Un’installazione in forma di romanzo

“Crash” di J. G. Ballard

Il romanzo Crash di J. G. Ballard

Ossessivo, pornografico, violento, perverso, questi alcuni degli aggettivi coi quali classificare Crash di James Graham Ballard. E poi disturbante, disturbante al punto da risultare talvolta grottesco. D’altra parte Ballard sceglie di raccontare qualcosa di non raccontabile, o meglio, qualcosa di quasi inimmaginabile, sulla scia della precedente raccolta di racconti La mostra delle atrocità.

Il protagonista e narratore in prima persona di questo romanzo uscito nel 1973, portato sullo schermo nel 1996 da David Cronenberg (più sotto un’immagine del regista sul set), si chiama James Ballard, come l’autore. Ballard rimane coinvolto in un incidente automobilistico, uno scontro frontale con la vettura di una coppia. Il marito muore sul colpo, sbalzato fuori dall’abitacolo, la moglie rimane ferita e sotto choc. Nell’attesa dei soccorsi Ballard e la donna, imprigionati sui propri sedili, iniziano a nutrire vicendevolmente pensieri morbosi. I due poi, insieme alla moglie di Ballard, entrano in una sorta di ristretta società di psicopatici ossessionati dagli incidenti stradali e dalle loro conseguenze, la cui ‘guida’ è Vaughan, personalità raccapricciante e carismatica, e il cui obiettivo è la ricerca del disastro stradale.

Il regista David Cronenberg sul set di Crash

La brutale precisione della prosa di Ballard, come suo solito, è di un rigore scientifico, non lascia scampo.

I luoghi del romanzo sono innanzitutto le automobili, funzionanti o distrutte, descritte con acribia e ieratica deferenza in ogni loro ammennicolo e componente. Poi le strade, i chilometri di strade di scorrimento ad alta velocità, raccordi, piazzole di sosta, le tangenziali dove termina l’orizzonte di vita dei protagonisti, quasi fossero muraglie che li tengono prigionieri nell’area residenziale nei pressi dell’aeroporto di Londra. Brevi squarci di interni, appartamenti, condomini, stanze. Ovunque campeggiano i manufatti opera dell’uomo.

L’interpretazione più immediata che si può dare di Crash è quella che vede i protagonisti come soggetti disumanizzati che hanno eletto a perno della propria vita le automobili. Si eccitano al tocco dell’automobile, delle cicatrici lasciate loro dai componenti dell’automezzo, vedono nelle ferite da incidente dei nuovi orifizi tramite cui scatenare le proprie pulsioni sessuali. 
In Crashsi somma il rapporto uomo-automobile rivisitato sotto una forma totalmente nuova, dove l’uomo ed il mezzo sim-bioticamente assumono la dimensione di un essere vivente, il quale necessita di una ridefinizione dei concetti psicologici, sociali e comportamentali. Crash indaga sulla possibilità di un rapporto sessuale tra uomo ed auto, la quale diventa un accessorio indispensabile del proprio erotismo, raggiungendo il culmine nella eccitazione onirica offerta dalla perfezione dell’automobile e nel desiderio non di un rapporto sessuale con una donna, ma di uno scontro frontale con Elisabeth Taylor. Vaugham sogna di morire nell’istante dell’orgasmo di lei e tutta la sua vita sembra destinata a compiersi nell’attesa di questo eccitante e definitivo scontro, preparando ed osservando incidenti stradali a ripetizione, per migliorare non tanto la tecnica, quanto la perfezione erotica delle collisioni e dei traumi” (dalla tesi di laurea Sulla fantascienza “sociale”: Lino Aldani e James Graham Ballard, della dott.ssa Maria Grazia Cucci all’Università di Bari, Facoltà di Lingue e letterature straniere, nell’anno accademico 1995–96).

