Digitale a scuola, perché?
Il precedente post ha avuto un certo successo, su Facebook.
Sostanzialmente, me ne hanno dette di tutti i colori: gli aggettivi usati sono andati da “cialtronesco” a “intimidatorio”, passando per “ideologico”. Non è mancato un invito a “buttare tutto”.
Va detto che ci sono stati anche apprezzamenti, in altre discussioni ma, evidentemente, il contenuto ha toccato nervi più o meno scoperti.
Penso allora che sia il caso di continuare.
L’argomento odierno è “il digitale”. A scuola!
Perché mai la scuola dovrebbe occuparsi di questo argomento, quando:
- non vi è alcuna evidenza che le tecnologie migliorino gli apprendimenti;
- vi è una storia decennale di investimenti, anche sulla formazione dei docenti, ma non si vedono risultati apprezzabili.
Naturalmente, vi sono altre obiezioni, ma queste mi sembrano le più importanti e, tutto sommato, fondate. Apparentemente.
Il primo punto è spesso “rinforzato” dagli esiti di alcune ricerche, tra cui spicca il report dell’OCSE “Students, computers and learning”, del 2015, ile cui conclusioni sono state diffuse anche da alcuni media generalisti con la sintesi che l’uso “eccessivo” delle tecnologie peggiora i risultati nei test standardizzati (PISA).
Vi sono anche letture più approfondite, che portano a conclusioni diverse, ma, soprattutto, è lo stesso direttore del settore Education dell’OCSE, Andreas Schleicher, a darne una “interpretazione autentica” ben diversa, non una, ma almeno due volte: la prima, nell’Executive Summary dello stesso report, dove si legge questa frase che potrebbe essere usata come incipit di ogni documento sui rapporti tra tecnologia e educazione:
Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching
La seconda in un post del suo blog, sempre del 2015, risponde in qualche modo anche alla seconda obiezione:
we haven’t yet become good enough at the kind of pedagogies that make the most of technology; that adding 21st-century technologies to 20th-century teaching practices will just dilute the effectiveness of teaching.
Siamo quindi sempre legati al punto di vista del digitale come “fattore di miglioramento” dei “normali” apprendimenti. Non si esce da un tipo di ragionamento che non tiene in considerazione la natura disruptiva del digitale. Un po’ quello che accade nella discussione sul libro, tra carta e digitali e tra libri di testo e scuola. È questo un altro interessantissimo ambito di discussione, recentemente affrontato da Roberto Maragliano nel libro (digitale) “Editori digitali a scuola”, del quale sto anche preparando una recensione (prossimamente su questo blog) e da cui ho tratto l’uso dell’aggettivo “disruptivo”, buona italianizzazione dell’inglese disruptive,
Vorrei però soprattutto ricordare che vi è almeno un’altra prospettiva, quella della competenza digitale.
Sono ormai passati undici anni dalla pubblicazione delle “Competenze chiave per l’apprendimento permanente” come Raccomandazione del Parlamento Europeo del Consiglio , tra le quali figura, alla posizione numero quattro, con parità di “dignità” rispetto alle altre, la competenza digitale.
Con la CM 3 del 13/2/2015 il MIUR ha “sterzato” decisamente verso il modello delle competenze chiave UE, con le nuove schede nazionali (ancora sperimentali) per la certificazione delle competenze nel primo ciclo di istruzione, nelle quali è presente una “riga” specifica proprio per la competenza digitale.
Non solo quindi dobbiamo genericamente “occuparcene”, ma è anche da certificare!
Certo, qualcuno potrebbe anche pensare: ma a cosa servono, in fondo, queste competenze digitali? Abbiamo “ben altre” priorità, “ben altri” problemi nella scuola!
Non è un ragionamento del tutto infondato perché i problemi sono davvero tanti (come per altro evidenziato nel precedente post!), ma rischia di spostare ancora una volta il discorso. Secondo me, un modo più corretto è pensare che, tra le priorità, C’È anche questa!
A questo punto, non può mancare il grafico (uno solo, così qualche eventuale lettore non rischia di immaginare inesistenti correlazioni):
Il grafico è tratto dal documento europeo “Digital inclusion and skills” del 2014 e mostra, ancora una volta, la posizione “non eccellente” del nostro Paese nel contesto continentale.
Il nostro Paese ha “meritato” (sigh) addirittura una menzione speciale, in virtù della sua dimensione (che ci piaccia o meno, siamo tra i “grandi” Paesi dell’Unione, anche se spesso ci fa comodo dimenticarlo):
In Italy, with its large population, this equates to almost 18 million people without digital skills
È importante o è ininfluente avere una popolazione con basse (o nulle) competenze digitali?
Si intravede qualche buon motivo perché la scuola se ne occupi?
