Mafie e “anime belle”.

La mafia, la più antica e nota tra le organizzazioni criminali italiane, nasce nel XIX secolo in Sicilia con una struttura fortemente gerarchica, basata sull’omertà e su continui processi di osmosi con vari settori della società. La massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti d’America dei primi anni del Ventesimo secolo consente alla organizzazione, che gestisce anche le tratte dei migranti e l’accoglienza nel Nuovo Mondo, di fare un salto di qualità e porsi ai vertici dei traffici illegali planetari.

Da allora in poi la mafia ha incarnato nell’immaginario collettivo e nelle prassi economiche e sociali l’anti-stato, il sistema dentro il sistema, la piovra tentacolare che raggiunge qualsiasi luogo di produzione di ricchezza, lo infetta, lo coopta, lo fa proprio.

Nel corso dei decenni sistemi criminali basati su medesimi principi sono sorti in diverse aree territoriali delle regioni meridionali, la camorra nel napoletano, la ‘ndrangheta in Calabria o le organizzazioni che si sono spartite il territorio pugliese, sacra corona unita nel Salento, società e mafia del Gargano in Capitanata, organizzazioni che hanno occupato con la violenza e la sopraffazione gangli vitali del sistema economico, politico e sociale.

Il fenomeno ha da tempo perso la sua caratterizzazione meridionale ed anzi oramai è tracimato anche fuori dei nostri confini, come è apparso evidente da alcuni episodi di cronaca, valga per tutti la nota strage di Duisburg o strage di Ferragosto avvenuta in Germania il 15 agosto 2007, nella quale 6 persone furono uccise davanti a un ristorante italiano da esponenti della ‘ndrangheta.

La mafia, anche in ragione di una sterminata letteratura, filmografia e più in generale produzione culturale, vive e convive insieme a tutto il resto, a tutti coloro che più o meno consapevolmente si chiamano fuori da quel mondo fatto di violenza, ingiustizia, vendetta e prevaricazione.

Appena qualche giorno fa ha fatto scalpore l’immagine del boss Giorgi, arrestato dopo una lunghissima latitanza, che è stato omaggiato con il baciamano da alcuni compaesani mentre veniva tradotto in carcere. Lo scandalo ha attraversato media e social, il comportamento mafioso esibito ha scosso le “anime belle”, quelle di chi è fermamente convinto di essere un “giusto”, di stare dall’altra parte, di non avere nulla in comune con le mafie, quei rituali, quelle regole.

Ieri poi è accaduto qualcosa che ha rimescolato le carte.

La Cassazione ha emanato una sentenza che chiede ai magistrati del giudizio di merito di meglio specificare le ragioni del diniego opposto alla richiesta di una attenuazione delle misure cautelari di Totò Riina, ultra ottantenne, ristretto in regime di 41 bis e gravemente malato.

Al netto dei molti travisamenti del dettato della pronuncia dei magistrati, travisamenti che hanno generato titoli tanto ad effetto quanto farlocchi su diversi quotidiani, il dato che va rilevato è la quantità eccezionale di rimbalzo sui social della notizia e la qualità e il contenuto di questi rimbalzi.
Migliaia, forse decine di migliaia di bravi cittadini hanno in poche ore sentito l’impellente bisogno di commentare con rabbia e violenza la sentenza, invocando argomenti come la certezza della pena, la crudeltà del condannato, la sua pericolosità, la memoria della vittime, una presunta dignità e fermezza dello Stato ed infine la vendetta e la necessità di farlo soffrire fino al suo ultimo respiro.

Eccole nuovamente le “ anime belle”, il partito dei “giusti” tornare alla ribalta e posizionarsi, suo malgrado, per ignoranza, malafede, superficialità dalla stessa parte della mafia, delle sue logiche, delle sue regole, della sua cultura.

Perché è la mafia quella che si vendica, la mafia ammazza i propri avversari, la mafia usa metodi spietati, la mafia non riconosce la dignità umana, la mafia applica l’antica legge del taglione.

Così nel giro di pochi giorni il popolo del web è passato da un campo all’altro, dallo stigmatizzare il baciamano mafioso ad invocare nella stessa logica mafiosa nessuna pietà per il condannato.
Ciò dimostra a chiare lettera quanto la cultura mafiosa sia penetrata ovunque, non solo nel tessuto economico o politico del Paese, ma nelle menti, nel comune sentire nel pensiero di tanti, troppi Italiani.

La mafia ha vinto, che Riina muoia o no in carcere.
Le “ anime belle” ci pensino.

Mafie e “anime belle”.

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