Cu fu cu fu
Stamattina, nelle pieghe dell‘interminabile discussione facebucchica attorno al tema delle difficoltà del digitale dentro la scuola italiana, mi sono trovato a dire (ops, scrivere…ma padre Ong mi perdona!) qualcosa a proposito della situazione universitaria, a riprova della veridicità del motto latino Simul stabunt vel simul cadent.
Mi si faceva notare che “non sarà mai ripetuto abbastanza che il sistema dei ‘crediti’ ha introdotto, incoraggiato, giustificato un comportamento altrimenti deleterio, per cui lo studente, al raggiungimento delle pagine da studiare corrispondenti al valore in ‘crediti’ dell’esame, si arresta”.
A questo proposito ho fatto notare, e lo ridico qui, che il sistema dei crediti è molto comodo per il docente universitario, e non solo per lo studente. Non è necessario, per lui docente, motivare, argomentare, spiegare. Gli basterà indicare, tutt’al più presentare quel che lo studente dovrà fare. A volte nemmeno questo impegno gli si rende necessario. Tanto poi arriva il test che decide tutto. Si ottiene così un vero e proprio trionfo della spersonalizzazione. Del docente e dello studente.
Ma devo anche aggiungerevche il sistema dei crediti (Cfu) non è la causa, figura piuttosto come l’effetto, uno degli effetti, e forse nemmeno il più perverso, di un fenomeno ben più complesso, quello del malgoverno (esterno ed interno) che ha accompagnato il passaggio ‘storico’, avvenuto nel trentennio conclusivo del secolo scorso, da una università elitaria ed aristocratica ad una di massa, ma tale solo in termini quantitativi.
E’ di lì che è venuto a maturare l’attuale situazione di vero e propio trionfo della burocrazia, visibilissimo soprattutto nell’ambito delle scienze (si fa per dire) umane.
Personalmente finché m’è stato possibile ho combattuto dall’interno questo andazzo, ragionando, anni fa, sulle sue origini per così dire antropologiche (ovvero le ‘cortesie accademiche’) e, più recentemente, denunciando amaramente alcuni dei suoi risvolti più inquietanti (è la ‘serie rossiniana’ delle personali incazzature: uno, due, tre, quattro).
In positivo, ho cercato di utilizzare il digitale e la rete come grimaldelli didattici atti a promuovere metodologie personalizzate e personalizzanti. Illusione. Il poco digitale che è passato nella didattica accademica, a livello nazionale, è servito perlopiù a confermare il sistema delle comodità di cui ho detto sopra, il cui fondamento sta nel principio dell’adempimento formale. Come docente, fai un numero prestabilito di ore di lezione e poi verifichi, anzi fai verificare al test; come studente, segui le attività didattiche per il minimo sindacal/formale, ti sottoponi ai test e pagando le tasse arrivi al titolo. E’ questo, per intenderci, il modello delle aberrate (all’inizio , ma dopo santificate) università telematiche, ch’è diventato vincente anche in quelle ‘stanziali’.

Hai un bel denunciare. Le poche righe che riporto qui dal saggio di Federico Bertoni, peraltro presentato e discusso in molte aule, dovrebbero farne arrossire tutti gli attuali occupanti, i burodocenti: “Probabilmente è la logica di tutte le burocrazie: generare sistemi autoreferenziali che si alimentano da soli, il cui meccanismo significante non sta nel messaggio o nel referente ma nel codice stesso, in un’enciclopedia specializzata di termini e istruzioni, nel canale che trasmette le informazioni in un circolo chiuso e a suo modo rassicurante, al riparo dalla molteplicità, dagli imprevisti e dagli infiniti accidenti del mondo empirico”. Né, io credo, è destinata a scalfirli l’accusa che Leonardo Caffo muove dal numero odierno di Pagina 99, a proposito di un’università “che sempre più sta diventando un sistema di favoreggiamento meritocratico della mediocrità”.
Hanno ben altro da fare gli italici accademici, e sopratutto quelli preoccupati per le sorti della scuola, ora che con la pubblicazione del decreto del 10 agosto scorso hanno avuto comune apertura la caccia ai nuovi clienti Cfu e l’ufficio per le certificazioni Cfu dei vecchi.

