Digitale in gioco

Non c’è che dire, Alessandro Baricco è un sapiente intrattenitore, anche quando affronta argomenti complessi. Si può essere in sintonia o no con quel che egli sostiene e su come lo fa, ma gli va riconosciuto uno stile scrittura tanto personale quanto efficace, dove il saggista interagisce col narratore e l’uno e l’altro si mettono a disposizione del cronista. Tra le ragioni del suo successo, e delle critiche che l’intellettualità benpensante gli rivolge con regolare frequenza, c’è appunto il fatto che lui (diversamente da altri) si fa leggere, che lui (diversamente da altri) si fa ascoltare. Insomma, come affabulatore ci sa fare. Vi par poco?

Naturalmente di tutto questo Baricco è il primo ad essere consapevole. Dunque, prende gusto al gioco e, talvolta, non si sottrae alla lusinga di giocarsi di noi. Lo fece già una decina d’anni fa con un saggio su I barbari, cioè sulle nuove sensibilità che stavano emergendo, in particolare tra i giovani, ma non solo, per effetto della rivoluzione nei comportamenti culturali e comunicativi (nuovi media e nuova mente del tempo che fu): ma non solo. Il gioco, allora, consisteva nel fatto che, in aperto conflitto con le abitudini correnti, i singoli capitoli di quello che poi diventò un fortunato libretto uscirono a scadenza settimanale su La Repubblica, sotto forma di articoli. Non solo, ai lettori veniva data la possibilità di pubblicare i loro commenti in rete, direttamente nel sito del quotidiano (una sorta di social ante litteram). Ci fu furono interventi in grande quantità, tantissimi, poi, da parte di insegnanti e genitori. Erano tutti o quasi tutti in deciso, aperto conflitto con le posizioni dell’autore, che volevano essere di rappresentazione del nuovo scenario ‘barbarico’, e figuravano invece come una sua plateale condanna. Ma il bello, in quel gioco, consisteva nel fatto che gli scriventi non si rendevano conto della disparità di vedute tra chi descrive cercando di interpretare e di chi giudica al limite prescindendo dalla descrizione. Baricco, se ben ricordo, non intervenne mai per far notare la stranezza, dunque per puntualizzare che la sua era tutt’altro che una condanna, e che un po’ tutti eravamo per una qualche parte ‘barbari’, anche quelli che se la prendevano con i giovani e che rifiutavano quel mondo (pur standoci già dentro). Allora, tenni la stranezza per me, anche se non smisi di considerare importante e significativo quel contributo di idee (ne scrissi pure in un pezzullo disponibile nello Scaffale Maragliano, qui: ).

Ora che ho letto The Game, il saggio che Alessandro Baricco ha appena pubblicato, direttamente in libro (cartaceo e digitale) per Einaudi, una sorta di prolungamento/aggiornamento di quel discorso, credo di potermela spiegare, quella stranezza. Perché il lettore diceva il contrario dello scrittore e perché questi, potendolo, stava zitto? Ritengo, ora, che c’entri quel mix di figure di cui ho detto all’inizio e che rendono composita ed elastica l’identità di scrittore Baricco: un tratto, questo, che lo abilita ad usare la carta dell’ambiguità, cosa che un saggista puro, per dire, mai si permetterebbe di fare, e che fa inconsapevolmente emergere il retroterra di pensiero del lettore.

Tornerò su questo alla fine del mio discorso, forse un po’ più lungo di quelli consueti, ma l’argomento merita un suo spazio, decisamente. Di che argomento si tratta, cosa sostiene Baricco, cos’è il Game che dà titolo alla sua ‘opera’?

Il tema è quello dell’insurrezione digitale, che lì è intesa, soprattutto andando alle sue origini e ricostruendone lo sviluppo fino ad oggi, come reazione decisa e provocatoria alla cultura del Novecento, quella che ci ho portato, inconsapevoli, al lager e a Hiroshima. Insomma, un fatto culturale, a suo modo filosofico, che trova nelle macchinette, dei dispositivi tecnologici non l’elemento scatenante, tanto meno la causa, bensì la risposta all’emergere di un’ideologia ‘altra’, capace di vedere il mondo e trattarlo in modo diverso, con l’agirvi soprattutto, col renderlo spazio di azioni e operazioni. Col metterlo in gioco. Appunto, col farlo e farci giocare. Dunque, cosa seria, questa del gioco. Per quanto brutto e sporco l’universo ludico in cui siamo immersi non consentirebbe lager e Hiroshima, non permetterebbe che avvenissero ‘di nascosto’.

