Neo liberista

“ Scrivere un libro sulla scuola ha un che di saccente. Sul tema tutti hanno, con cognizione di causa, le proprie idee su come le cose dovrebbero andare. Anche perché ognuna delle persone che leggerà le pagine da qui in avanti ha o ha avuto a che fare per molti anni con quello che accade in classe, con le interrogazioni e i compiti a casa, o poi forse con l’educazione dei figli o con i suoi studenti, e ha ricavato impressioni e idee che potrebbero confermare o confutare tutto quello che troverete in questo libro; e magari sarebbe più interessante - anche per me - ascoltare tutte queste altre prospettive.”

Ecco. Questo, l’iniziale, è l’unico pezzo del saggio sulla scuola di Christian Raimo appena pubblicato da Einaudi (Tutti i banchi sono uguali) che mi sento di condividere pienamente. Il resto no. Ma non fa problema ch’io possa essere di parere contrario. Né, soprattutto, che, personalmente, provi una sorta di orticaria nei confronti di ogni analisi di non importa qual misfatto dove sia chiamata in causa la responsabilità esclusiva del neoliberismo e dove ciò su cui si nutrono dubbi anche legittimi (in questo caso la vicenda de La buona scuola) venga sistematicamente riportato a quella matrice.

In regime di libertà di opinione c’è posto per tutti. Sia per chi, come Raimo, nel permanere delle diseguaglianze tra le scuole, nel crescere degli stili competitivi tra i docenti e tra gli studenti, nel sovraccaricare questi ultimi di compiti a casa, nell’autorizzare e subordinarsi ad una cultura valutocentrica, nel subire le ambiguità dell’alternanza scuola/lavoro - tutti dati di fatto dell’attuale regime scolastico, indubbiamente, che mai mi sentirei di negare -, vede il frutto di un unico disegno perverso, aziendalistico-renziano. Sia per chi, come me, anche in ragione di questo tipo di analisi, solennemente dichiara (richiamando la suggestione dell’amico non solo di rete Reginaldo Palermo, che così, col rifarsi al Chiarchiaro di Pirandello, si esprime su Facebook): “Non mi basta più essere definito neoliberista. Basta, voglio, pretendo ed esigo che mi venga consegnata la patente di neoliberista, con tanto di bolli e timbri. La voglio bella colorata, in plastica rigida come una carta di credito in modo da poterla esibire al ristorante, in hotel ma anche nei convegni, nei corsi di formazione e dovunque sia necessario accreditarmi come neoliberista a denominazione d’origine”.

E dunque, se la causa di tutte le malefatte è il neoliberismo, mi sento neoliberista. Perché? Perché di come stanno andando le cose mi sento comunque responsabile. Più in generale, perché se le cose stanno così non è per qualcosa di cattivo (un asteroide?) piombato da di fuori a rovinare tutto ma perché un’intera nostra vicenda complessiva e complessa (ancora tutta da interpretare) ci ha portato qui: cosa che riguarda tutti noi, Raimo compreso. Abbiamo un bel tenercene fuori. Ci siamo dentro. E dobbiamo capire come e perché ci siamo arrivati; e come potremo uscirne, se mai ci sarà possibile. Ma, ripeto, tutto questo non fa questione. Abbiamo idee diverse, l’insegnante, giornalista, scrittore ed io, pensionato dell’università. La cosa potrebbe finire qui.

Se però metto una chiosa a questo mio discorso è perché nella ‘narrazione’ di Raimo trovo una questione aperta che, almeno a mio avviso, potrebbe avere un rilievo ben più ampio di quelle elencate e discusse nel libro. In gioco ci vedo il tema della laicità del conoscere, del nostro conoscere.

In che senso? Più volte Raimo ricorre alla questione della differenza tra una prospettiva sincronica e una diacronica. A suo vedere, la scuola, per le ragioni superiori che ci ricorda, è appiattita in una dimensione sincronica e opera dunque per il mondo così com’è. Dovrebbe invece, egli ritiene, proiettarsi su una dimensione diacronica, e creare i presupposti per una diversa maniera di intendere e praticare e dunque costruire il mondo. Dovrebbe, insomma, lavorare per il futuro, per un futuro diverso.

Io vedo, in tutto questo, la conferma di un’idea di autosufficienza della scuola, sottostante a buona parte della cultura pedagogica storica (è il caso di ricorrere al Rousseau, quello vero?), che condanna la scuola stessa a vivere in una condizione di religiosa, escatologica separatezza dal mondo e il docente non toccato dalla grazia a rassegnarsi fatalisticamente all’idea di poter far poco o nulla per edificare il nuovo mondo, nulla di diverso dal serrare le finestre che danno sull’esterno brutto e cattivo. Non a caso, nelle pagine del racconto, trova un posto privilegiato il riferimento a don Milani.

Mi sorge un dubbio, allora, e lo voglio proporre qui in modo secco, quale elemento di discussione, non senza aver chiarito che l’interrogativo mi viene dal fatto di aver vissuto dall’interno le diverse fasi di formazione e di crisi della pedagogia cosiddetta progressista. Si tratta di questo. Negli anni d’oro, quelli della grande crescita ideologica e politica del discorso di sinistra sulla scuola, ci si pararono davanti due figure diversamente impregnate di utopia (e di positiva follia) religiosa: quella, appunto, di don Milani, e quella di Ivan Illich. L’iperscolaizzazione come palingenesi di una diversa società, da una parte; la descolarizzazione come presa d’atto della perdita di centralità ed esclusività degli apparati scolastici, dall’altra. Santificammo la prima, demonizzammo la seconda.

Sarebbe il caso di chiederci, ora, se la scelta fatta allora, sul piano concettuale e politico, mai messa in discussione, ci abbia aiutato e ci aiuti adesso a capire come stanno le cose, e perché stanno così.

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