Il soggetto 58: Stefano Rodotà

Mentre è già iniziata la contesa, scampolo per scampolo, brandello a brandello, dell’eredità ideale del Professor Stefano Rodotà a pochi interessano le sue parole, complete e non manipolate. Anzi solo sempre agli stessi.


Stefano Rodotà ci ha lasciato e questo ha un impatto percepito maggiore in Rete perché il suo impegno è legato alle sorti della Internet italiana e dei diritti digitali. Così su Internet non ci siamo fatti mancare il commento di nessuno, i nostri flussi sono stati inondati dal piagnisteo del campione del giornalismo fighetto alla prosopopea del giurista digitale d’assalto.

Un profluivio di meritatissime lodi, spesso da squalificatissimi pulpiti. Poi ci son stati i bastian contrari, ciascuno pronto a mettere in sesto la propria personale configurazione di riflettori con cui far brillare solo le cadute di stile e mettere in ombra i migliori contributi.

Ma così è la morte, non risparmia nessuno e neppure niente.

Tutto questo, per quel po’ che ho potuto conoscere il Professor Rodotà, l’avrebbe fatto sorridere e forse anche commentare con pungente sarcasmo.

C’è una cosa però che il Professore avrebbe apprezzato in sua memoria, come apprezzava in vita.

Sono i 1.797 interventi che a partire dal 25 luglio 1977 («C’è la repressione in Italia») per finire all’11 aprile 2017 («Laura Boldrini e Stefano Rodotà illustrano ai docenti e agli studenti i risultati del lavoro svolto dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet istitutita dalla Presidente della Camera») sono registrati e figurano tutti perfettamente schedati nell’archivio di Radio Radicale.

Per Radio Radicale Stefano Rodotà è il “soggetto 58”.

Cliccare sull’immagine per vedere l’elenco degli interventi di Stefano Rodotà su Radio Radicale

Non sono quindi i suoi grandi fan che oggi si sdilinquiscono in lodi, o i partiti politici che lo hanno eletto, che ogni tanto lo hanno anche mal tollerato, e a dir la verità per lo più hanno tirato le cuoia da un bel po’, o quelli che ne hanno sostenuto le candidature senza semmai neppure conoscerlo e poi l’hanno prontamente abbandonato come un ferro vecchio.

Non è la stampa i cui archivi storici sono pressoché inutilizzabili se non sono stati proprio dismessi come è avvenuto per l’archivio storico dell’Unità, l’organo del partito da cui, sebbene come indipendente, fu eletto all’inizio.

Il sito di Repubblica ha dedicato un portale, addirittura, a Rodotà, che ha collaborato al giornale di Scalfari fin dalla sua fondazione: il primo articolo della collezione data indietro al… 2013.

Non esattamente un gran bel lavoro archivistico.

Non è neppure l’accademia, l’università o le istituzioni e le autorità a restituirci la sua vera voce e il suo pensiero, se non a pezzi e ritagli, mozzichi e bocconi, per quello che serve o e utile ad una bella orazione funebre, o a sostenere il punto di qualcuno che vuole appropriarsene.

Non è la WebTV della Camera, che restituisce solo 212 risultati, il primo dei quali nel 2010 ed in cui non c’è in realtà alcun intervento di Rodotà, ma piuttosto di Sandro Bondi sull’adorazione dei pastori (il che lascia ben presagire il valore degli altri 211).

Non è la RAI che non ha nulla-nulla, e neppure le Teche RAI che nei suoi 114 risultati include una commedia in due atti con Aldo Giuffré chiamata «Il pellicano ribelle» e una bella Traviata con Maria Callas (che credo sarebbe piaciuta al professore peraltro).

Se oggi qualcuno volesse sapere cosa il Professor Rodotà diceva, come sosteneva i suoi discorsi, come poneva i suoi argomenti o controbatteva alle critiche, ha un solo luogo a cui rivolgersi: l’archivio sonoro di Radio Radicale.

Qui finisce la segnalazione, il fatto, la notizia che, per chi ha capacità d’intendere, è già sufficiente a comprendere molto della storia (orwelliana) della nostra Repubblica di democrazia reale in cui per deliberare, ma anche per ricordare, è sempre meglio non conoscere. Ognuno così può dire la sua.

Ora il commento politico.

Chi conosce la storia del Partito Radicale sa che Stefano Rodotà è stato, alle origini, un radicale. Giovane, al tempo, faceva parte di quell’ala «per bene» di cui Valter Vecellio dice: «Lui era un radicale “per bene”, alla Eugenio Scalfari (e infatti si sono sempre ritrovati), non come Marco Pannella e i pannelliani, radicali di strada.»