Da buon narratore Baricco ricostruisce minuziosamente le tappe che hanno condotto l’umanità, volente o nolente, da Space Invaders, il primo videogioco (1978), ad Alpha Go, il software che posto davanti all’umano campione del mondo in ‘go’, probabilmente il più antico e complesso gioco strategico, riesce nell’impresa di stracciarlo (2016). In mezzo ci siamo noi, con le abitudini che abbiamo via via acquisito e alle quali non sapremmo più rinunciare. Tutto inizia con un gioco e tutto continua ad andare avanti così: ci sono dimensioni e realtà di gioco nel nostro navigare l’altromondo del digitale e della rete, così come c’è gioco nel nostro entrare e uscire continuamente, tramite le app del cellulare, da una dimensione immediata a quella mediata, dall’esperienza alla postesperienza. Si divertiva Steve Job nel presentare l’iPhone, ci divertiamo noi, o almeno troviamo un po’ di piacevolezza fisica ed estetica, anche nello scrivere un documento legale o nel consultare un data base giuridico. E sono gioco anche e soprattutto i social. Attenzione, allora, questa fenomenologia del Game è cosa maledettamente importante, costituisce ‘la nostra assicurazione contro l’incubo del 900'.

Non la faccio troppo lunga, vi dico solo di leggerlo, questo libro, e di apprezzare come Baricco sappia smontare e ridimensionare tanti dei più diffusi luoghi comuni, aiutandoci a cogliere il sostrato di verità di ciascuno, per esempio quello connesso alla dialettica tra superficie e profondità (se prima la cultura era una piramide rovesciata, e l’obiettivo era scendere in profondità, oggi il profondo è portato in superficie, trasformato in azione e movimento: nei commentari alle tre fasi dell’insurrezione troverete tanti spunti come questo, utili per pensare e far pensare). Ma, soprattutto, vi invito a prendere atto di come la sensibilità e la cultura che si sono create abbiano già intaccato ed inficiato, secondo lui, i presupposti su cui si fondano le grandi ‘fortezze del 900’, quelle che vorremmo mantenere intatte, al riparo degli eventi, e che invece di questi eventi fortemente soffrono, senza che noi ci mostri capaci di capire e intervenire. Si tratta di pezzi importanti della nostra vita: sono lo Stato, la Scuola, le Chiese. Vi par poco?

Su tutta questa faccenda l’impegno di interpretazione messo in campo da Baricco prevale sulla propensione a giudicare, prerogativa che invece è propria di tanta letteratura critica sul digitale che quotidianamente ci viene proposta (soprattutto dai quotidiani cartacei). Ma strada facendo, seguendo attentamente la ricostruzione, appare chiaro che man mano che ci si avvicina all’ultima fase, quella attuale, in cui, sembrerebbe, il Game assume le sembianze di una deriva, di una umanità aumentata sì, ma anche nella direzione di un individualismo ed egoismo di massa, Baricco si fa sempre più reticente, si tira indietro. Arriva addirittura ad ammettere che nei social lui non c’è, personalmente, anche se figura: altri si occupano di gestire il suo profilo.

Ecco, riemerge qui l’ambiguità di cui dicevo prima. Tenersi così fuori dal discorso, e dalla pratica di cui si fa discorso, figura come un reato, che può diventare serio sul piano giuridico (per esempio, l’agire per interposta persona in un atto di certificazione), ma che qui, ovviamente fuori di una dimensione legale, reato resta, sia pure sul piano concettuale. Questo che ho additato è un atteggiamento ma anche un comportamento abbastanza diffuso, in ambito intellettuale ed artistico, e pure dentro lo spazio accademico, almeno nel nostro paese. Non facciamoci sviare dal fatto che viene presentato, perlopiù, come un vezzo, un peccato venale. Al di là di tutto, fatte salve le propensioni e i gusti personali, equivale alla scelta di essere in rete senza vivere la rete. Riconosciamolo. L’agire che non accetta l’interagire scade nell’individualismo: non sarà di massa, ma difficilmente eviterà di risultare aristocratico, corrispondendo al bisogno di mantenere uno schermo, un intercapedine tra sé e il mondo. Baricco a questa intercapedine non vuole rinunciare. Libero di farlo, ma sappia che così inficia parte della sua peraltro onesta analisi.

Lo mostra il modo con cui tratta la questione libro, raffigurato come baluardo nei confronti del processo di ‘imbarbarimento’ (se fosse onesto e trasparente a se stesso, questo dovrebbe ammettere. e la parola qui la dovrebbe usare), zona di resistenza fisica ed oggettuale nei confronti di una realtà sempre più intrisa di oltremondo (ma perché, viene da obiettargli, la narrazione, e la scrittura stessa sono qualcosa di diverso da un oltremondo?). Il libro cartaceo, ovviamente, quello da tenere in mano, quello senza link: così lui dice. Peccato allora che questo suo libro, The Game, porti due link, uno dei quali, oltre a tutto, di difficilmente impiego. Vedete che capita a fidarsi degli amici?

Io comunque, di una dozzina d’anni più vecchio di Baricco, dunque più interno al ‘900 di quanto lui non dica di essere, The Game l’ho letto in digitale e consiglio di leggerlo in digitale. Non fosse altro, è più facile citarlo. E poi, tra una mappa Google e una di carta, preferisco di gran lunga la prima, che mi segue sempre ed è infinita, ovvero ‘non finita’ mai, no?

Nuovi Media NuovaMente

Cultura dei nuovi media e del digitale a scuola e nella società

Roberto Maragliano

Written by

Già Università Roma Tre. Mi occupo di educazione e media. Molto di quanto ho scritto e detto sta in rete su Scaffale Maragliano (https://goo.gl/XbT62M)

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