Carta vince, perché?

Roberto Maragliano
Aug 24, 2017 · 3 min read

Da tempo sono impegnato, nei social e in campo editoriale alternativo (https://www.facebook.com/editoridigitaliascuola/), a sostenere che, almeno in ambito scolastico (ma il discorso potrebbe, dovrebbe essere più generale):

  1. s’è fatto della carta un mito che non ha ragione d’essere, se davvero si punta alla diffusione della lettura e delle pratiche dello studio, e non a far acquistare pesanti blocchi di materiale ingombrante, destinati tra l’altro ad essere utilizzati per quote molto limitate dall’allievo ma soprattutto a tranquillizzare il docente disorientato;
  2. il libro digitale ha molti ‘in più’ che l’editoria scolastica non intende utilizzare, perché si sente legata ad un sistema (in verità, molto oneroso per l’utilizzatore ultimo) tutto centrato sulla carta;
  3. occorre dare autonomia di scelta e di produzione libraria ai docenti (a coloro almeno che sono attratti da questo tipo di prospettiva); si tratta dunque di lavorare a liberarli dalla sudditanza psicologica nei confronti di un sistema, quello delle adozioni, che non ha nessun vincolo legislativo, e, ancora, di sollecitarli a produrre sperimentalmente, con le classi, libri di tipo nuovo, pensati e realizzati per il digitale;
  4. sarà utile infine fare, delle esperienze sollecitate al punto precedente, altrettante occasioni per (insegnare a) riflettere sull’identità storica, culturale, tecnica dello strumento ‘libro’.

Quanto poi ai ‘dati della ricerca’, che regolarmente vengono chiamati in causa e dai quali risulterebbe che il libro di carta è più adeguato ed efficace ambiente di apprendimento rispetto a quello di bit, molto se non tutto dipende dai parametri delle indagini condotte, quindi dal contesto materiale e culturale entro cui si sono realizzate le comparazioni di cui si dice.

Se tale contesto è quello classico, dove tende a prevalere il parametro della fissazione e del reperimento di conoscenze (vedi il precipitato concettuale dell’uso sempre più massiccio e acritico del testing), carta vince, indubbiamente. Se invece ci si muove in contesti diversi, dove per esempio potrebbe prevalere la dimensione del trattamento e quindi dell’elaborazione autonoma delle conoscenze, allora non è detto che carta vinca, e lo faccia sempre, incondizionatamente.

Le ricerche che conosco sono perlopiù del primo tipo. E’ logico. Per fare le seconde occorrerebbe mettere in discussione gli ambienti stessi entro cui impiantare e condurre l’indagine e i loro relativi apparati didattici e culturali. Paradossalmente, per mostrare la legittimità del cambiamento si dovrebbe prima cambiare, poi attendere il tempo di sedimentazione del cambiamento e infine in sede di ricerca lavorare a introdurre le opportune modifiche nei parametri della verifica comparativa.

Quel che io penso e che solo col mettersi in discussione si può andare avanti. Con le logiche immobilistiche di tanta ricerca corrente (che svolge spesso una funzione conservativa delle istituzioni fisiche e dei vincoli concettuali e metodologici che la tengono in vita e la foraggiano) saremmo ancora in pieno dentro il sistema tolemaico e tutti starebbero lì a mostrarne le indubbie evidenze. Per ‘arrivare’ a Copernico occorre un salto di qualità, nella percezione e nell’interpretazione dei fenomeni. Riconosciamolo, costa fatica farlo. La rivoluzione, anche quella epistemologica, non è un pranzo di gala.

Meglio dunque ricorrere a slogan rassicuranti. Internet ci rende stupidi, appunto. E tali siamo condannati a restare se, almeno, non facciamo lo sforzo di leggere le critiche di Weinberger all’onnipresente Carr.

La questione è seria e va presa con filosofia, appunto.

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Roberto Maragliano

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Già Università Roma Tre. Mi occupo di educazione e media. Molto di quanto ho scritto e detto sta in rete su Scaffale Maragliano (https://goo.gl/XbT62M)

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