Firma digitale, anche troppo bella!
Francesco Leonetti scriveva ieri che la firma digitale è una bella cosa, e ne spiegava poi il meccanismo di funzionamento e le principali caratteristiche ma anche gli usi scorretti e non conformi allo spirito della legge che sono ancora diffusi in molte Pubbliche Amministrazioni.
Qualche settimana fa, ha destato un certo scalpore il video dell’audizione di un dirigente ministeriale che, di fronte ad una Commissione Parlamentare, finiva per raccontare non senza imbarazzo le infinite difficoltà e i ritardi che ostacolano tutto la cosiddetta dematerializzazione e rendono ancora sostanzialmente non applicato in pieno il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), definito addirittura “bellissimo” nel post di Leonetti.
Forse è solo una questione estetica, ma non riesco a condividere del tutto il parere di Francesco.
Partendo dal CAD, si tratta di un corpo normativo assai complesso, più volte rimaneggiato, caratterizzato purtroppo dal consueto “stile” dei testi legislativi italiani; afflitto da rimandi, abrogazioni, rinvii a ulteriori norme che a loro volta modificano, integrano, precisano, abrogano.
La lettura complessiva risulta ardua per chiunque e, considerato il tema, consente di fatto a molte amministrazioni di …soprassedere!
Oltre a questi problemi che potremmo definire “tecnici”, vi è soprattutto, a monte, una questione culturale che, a mio parere, soltanto ultimamente, grazie al Commissario per l’Agenda Digitale, Diego Piacentini, è stato, anche se ancora timidamente, messo in evidenza. Lo slogan “meno leggi, più software” è evocativo di questo (auspicato) cambio di mentalità, del quale il Piano Triennale per l’Informatica (toh, si torna ad usare questo “vecchio” termine…) nella Pubblica Amministrazione, recentemente pubblicato, dovrebbe essere lo strumento operativo, assieme ai nuovissimi siti dell’Agid, dedicati a sviluppatori e designer.
Si tratta del medesimo ragionamento sulla natura “disruptiva” del digitale, per cui difficilmente si possono ottenere risultati eclatanti, se ci si limita semplicemente ad “elettrificare” i processi pre-esistenti.
La mera “elettrificazione” è, sostanzialmente, quello che è stato fatto finora: ne ho parlato qualche mese fa in un articolo apparso su Agenda Digitale Italiana, nel quale utilizzavo la metafora delle “carrozze senza cavalli”. Come le prime automobili, infatti, sembra che non si riesca (ancora?) a trarre reale vantaggio dalla disponibilità di tecnologie in grado di modificare il paradigma, non solo le minute prassi.
Concludo con un paio di esempi, con i quali mi ricollego alla “bella” firma digitale e, naturalmente, anche alla realtà delle scuole, facenti parte a tutti gli effetti della PA e soggette pertanto alle norme sull’amministrazione digitale.
La realtà attuale della maggior parte delle istituzioni scolastiche è data dalla più o meno recente installazione di software per la gestione integrata della cosiddetta “Segreteria digitale”.
Questi software prevedono di solito procedure integrate per la ricezione, l’archiviazione, la protocollazione e la produzione di documenti informatici, inclusa la gestione della firma digitale.
Il risultato finale è che praticamente tutti i documenti prodotti sono firmati digitalmente. Beh, si dirà, dov’è il problema?
Ad esempio, per consentire al dirigente scolastico di firmare più agevolmente, i produttori hanno inserito funzioni di “firma massiva”: un clic su “seleziona tutto”, inserisco le credenziali e posso “firmare” in colpo solo tutti gli atti inseriti nel “Libro Firma”. Li avrò letti? Almeno …sfogliati?
Praticamente un ossimoro, rispetto alla logica di responsabilità e rigore giuridico connessi con la firma digitale, no?
Un altro problema è la sostanziale impossibilità di delegare. Il dirigente scolastico è sempre più “solo” e insostituibile! Con la firma digitale (in possesso del solo dirigente) non si può neanche più utilizzare l’istituto della “delega di firma” per gli atti per i quali sarebbe stato teoricamente possibile.
Nelle scuole vi sono inoltre alcuni atti per i quali è prevista la doppia firma, da parte del DS e del DSGA: non è semplicissimo, sicuramente una procedura che nella modalità cartacea era banale, nella sua trasposizione digitale si rivela spesso lenta e macchinosa.
Qualcuno ha notato anche la terminologia? Fate una ricerca su Google con le parole chiave “Libro firma” e apparirà …questo!

Si potrebbe continuare con il protocollo (per il quale si continua, ad esempio, a parlare di “titolari”, apparati evidentemente legati alla dimensione cartacea degli archivi!) e, perché no, anche con la PEC, utilizzata (secondo Wikipedia) soltanto in Italia, Svizzera e Hong Kong (nel resto del mondo, quindi, come fanno?): altri “granelli” di sabbia nell’ingranaggio (già di per sé poco lubrificato) della PA digitale!
Una soluzione alternativa per la questione della firma digitale su ogni documento potrebbe essere rappresentata dall’uso esteso di piattaforme di gestione documentale condivise almeno con le amministrazioni del comparto: che senso ha, infatti, che MIUR, Uffici periferici e scuole si scambino continuamente decine di comunicazioni (tutte firmate, per carità!) via email o addirittura via PEC?
L’uso della firma digitale potrebbe quindi essere limitato ad alcuni atti più rilevanti, come contratti, acquisti e simili.
Sono esempi, se vogliamo, banali, ma sono tuttora fonte di problemi e preoccupazione in molte segreterie scolastiche: il digitale sta “semplificando” poco, al di là di un certo risparmio sulla carta (anche questo da verificare: pare che comunque si “stampi” molto).
Insomma, detto più semplicemente, quello che si dovrebbe tentare è la maggiore diffusione di una cultura della fiducia tra le amministrazioni e tra amministrazioni e cittadino: una semplice email, senza documenti firmati digitalmente, non è detto che non abbia valore!
Del resto, non ci rechiamo certo dal notaio per qualsiasi acquisto, ma solo per alcuni, di grande rilevanza!
La tecnologia, pertanto, dovrebbe essere utilizzata per inventare e abilitare nuove modalità di gestione amministrativa e non soltanto, come sta accadendo ora, per replicare in modalità “elettrica” quelle pre-esistenti.