La via tra Rodotà e i «radicali di strada» si separa ben presto, neppure interessa perché, fatto sta che occasioni di polemica non mancano fino a quello che oggi si chiamerebbe un flame avvenuto nel 1979 sulle pagine del settimanale Panorama.

Pannella contestava che Rodotà, invece di farsi eleggere con i radicali, che poi in effetti furono eletti, avesse preferito, candidandosi con il PCI, di seguire la via comoda dell’estabilishment del quale, accettandone gli onori, avrebbe finito per rispettarne le liturgie e pertanto avrebbe aiutato i diritti a far solo la strada fin dove permesso dal «regime partitocratico», non oltre.

Ma con Stefano Rodotà ci siamo lasciati più di 17 anni fa, quando […] egli non ebbe fiducia, o non ritenne praticabile, credibili o condivisibili, le nostre scelte di fare del Pr il partito socialista, laico, libertario, mobilitato per l’unità, l’alternativa e il rinnovamento dell’intera sinistra, a cominciare dal Pci: il partito (e non il “movimento”) della non-violenza e dei diritti civili […].
«Eravamo dei pazzi, e Stefano era un savio. Siamo dei pazzi, e Stefano si conferma un savio. Lo turbano il nostro contegno e la nostra intransigenza. Ma contegnosità e serietà non sempre coincidono o s’implicano. La politica è certo l’arte del possibile; ma è soprattutto l’arte di “crearlo” questo possibile, non di consumarlo e ridurne sempre più la consistenza.»

Contestazione a cui Rodotà rispose a tono vantando di «ritenere indispensabile, oggi e qui [era il 1979 NDR], l’unità delle sinistre» ribadendo la sua critica all’anticomunismo pannelliano ma questo non è importante (si può leggere comunuqe tutto lo scambio qui sotto).

Il punto importante è che proprio in quegli anni Pannella e il Partito Radicale con i soldi con cui avrebbe ben potuto sostenere le proprie idee politiche, anche contro quelle di Rodotà, ovvero con le magre risorse del piccolo Partito Radicale contro il grande Partito Comunista in cui Rodotà era andato a farsi eleggere, dette vita proprio a Radio Radicale per permettere anche a Rodotà, come a tutti gli altri anche al Partito Comunista, ormai scomparso, di restare come patrimonio della vita politica di questo paese.

Una cosa che il «Regime» proprio non ha fatto, perché non ha voluto fare, con buona pace delle pur forti parole del professor Rodotà.

A 40 anni di distanza da quel momento, col senno di poi e con la strada, allora lastricata di buoni propositi, ma oggi invasa dalle erbacce del populismo (di tutte le parti), chissà quanti saranno disposti ad ammettere che anche sul campo della tutela dei beni comuni, del diritto alla conoscenza, della libertà d’espressione la «via maestra dell’unità delle sinistre» perseguita da Rodotà si è rivelata in una inutile illusione e che quel poco che ci è rimasto, anche nella memoria storica delle idee stesse di Rodotà, bene comune, la si deve a Radio Radicale e quindi essenzialmente a Pannella.

Risposta facile da dare: dietro i soliti distinguo non credo che molti fan di Rodotà lo ammetterebbero, tradendo con questo gli insegnamenti di laicismo del proprio maestro, perché per ancora troppi italiani la politica rimane uno scontro muscolare di ideologie tribali dove, a dispetto della realtà dei fatti, bisogna sollevare acriticamente solo i propri totem.

Tutti a dire «Conoscenza, bene comune». Ma poi, nella pratica, ci tiene solo qualcuno… anzi sempre gli stessi.

Nella smorfia napoletana il 58 è «o’ paccotto»¹. Sia Pannella che Rodotà avrebbero apprezzato l’involontario sarcasmo degli archivisti di Radio Radicale.


¹ «O’ paccotto» in napoletano erroneamente traducibile come «il cartoccio», è in realtà il nome che si dà a quella truffa secondo la quale, con il miraggio di acquistare ad ottimo prezzo un bene molto costoso, l’avventore per strada dopo averla accuratamente mostrata la ripone nel suo involucro. e mentre l’acquirente è intento a contrattare il pacco viene sostituito con un involucro uguale che contiene però solo un mattone. Ecco il paccotto!


Il soggetto 58: Stefano Rodotà

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