Conservazione? Fatto

L’anno 2017, che si era aperto con Una proposta contro il declino dell’italiano a scuola, la lettera sottoscritta dai seicento accademici in cui si denunciavano le carenze linguistiche dei ragazzi (grammatica, sintassi, lessico) e si chiedeva, tra l’altro, “una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari”, si chiude ora con l’appello, promosso da un gruppo di docenti della scuola e dell’università e siglato da centinaia di firme, più pomposamente titolato Per la scuola pubblica e indirizzato a Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere e al Ministro dell’Istruzione, in cui si intende smascherare “ la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista” sottostante all’impianto della legge 107/2015 (La buona scuola) e di fatto si chiede “un’azione di moratoria” sui processi messi in atto in relazione alle norme lì previste.

Siamo e (e ci eravamo anche all’inizio di quest’anno) in clima elettorale e ognuno gioca le carte che più gli si confanno.

Personalmente, però, non amo molto questo tipo di documenti, ai quali si aderisce con un o ci si oppone semplicemente non apponendo il proprio sì. Potrei essere d’accordo con un punto di quelli sollevati e in disaccordo con un altro, dello stesso documento, e dunque sottoscrivendolo o non sottoscrivendolo tradirei comunque le mie stesse opinioni.

Comunque, visto che esistono e circolano, penso che sia giusto prenderli in considerazione e discuterli, cercando di andare al di là della eventuale crocetta di adesione. Che si discuta di scuola in termini generali è sempre un bene, no?

Io lo faccio subito e apertamente, qui, indicando quella che a mio avviso è la sostanza comune dei due documenti. La esprimo con una sola parola: conservazione.

Ma attenzione! sono necessarie due notarelle a margine del termine. Non lo uso nella sua valenza politica, dove è associato all’area della destra partitica: né potrei farlo, considerato che fra i sottoscrittori dell’uno e dell’altro foglio compaiono figure pubbliche che hanno pubblicamente militato e tuttora militano nell’area progressista o, se preferite, “di sinistra”. Né intendo far leva sull’immagine ideologicamente negativa tradizionalmente associata al profilo dell’intellettuale così etichettato, tanto meno faccio affidamento sul diffuso astio nei confronti del prof conservatore. Nella conservazione, intesa almeno come difesa protettiva di quanto si reputa giusto e corretto, vedo infatti un valore positivo. Io stesso mi considero conservatore, di una parte almeno delle mie convinzioni, nel senso che cerco di tenerle al riparo di attacchi e fraintendimenti; pure di quelli che eventualmente potrebbero venire da me stesso!

No, dicendo che i due documenti sono per la conservazione intendo sostenere qualcos’altro. Per mostrarlo vi invito a rispondere ad una domanda semplice semplice: appurato cosa non va loro bene, cosa vogliono dalla scuola, in positivo, i firmatari dei due documenti, insomma che scuola vogliono?

Se non vi va di farlo, provate a chiederlo ai documenti stessi. Quello di dicembre, decisamente più articolato, una sua risposta là da, pure sufficientemente ampia, e la fornisce fin dall’inizio. La riporto qui: “ Una scuola di qualità è basata sulla centralità della conoscenza e del sapere costruiti a partire dalle discipline. Letteratura, Matematica, Arte, Scienza, Storia, Geografia, Filosofia, in tutte le loro declinazioni, sono la chiave di lettura del mondo, della società e del nostro futuro. Una reale comprensione del presente e la trasformazione della società richiedono riferimenti che affondano le radici nella storia, nelle opere, nelle biografie e nell’epistemologia delle discipline.” L’obiettivo è dunque una scuola basata sulle discipline. Fatto, verrebbe da postillare. Esiste già.

Risaliamo a quello di febbraio. Anche qui, onestamente, una risposta alla nostra domanda, anche se sintetica, c’è, e sta in bella posizione. Eccola: “dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano”. Una scuola che disciplina la scrittura, o, se preferite, che traduce la scrittura in disciplina. Fatto, anche per tale faccenda. Quella scuola esiste già.

Resta il problema di capire perché posizioni come queste, conservative nelle risonanze ideologiche e rispondenze materiali che trovano a livello di università ed editoria, si presentano oggi come controcorrente. Cos’è che giustifica il fatto che un massiccio patrimonio di elaborazione pedagogica messo a punto e condiviso da tanta parte della cultura scolastica (e universitaria) dagli anni Cinquanta agli anni Novanta del secolo passato, avente per centro l’impegno ad aprire le scuole al mondo e rendere attive le pratiche didattiche, sia così rapidamente svanito dalla memoria collettiva e lasci oggi il campo ad un’idea così arida e polverosa di scuola, come quella in cui, sembrerebbe, credono i seicento di febbraio 2017 e i quattrocento di dicembre 2017?

Purtroppo il periodo elettorale è il meno indicato perché ci si impegni in un’indagine di questo tipo, che, com’è evidente, chiamerebbe in causa responsabilità politiche, culturali, editoriali, economiche non soltanto di settore, ma generali. Temo però che fino a che non riusciremo a fare i conti con questa nostra storia, l’immobile scuola continuerà a svuotarsi, fino a che, con la complicità di quel peraltro pallido residuo di volontà di innovazione che regolarmente l’amministrazione e i suoi complici traducono con sapiente cinismo in invadente e appiccicosa retorica, di esso non resterà conservato altro che le mura.

Personalmente da qualche anno vado sostenendo simili tesi, anche nei miei interventi sui social. Ne fa fede il libro digitale Social. Diario di rete 2013-2017, di cui ho già detto qui.

Altro non ho da aggiungere se non un sincero augurio di buon anno.