19 maggio 2017

Un anno senza Marco.

Il ricordo di un radicale fiorentino (di Massimo Lensi)

Un anno è trascorso dalla scomparsa di Marco Pannella e nel ricordarlo si è portati a idealizzarne il gesto e la parola, fino a modificare lentamente la storia per renderla più attuale. La rievocazione delle cose passate, va da sé, non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente, e nel caso del leader radicale occorre tenerlo più che mai presente. Rielaborare il ricordo riportandolo nella sua dimensione reale, rispettando il senso politico di azioni dipanatesi negli anni; è questo lo scenario della specificità radicale, l’intima necessità di tante iniziative di Pannella. Non è semplice, se si vuole rispettare la diversità formale e irrituale dell’amore di Pannella per la vita istituzionale e civile del nostro Paese. Per onorarne soprattutto il pensiero eterodosso.

A Firenze, città che lo ha visto protagonista più volte, il leader radicale è riuscito a lasciare un segno, leggero ma indelebile, inscritto nelle mura delle carceri che testardamente ha voluto varcare. Prima quelle delle Murate, il vecchio istituto penitenziario fiorentino, per sostenere Emma Bonino, Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia nella lotta nonviolenta per ottenere una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza; poi quelle del nuovo carcere di Sollicciano, con le tante visite ritmate dai colloqui con i detenuti, la polizia penitenziaria, i collaboratori esterni. Visite che avvenivano nelle festività, a Pasqua e a Natale, spesso di notte, per porre l’accento sulla solitudine delle istituzioni e anche su quella di chi in carcere vive o lavora e dalle istituzioni è lasciato solo. L’amore, per Marco, era uno scandalo — diceva — come la libertà. L’amore del leader radicale verso chi era sottratto all’affetto dei cari per scontare una pena, anche giusta, era pervaso dalla consapevolezza che nelle nostre carceri non c’è sbocco, in barba alla Costituzione che prevede pene dignitose finalizzate al reinserimento sociale.

Le mura delle carceri fiorentine, così come quelle di tante altre carceri in Italia che Pannella amava visitare, raccontano con molta più verità dei cerimoniali istituzionali la sua lunga battaglia per la Giustizia e l’amnistia. La riforma della giustizia era, ed è tuttora, auspicata attraverso un provvedimento di amnistia con la precisa cognizione che solo l’amnistia può liberare procure e tribunali da quella marea di procedimenti che rendono inagibile l’amministrazione quotidiana della giustizia e tutto ciò che da essa dipende, dal rispetto dello stato di diritto fino alla ripresa economica. L’amnistia che Pannella chiedeva a gran voce non è un semplice provvedimento di clemenza liquidabile come ‘buonista’, ma una specifica riforma strutturale dell’amministrazione della giustizia nel nostro Paese, che continua a ricevere condanne dalle Corti europee per i cronici ritardi nello svolgimento dei processi.

Oggi il ricordo di tante nottate passate con Marco Pannella nello squallore dei bracci di Sollicciano torna a confrontarsi con la realtà. Il carceredi Sollicciano, infatti, soffre ancora oggi degli stessi mali del passato: mancano al suo interno un’adeguata politica sanitaria, di concreti percorsi di reinserimento non se ne vede traccia e troppe sono le persone che vi si trovano in una lunga attesa di un giudizio. I tanti direttori del carcere fiorentino che si sono succeduti in questi anni, così come gli agenti e i detenuti, ben si ricordano di questo strano omone con il codino, un po’ “brindellone” come si dice a Firenze, che percorreva sbilenco gli spazi della pena per affermare i diritti degli ultimi. Per tutti loro era ed è ben chiaro il significato della lotta di Marco Pannella per l’amnistia come affermazione di un diritto “pro homine” per la riforma della giustizia: le disfunzioni della giustizia integrano, infatti, situazioni di assenza di democrazia. L’effettività del riconoscimento di un diritto è un momento essenziale della democrazia. Un principio sacrosanto senza il quale una reale democrazia perde il senso degli obiettivi.

La “riserva della Repubblica” Marco Pannella, dovrà essere studiato e commentato ancora a lungo. Si dovrà anche proseguirne l’azione politica, rinnovarne la teoria, trovare il giusto compromesso tra possibilità e probabilità. E nelle giornate della memoria, a Firenze come altrove, il ricordo più veritiero non può che essere nell’impassibile quotidiano di un carcere dove le giornate trascorrano sempre uguali, una dopo l’altra, senza speranza. E Marco Pannella, credetemi, per i detenuti era speranza.


Un anno senza Marco.

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