Il fare dell’economia dipende dal volere della politica

“Keynes o Hayek” di Nicholas Wapshott

Questo saggio di Nicholas Wapshott, Keynes o Hayek (giustamente sottotitolato Lo scontro che ha definito l’economia moderna), pubblicato in origine nel 2011 è, per i miei gusti, estremamente interessante. Keynes, il massimo innovatore dell’economia moderna, è messo a confronto con Hayek, alfiere del neoliberismo antistatalista. Da questo incontro/scontro nasceranno i due filoni principale della scienza economica.

Il saggio Keynes o Hayek di N. Wapshott

Secondo me particolarmente gustoso perché partendo da storie personali e da idee in opposizione e in connessione tra loro si pervienea una conclusione che Wapshott non dichiara apertamente, ma è implicita, la troviamo impigliata tra le pagine del suo libro: il fare dell’economia dipende dal volere della politica.
 L’economia è il principale tramite cui la politica — o, in senso più lato, il potere — incide sulla vita dei cittadini.

Per cui, prima di valutare l’efficacia o meno, il bene o il male, l’equità o l’iniquità delle scelte di politica economica è necessario conoscerne gli obiettivi.

I fini vengono prima dei mezzi impiegati per portarli a compimento. Keynes e Hayek, ciascuno a suo modo, era ben consapevole di questa circostanza. Ed entrambi, spesso evitando di esplicitarlo (soprattutto Hayek), partirono dai fini politici per costruire la loro teoria scientifica. Forse proprio in ciò Keynes si rivelò superiore al collega austriaco, nel rendere chiaro che l’economia era la scienza volta alla miglior gestione delle risorse al fine di… qui ci si deve interrompere. Per Keynes il fine era il benessere generale. Per Hayek i fini erano una pura invenzione, un problema da non porsi, a fronte dell’ordine spontaneo e autoregolantesi del mercato. Per cui il fine in sé di Hayek divenne il mercato.

L’autore Nicholas Wapshott

Semplificando in maniera assolutamente inadeguata di solito si presenta Keynes come il fautore delle politiche espansive e stataliste, opposto ad Hayek, sostenitore del liberismo più sfrenato e avversario indefesso dello Stato.
 
Sotto profilo scientifico”, scrive Wapshott, “mi sento di affermare che si è imposto Keynes. Sua la paternità della macroeconomia, la visione olistica dell’economia in dialettico rraffronto con altre discipline. Da allora l’economia non fu più la stessa, anche per i seguaci della teoria neo classica”. Mi pare condivisibile. Per questo Keynes è comunque considerato il massimo economista del XX° Secolo.

Friedrich von Hayek

“Sotto il profilo politico”, continua Wapshott, “prima si è imposto Keynes, poi da una quarantina di anni a questa parte, si è riproposto Hayek”. Purtroppo.
 
Scrivo purtroppo perchè il tempo sta dando ragione a George Orwell, il cui netto giudizio a proposito delle idee di Hayek (foto sopra) è riportato nel saggio di Wapshott. “Nella parte negativa della tesi del professor Hayek c’è tanta verità. Il collettivismo non è intrinsecamente democratico, anzi, conferisce a una minoranza tirannica poteri che l’Inquisizione spagnola non s’è mai sognata”. Però proseguiva l’autore di 1984: “Il professor Hayek… non capisce, o non ammette, che un ritorno alla ‘libera’ concorrenza significa per la grande massa dei persone una tirannide forse peggiore perché più irresponsabile di quella dello stato. Il problema della concorrenza è che qualcuno vince. Il professor Hayek nega che il libero capitalismo porti necessariamente al monopolio, ma in pratica è lì che conduce e, dato che la stragrande maggioranza delle persone preferisce di gran lunga l’irreggimentazione statale alle crisi e alla disoccupazione, la deriva verso il collettivismo è destinata a proseguire se l’opinione pubblica non ha voce in capitolo”.
Parole oggi inascoltate nelle stanze del potere.

Wapshott riassume così la diversità di vedute dei due economisti: “Keynes riteneva che l’uomo fosse padrone del proprio destino, mentre Hayek, con una certa riluttanza, credeva che l’uomo fosse destinato a vivere secondo le leggi naturali dell’economia e tutte le altre leggi di natura. Pertanto i due erano giunti a rappresentare due idee opposte della vita e del governo: Keynes adottava la visione ottimistica secondo cui la vita non sarebbe difficile come invece è se soltanto chi detiene il potere prendesse le decisioni giuste, mentre Hayek sottoscriveva l’idea pessimistica secondo cui c’erano rigidi limiti allo sforzo umano e i tentativi di alterare le leggi di natura, per quanto ammantati di buone intenzioni, erano destinati a portare nel migliore dei casi a conseguenze imprevedibili”.
 
 Differente era anche l’approccio puramente scientifico: “Mentre Keynes era spinto dal desiderio di affrontare i problemi concreti, le opere di Hayek erano di solito teoria allo stato puro”.

John Maynard Keynes sulla copertina di Time

I capitoli finali del saggio sono dedicati all’influenza che ha avuto la dottrina dell’uno e dell’altro economista durante gli ultimi decenni. Peccato che l’attenzione sia posta quasi esclusivamente sugli U.S.A., con pochi rapidi accenni all’Unione Europea, che dal Trattato di Maastricht in poi ha cristalizzato sotto forma di norme parecchie delle idee di Hayek.
 
 Per concludere, data la mia evidente preferenza per Keynes (immagine sopra) rispetto ad Hayek, riporto un brano dell’economista inglese tratto dal suo articolo del 1926 La fine del laissez-faire, con il quale già allora aveva fugato qualsiasi dubbio circa i limiti evidentissimi della famosa ‘mano invisibile’ del mercato. 
 “Liberiamoci dai principii metafisici o generali sui quali, in varie occasioni, si è basato il laissez-faire. Non è vero che gli individui posseggano una «libertà naturale» nelle loro attività economiche. Non vi è alcun patto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e sociali coincidano sempre. Esso non è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principii di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato; più spesso individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli persino per raggiungere questi. L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agiscono separatamente”.


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