preoccupano che non cada. Ma le “tensioni” sono appunto destinate a cadere: e specialmente quando obbediscono a giochi di fazione e mirano al conseguimento di un potere. In quanto al dottor Borsellino, non ho messo in discussione la sua competenza, che magari può essere oggetto di discussione per i suoi colleghi; sono le modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti. Ed è proprio nella sentenza di un processo che mi pare sia stato appunto istruito dal dottor Borsellino, sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Palermo, seconda sezione, il 10 novembre dell’anno scorso, che trovo la migliore ragione, perché non ci si acquieti agli intendimenti del cosiddetto Coordinamento. Una sentenza che ha mandato assolti gli imputati e in cui ad un certo punto si legge: ‘Non può essere consentito al giudice lo stravolgimento delle regole probatorie da applicare solo ai processi di mafia; necessita sempre un serio e rigoroso controllo di tutti gli elementi del reato: le prove devono assumere carattere di certezza e gli indizi devono essere concordanti ed univoci; non c’è ingresso nel processo penale ai semplici sospetti e alle generiche opinioni. La lotta concreta al crimine potrà essere fatta solo con la seria utilizzazione degli strumenti normativi’. Parole che credo nessuna persona onesta e intelligente rifiuterebbe di sottoscrivere.

Il sottolineato è mio: “richiamo alle regole…modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti”.

Siamo all’oggi. Ha solo qualche mese di “vecchiaia” un agile libretto scritto da Francesco Forgione, già parlamentare di Rifondazione Comunista, vice-presidente della passata commissione antimafia. Nulla so di Forgione, mi basta quello che scrive nel suo I tra tragediatori, la fine dell’antimafia e il crollo dei suoi miti (Rubbettino). Si può cominciare con un brano della prefazione scritta dall’ex magistrato Giuseppe Di Lello, a suo tempo, stretto collaboratore di Giovanni Falcone nel pool antimafia: “…Lo scopo dichiarato del libro di Forgione è analizzare i motivi profondi di una svolta rovinosa, individuando tutti i pericoli di un’antimafia opportunista e di facciata. Siamo infatti in una fase in cui tutto appare confuso e, per le tante ambiguità di molti protagonisti di vicende che interessano la lotta alla mafia, sembra difficile capire dove si situa il confine tra un’azione di contrasto seria ed efficace e comportamenti che, con il paravento dell’antimafia, sconfinano a volte nell’illiceità o quantomeno nel malcostume…”.

Va giù a colpi di maglio, Forgione: “L’antimafia dei tragediatori è scoperta. E’ finita. Chi sono, da dove vengono e perché stanno crollando le icone e i ‘miti’ dell’antimafia… Imprenditori, giornalisti, magistrati, associazioni, sono travolti da inchieste giudiziarie e dalla questione morale. Hanno costruito carriere, accumulato potere, fatto affari. Nei salotti televisivi e sui giornali erano i nuovi eroi, Sempre pronti a dividere il mondo tra buoni e cattivi, puliti e collusi. Per anni sono stati intoccabili: o con loro, o con la mafia. Una trasfigurazione della realtà nella quale si perde il confine tra mafia e antimafia. E’ una storia che viene da lontano con risvolti politici e sociali…”.

Ognuna delle 120 pagine del libro di Forgione è una conferma di quel monito contenuto in quell’articolo di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Nella montagna di ritagli che ingombrano il mio tavolo di lavoro, uno del 7 aprile di quest’anno, è un editoriale di Paolo Mieli, prima pagina del Corriere della Sera. Comincia così: “Adesso dovremmo tutti riconoscere che il pericolo era stato ben intravisto trent’anni fa da Sciascia per quanto è ormai evidente che il malaffare siciliano ha adottato il codice di camuffarsi dietro le insegne dell’antimafia…”; e via così, per tre-quattromila parole.

Viene lapidato, Sciascia, per averci messo in guardia dai disastri che proliferano, letali, “retorica aiutando, e spirito critico mancando”. Trent’anni fa, ma sono bacilli di una “peste” sopita. Forse. Una melassa uniforme che incombe su tutti, e tutto avvolge. Una minaccia totalitaria, la cui cifra è costituita dall’assenza di memoria, di conoscenza, di “sapere”; una minaccia fatta di certezze, di assenza di dubbio.

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