#GiustiziaGiusta — #AmnistiaPerLaRepubblica

La definizione di Amnistia nell’ordinamento giuridico italiano è “provvedimento generale di clemenza, previsto nell’articolo 79 della Costituzione italiana, con cui si estinguono dei reati”.


Consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire determinati reati. Di conseguenza è come se determinati, singoli reati non fossero stati mai commessi, perché non esistono più come violazione in senso penale delle legge.

Come?

È il Parlamento che deve emanare una Amnistia sotto forma di legge. Formulando tale legge il Parlamento dovrà scegliere determinati reati da depenalizzare perché non si agisce estinguendo la pena (come per l’indulto), ma si agisce estinguendo il reato. Il Parlamento può usarla come strumento polivalente quando, per ragioni politiche o sociali, interviene la necessità di sfoltire la straripante popolazione carceraria, ma non è detto che attraverso un provvedimento di amnistia persone pericolose per la collettività possano riacquistare la libertà. L’ultimo provvedimento di amnistia in Italia risale al 1990.

Come è possibile parlare di Amnistia di fronte alle notizie di violenza e omicidi che ci propongono continuamente i mass media?

Proporre l’adozione di un’amnistia legale non significa stare dalla parte dei violenti. L’amnistia è quella che noi identifichiamo come soluzione per arrivare a una giustizia certa che tuteli soprattutto le vittime. Questo grazie alla sua ricaduta sul lavoro dei magistrati: l’amnistia estingue alcuni reati determinati esplicitamente dal legislatore, magari quelli non violenti come il reato di “clandestinità” introdotto con la legge “Bossi-Fini” o quelli legati all’equiparazione delle droghe leggere a quelle pesanti introdotti con la legge “Fini-Giovanardi”, consentendo così alla magistratura di svolgere il proprio lavoro occupandosi dei “reati veri” — che in questo modo non cadranno più in prescrizione — e non intasando la macchina della giustizia.

Perché l’amnistia serve a tutti i cittadini e non solo ai carcerati?

Una Giustizia che funzioni serve a tutti i cittadini. Se un cittadino non può contare sul sistema della giustizia del proprio Paese, vengono meno le basi dello stato di diritto, quindi le basi della democrazia. In Italia ci sono 9 milioni di processi pendenti, la durata di ognuno è irragionevole — come ci dice anche l’Europa. Le nostre carceri sono più che sovraffollate perché ospitano 66.685 detenuti a fronte di una capienza di poco più di 45.000: il 40% di loro è in attesa di giudizio e almeno 13.000 di questi verranno riconosciuti innocenti o estranei ai fatti.

Di più: a causa della macchina della giustizia inceppata ogni anno 180 mila processi vanno in prescrizione. I colpevoli scamperanno la pena perché hanno potuto pagarsi buoni avvocati che prolungassero la causa quel tanto necessario a far “scadere il reato”.

Ancora di più: far ripartire il sistema della Giustizia, significa anche agire sui 6 milioni di processi civili arretrati che costano al nostro Paese 96 miliardi di euro in termini di mancata ricchezza (quasi l’1% del Pil italiano). Il centro Studi di Confindustria nel 2011 ha stimato che smaltire l’enorme mole di pratiche accumulate frutterebbe alla nostra economia il 4,9% del Pil, ma basterebbe abbatterne il tempo di risoluzione anche del 10% per guadagnare ogni anno lo 0,8% di Pil.

Come si collega l’Amnistia alla riforma della giustizia?

Bisogna ristabilire la certezza del diritto. Bisogna far ripartire la macchina della giustizia attraverso una grande riforma. Ma qualsiasi sia la direzione di questa riforma occorre ripartire dalla legalità, dal rispetto delle leggi, soprattutto da parte dello Stato stesso. Per questo è necessario fare tabula rasa con un provvedimento di Amnistia, perché lo Stato possa rispettare le sue stesse leggi e riguadagnare di credibilità e rispetto nei confronti dei suoi cittadini e del resto del mondo. L’amnistia realizzerebbe immediatamente quanto ci viene chiesto da norme e condanne europee: non si tratterebbe di un “gesto di clemenza”, ma di un atto per ristabilire la legalità costituzionale nei tribunali e nelle carceri di un Paese in cui essa viene sistematicamente violata. Per questo motivo, da anni ormai i Radicali conducono una serie di battaglie per promuovere l’amnistia propedeutica a una grande Riforma della giustizia penale e civile, la cui paralisi penalizza i cittadini e le imprese, scoraggia gli investimenti esteri e comporta costi enormi per la società e l’economia nazionale.

Perché si dice che la giustizia europea tratta l’Italia come un criminale abituale?

L’Italia è lo Stato europeo con il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: oltre duemila sentenze della Cedu, soprattutto per irragionevole durata dei processi e per le condizioni delle nostre carceri; è lo Stato con il maggior numero di sentenze della Corte di Strasburgo non eseguite, con il maggior numero di condanne per irragionevole durata dei processi, con il più alto tasso di sovraffollamento delle carceri dopo la Serbia. Siamo stati dichiarati dall’Europa colpevoli di tortura a causa del trattamento subito dai detenuti nelle nostre carceri. E per questo lo Stato italiano verrà chiamato a risarcire i danni morali e materiali di coloro che ha torturato con il denaro pubblico. Quello che non ha investito per riformare la giustizia in toto e anche per rendere le sue carceri dei luoghi di riabilitazione come prevede la Costituzione.

La condanna del 2013. Nel maggio 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risolvere indefettibilmente entro un anno (Maggio 2014) il problema del sovraffollamento negli istituti di pena e a prevedere i rimborsi per i detenuti vittime del problema. L’Italia non può più opporsi in alcun modo alla richiesta della Corte, perché questa ha rigettato il ricorso del nostro governo confermando il duro verdetto contro l’Italia emesso l’8 gennaio scorso. In quella sentenza i giudici di Strasburgo avevano condannato l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti. Gli uomini condividevano celle di 9 metri quadri con altri due carcerati e non avevano sempre accesso alle docce dove spesso mancava l’acqua calda.

La Corte oltre ad aver condannato l’Italia a risarcirli con quasi 90 mila euro, ha dato al governo un anno di tempo per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri e introdurre nel proprio ordinamento misure che garantiscano ai detenuti di poter ottenere immediatamente un miglioramento delle loro condizioni oltre che un risarcimento per i danni subiti.


VIDEO — L’AMNISTIA SPIEGATA IN 3 MINUTI