Ve l’avevo detto che il digitale…

Nel giro di poche ore, su Medium, un intervento di Francesco Leonetti (Le vie del digitale a scuola sono finite) e due di Antonio Fini (Quattro (brutte) fotografie e Digitale a scuola, perché?) hanno posto in termini molto chiari, al limite della provocazione, la questione del digitale e del contributo che garantirebbe all’innovazione scolastica, qui da noi e non solo.
In che cosa consiste la provocazione? Nel fatto che il giudizio su come sono andate e stanno andando le cose è prevalentemente negativo?
No di certo.
Di fatto, andando a leggere su Facebok le reazioni ai tre post prevalgono l’argomento e il tono del #velavevodetto. Dunque, che i più abbiano dubbi sulla ‘scuola digitale’ o ne pensino male è un dato di fatto difficilmente contestabile, anche se a tanti di questi piace presentarsi come minoranza controcorrente, non fosse altro per reagire a tanta della retorica corrente.
Piuttosto, provocatorio è il fatto che né Leonetti né Fini siano da annoverare tra i critici pregiudiziali della tecnologia digitale. Al contrario, figurano da tempo come positivamente e professionalmente impegnati a praticarne e sostenerne la valenza didattica.
E allora?
Allora la questione è molto semplice, ahimè. A non andare per il verso giusto , sostengono (e io concordo), è il modo prevalente di trattare il digitale. Quanto, insomma, lo riduce all’uso in classe di questa o quella macchina indipendentemente dal carattere innovativo ch’esse, tutte assieme, potrebbero garantire, se venissero valorizzate per quanto di diverso possono far fare rispetto agli standard correnti, sia sul piano dei contenuti sia su quello dei modi dell’apprendere.
Accettando un simile punto di vista, il problema è destinato a spostarsi. In discussione non c’è il digitale, che costituisce la più ampia e diffusa infrastruttura cui fa capo il complesso delle pratiche umane, e che dunque entra a scuola comunque, anche quando non lo si vuole, ma è la scelta prevalente di piegarlo ai contenuti e ai modi didattici correnti.
A volerlo così, dunque a condannarlo al fallimento c’è un convergere di interessi conservativi da parte di amministrazione, università, editoria, intellettualità diffusa.
Vecchia storia, è doveroso riconoscerlo.