James Graham Ballard

L’auto ha sostituito l’essenza umana dei protagonisti. Eccone un esempio dalle pagine 159–160 del romanzo: “Nei giorni seguenti i miei orgasmi ebbero luogo nelle cicatrici sotto il suo seno e nella sua ascella sinistra, nelle ferite del collo e delle spalle — nelle aperture sessuali, insomma, praticate dalla frammentazione di parabrezza e scale del cruscotto in un impatto ad alta velocità, le quali mi permisero di sposare, attraverso il pene, l’auto nella quale m’ero schiantato e l’auto in cui Gabrielle aveva mancato di poco di trovare la morte. Immaginai altri incidenti suscettibili di ampliare codesto repertorio di orifizi, di correlazionarlo con altri elementi dell’ingegneria automobilistica e con le sempre più complesse tecnologie del futuro. Quali ferite avrebbero creato le possibilità sessuali delle tecnologie invisibili delle camere di reazione termonucleare, delle sale-controllo rivestite di mattonelle bianche, dei misteriosi scenari dei circuiti elettronici?

In Crash si scorge un chiaro nesso tra morte, tecnologia, sesso. Ballard è un autore che, irrimediabilmente, sa descriversi con le proprie parole meglio di chiunque altro. Propongo quindi qualche citazione diretta, allucinante quanto basta, in quanto più efficace di qualsiasi parafrasì.
La morte, ad esempio, a pagina 41: “Catherine mi vedeva già in una luce nuova. Mi rispettava, o, magari, invidiava per aver ucciso un uomo e per averlo ucciso nell’unico modo, o quasi, che ci resti di togliere legalmente la vita a un’altra persona? Nello scontro automobilistico, la morte veniva diretta dai vettori della velocità, della violenza e dell’aggressione”.
La tecnologia, invece, a pagina 90: “la vidi in atti sessuali diversi, le gambe sostenute da sezioni di apparecchi complessi, da pulegge e trespoli;… in atto di evolvere una sapienza sessuale che sarebbe stata l’esatto analogo delle altre attività specializzate che erano il prodotto delle molteplici tecnologie del ventesimo secolo”. E a pagina 123: “La tecnologia deviante dello scontro automobilistico sanzionava di per sé ogni atto perverso. Per la prima volta, una psicopatologia benevola ci chiamava ammiccando: una psicopatologia che aveva il suo tempio nelle decine di migliaia di veicoli in movimento sulle autostrade, nei giganteschi reattori di linea in volo sopra le nostre teste, nelle più umili strutture stampate e nei più umili laminati commerciali”.
Il sesso, a pagina 92: “ Il corpo deformato della giovane paralitica, insieme con i corpi deformati delle automobili accartocciate, rivelava le possibilità di una sessualità del tutto nuova. Vaughan aveva dato voce alle mie esigenze d’una risposta positiva al mio scontro”.

James Graham Ballard

La lettura di Crash, mi pare chiaro, è tutt’altro che agevole. Tutte le perversioni, le devianze e i gesti disturbanti di cui ci inonda il libro rischiano di sommergere i significati del testo o comunque di indurci a voltarci da un’altra parte (in parecchi, è facile immaginare, non saranno riusciti a terminare la lettura del libro).
Allora si rivela quasi necessaria, per riportare il lettore sui binari di una disanima lucida e chiarificatrice, la postfazione al volume ad opera dello stesso Ballard, a spiegare che “Crash, va da sé, si occupa (…) di un cataclisma pandemico istituzionalizzato in tutte le società industriali: un cataclisma che ogni anno uccide centinaia di migliaia di persone e ne ferisce milioni. Cosa vediamo nello scontro automobilistico: un sinistro presagio di un orrendo connubio fra sesso e tecnologia? La tecnologia moderna ci fornirà forse inimmaginabili mezzi di sfruttamento delle nostre psicopatologie? E questo imbrigliamento della nostra innata perversità potrà esserci di beneficio? O esiste qualche logica deviante che si dispiega più potentemente di quella fornita dalla ragione?
In tutto il libro ho usato l’automobile non solo come simbolo sessuale, ma come metafora totale della vita dell’uomo nella società odierna. Come tale, il romanzo ha un ruolo politico nettamente distinto dal suo contenuto sessuale, sebbene mi piaccia pensare che questo sia
il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia”.
Come in parecchie opere di Don DeLillo, soprattutto nell’ultima, Zero K, ho rinvenuto un impiego massiccio dell’aggettivo ‘stilizzato’, come anche richiami alle installazioni di arte contemporanea. E, a ben pensarci, forse Crash è davvero una formidabile, deviante, installazione in forma di romanzo.

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