Oscillazioni

“Quanto alla lettura, si farà riferimento alle scoperte delle neuroscienze. dunque ad una pedagogia esplicita, di tipo sillabico e non al metodo globale, di cui tutti ammettono che ha prodotto risultati tutt’altro che convincenti”. Così si è espresso il nuovo ministro dell’educazione francese, Jean-Michel Blanquer, in occasione della riapertura delle scuole, non mancando di marcare una decisa ‘marcia indietro’ rispetto ai precedenti anni, caratterizzati dall’impulso, sovente anche disordinato, volto ad una revisione di alcune delle caratteristiche della scuola nazionale. E, in sovrapprezzo, non ha mancato di far riferimento all’esigenza di rinforzare l’insegnamento del latino e di rivedere l’impianto dell’esame conclusivo della formazione scolastica.

Lettura, classicismo, rigore. E’ facile obiettare che questi sono i capisaldi del conservatorismo pedagogico. Dopo l’ondata progressista eccoci dentro il flusso regressista. Altrettanto facile sarebbe far notare agli amici d’oltralpe che sotto questo giogo noi siamo già passati. Gli ultimi trent’anni, in termini scolastici, hanno visto, qui da noi, non poche azioni di modifica e successive controazioni di annullamento del cambiamento precedentemente introdotto.

Viene legittimo, allora, porsi due problemi.

Il primo ha a che fare con la natura oscillante dell’innovazione scolastica. Ne è responsabile il decisore politico o è un qualcosa che si inscrive nell’intimo della cultura stessa della scuola, almeno di quella europea? Propenderei per la seconda ipotesi. Che trova conferma nella storia scolastica nazionale. Si pensi ai programmi della scuola elementare (senza farne una questione terminologica, è chiaro di che cosa sto dicendo), dalla Legge Casati ad oggi; una volta a prevalere è un impianto ad orientamento educativo, un’altra volta si afferma un orientamento istruttivo. Anche al di là del marchio politico dei proponenti. Si pensi anche in anni più recenti, alla fortuna in ambito didattico prima della cultura più sensibile alle suggestioni del bricolage e poi di quella più convinta della necessità di aderire alla razionalità programmatoria. Si pensi ancora, in ambito valutativo, al dilemma voti/giudizi. Chi vince? Di volta in volta, ce n’è uno. Viste in sequenza queste oscillazioni ci inducono a ritenere che forse non ci sarà mai un vincitore, su questioni così facilmente riconducibili a disputa ideologica ma anche che toccano aspetti così profondi e pertanto opachi dell’identità della scuola.

Secondo problema. Al di là di simili movimenti, la scuola praticata, quella di tutti i giorni, permane, resiste e si autoconferma, checché ne dicano o ne facciano i ministri inventatisi pedagogisti o i pedagogisti inventatisi ministri. Questo non è un problema, direte, è piuttosto un dato di fatto. Resta però da stabilire, e qui sta a mio avviso il problema, se questo dato di fatto sia da considerare come positivo o no.