Il Diritto di Cultura

di Aldo Masullo

Prendete un napoletano di quelli più strafottenti, i trasgressori abituali delle regole stradali, di quelli che, per esempio, guidando l’auto si guardano bene dal rispettare le strisce pedonali o fermarsi al rosso, e catapultatelo a Zurigo o Francoforte.

Non lo riconoscerete.

Sarà diventato da un giorno all’altro il più attento e corretto utente della strada.

Da lupo ad agnello.

Cos’è dunque che determina il comportamento, il sangue o il suolo, il da chi si è nati o il dove ci si trova?

Questo, semplificata al massimo, è il nocciolo della questione che in questi giorni accende il dibattito pubblico e, ancora una volta, spinge certi nostri parlamentari a venire letteralmente alle mani.

Nell’animo degli avversari dello ius soli è come se ancora vigesse il diritto di ogni Ancien Régime, da quello, contro cui già nel tardo Duecento lo «stil novo» rivendicava la nobiltà della cultura e non della nascita, a quello che molto più tardi, nel cruento finale settecentesco dell’Illuminismo, la grande rivoluzione abbatté, istituzionalmente abolendo ogni privilegio ereditario.

A seguire questo filo storico, non si può non ammettere che la cittadinanza per nascita, cioè per trasmissione ereditaria, non solo è uno dei non pochi rottami trattenuti nelle pieghe delle epoche nuove, ma secondo la logica d’ogni tempo è una vera e propria contraddizione in termini.

Cosa direbbe oggi Michele ‘o pazzo, che nel 1799 cercava di convincere i suoi compagni lazzaroni a sostenere la Repubblica ? Le sue parole, tradottte dal bel vernacolo, sono eloquenti: «Col dar del cittadino a tutti, i signori non hanno più l’eccellenza, e noi non siamo più lazzari, insomma siamo tutti uguali».

Le variopinte schiere dei nazionalisti a questa idea si ribellano.

Ma essi, in mala o in buona fede, hanno nella mente qualche confusione.

Il termine in gioco deriva evidentemente dal latino nascor, “nasco”: da cui appunto natio, ”nazione”.

Nascor è la nascita, quindi la “nazione” in origine era l’appartenenza ad un ceppo genetico comune, non solo umano, tant’è vero che i romani non mancavano di usare il termine natio anche a proposito di razze di animali: in Varrone si parla di natio equum, “razza di cavalli”.

Questo significato naturalistico di “nazione” è sparito.

La “nazione” è un concetto culturale: significa, come nell’Ottocento, una popolazione «una d’arme, di lingua, d’altar» o, come invece oggi meglio si pensa, «una» per il comune modo d’intendere la realtà degli uomini e di organizzarne la società.

Non si tratta insomma di condividere un’antica ascendenza di sangue, ma di proseguire una rottura rivoluzionaria avvenuta nel passato, un nuovo punto d’inizio, fondativo, in Italia, per esempio, la resistenza antifascista, e di farne vivere nella concretezza del presente la più propria ispirazione civile.

Cittadinanza è compiuta inclusione in una civiltà, attiva partecipazione al suo procedere.

Nel mondo dell’avanzante globalizzazione e del diritto umanitario, teso ad assumere in sé, contro l’ultimo baluardo degli Stati nazionali, anche i diritti politici, sempre più l’idea della cittadinanza per eredità di sangue appare insostenibile sia teoricamente che praticamente.

Essa vorrebbe dire la pretesa di separare i “puri” dagl’ “impuri”, ai primi attribuendo i diritti che si negano ai secondi, riaffermandosi così anacronisticamente regimi di privilegi, del tutto incompatibili con il principio della democrazia..

Peraltro, attenzione! Troppo spesso, un po’ grossolanamente, si critica lo ius sanguinis e si esalta lo ius soli.

Si avrebbe diritto alla cittadinanza del paese, sul cui suolo si nasce.

In verità, se sostenere la tesi dello ius sanguinis in uno Stato democratico è un “contro-senso”, sostenere la tesi dello ius soli, se lo s’intendesse incondizionato, “automatico”, sarebbe un “senza-senso”.

In ambedue i casi, comunque si tratterebbe di motivazioni semplicemente estrinseche del diritto di cittadinanza.

Se casuale è da chi si nasce, lo è anche il dove.

Qualcuno, nato durante un viaggio della madre in un paese dove vige lo ius soli automatico, si troverebbe titolare di una cittadinanza, che magari non gl’interessa affatto, tanto da non aver mai visitato né pensato di visitare il paese di cui pur è cittadino!

S’è fatto un gran chiasso in questi giorni nel rozzo contrapporsi delle due tesi.

Ma nel dibattito pubblico non è stato enfatizzato, come merita, l’aspetto importante del disegno di legge, volto a modificare in senso estensivo la precedente legge del 1992.

Anche questa volta il legislatore non introduce affatto lo ius loci automatico, come l’interessata banalizzazione dell’avversa propaganda di stampo populistico tende a far credere.

Si tratta invece d’introdurre condizioni meno restrittive al conseguimento del diritto di cittadinanza, fissando comunque all’avvenuta permanenza di non meno di cinque anni in Italia il requisito minimo.

Ma la novità decisiva è un’altra, fortemente simbolica della direzione in cui si evolve lo spirito del mondo.

Ai minori, nati in Italia o entrati entro il compimento dei dodici anni, viene riconosciuto il diritto alla cittadinanza, alla sola condizione che abbiano frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni nel territorio nazionale.

Così entra in scena quello che vien detto ius culturae, «diritto di cultura».

E’ il frutto di una pianta che ha radici lontane e profonde nei saperi europei.

A cominciare dagli scritti del 1796, uno dei maggiori filosofi tedeschi, Giovanni Amedeo Fichte mise in evidenza che «uomini non si nasce ma si diventa» e «lo si diventa solo tra uomini ».

Non sono il sangue, la razza, che determinano la nostra qualità umana, ma la civiltà che ci ha accolti e fatti crescere.

La clamorosa controprova effettuale la si ebbe nel 1780, quando un “ragazzo selvaggio”, che camminava carponi e «non rispondeva ad alcuna domanda, né con la voce né attraverso segni» fu sorpreso nel dipartimento francese dell’Aveyron.

Fu portato a Parigi e tenuto per vari anni in osservazione da diversi scienziati e soprattutto tenuto in cura dal giovane medico Jean Itard.

Alla fine si dovette concludere che, come scrive Sergio Moravia, il ragazzo «abbandonato o perduto dai genitori in tenera età, per qualche straordinaria vicenda era riuscito a sopravvivere.

Ma la sua vita si era sviluppata tutta fuori della comunità umana».

Questa storia francese, narrata anche in un bel film di Jean Truffaut, è la perfetta verifica empirica del principio teorico formulato poco prima dal filosofo tedesco.

Son dovuti passare ben due secoli perché finalmente nel diritto positivo cominciasse a farsi strada l’idea che è la «società accogliente» a determinare la mentalità dell’individuo, e quindi la sua autentica cittadinanza.

Merito, questa volta, al Parlamento italiano!

Quanto al nostro napoletano, strafottente a Napoli, legalitario altrove, egli si plasma secondo la cultura di coloro tra cui è nato e cresciuto ma, appena altrove, si adatta al nuovo: in fondo, come Pulcinella, è un cittadino del mondo.


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