Tutti in fila per un diritto

A Venezia la nuova legge regionale sull’Edilizia residenziale pubblica sta avendo pesanti ripercussioni su inquilini e aspiranti tali

di Patrizia Veclani[*]

In questo luglio 2019 molte famiglie veneziane, e sapremo quante solo alla pubblicazione dei dati, hanno chiesto di partecipare al bando comunale per l’assegnazione di alloggi popolari, cosiddetti Erp — edilizia residenziale pubblica, molte le esclusioni. Nello stesso periodo molte altre famiglie, già assegnatarie di alloggi Erp, si son viste recapitare istanze da parte dell’ente gestore (Ater) a corrispondere canoni moltiplicati rispetto a quelli precedentemente applicati.

Cos’è accaduto sul fronte casa?

/1 / La nuova legge regionale Erp e i nuovi canoni di affitto

Sintesi
La nuova legge regionale veneta sull’Edilizia residenziale pubblica (Erp, L.R. n.39/2017), oltre ai requisiti per l’accesso agli alloggi pubblici e per la decadenza del contratto di locazione, interviene anche sulla determinazione dei canoni di locazione. Le conseguenze sugli inquilini sono state pesanti. Nella nuova legge abbiamo riscontrato alcuni punti salienti che danno conto di tali effetti:

viene abbassata la soglia reddituale per l’accesso: da 26.833 di reddito a 20.000 di Isee-Erp (che contiene il patrimonio);

viene parificata la soglia reddituale di decadenza a quella per l’accesso (20.000 di Isee-Erp);

i contratti di locazione diventano a tempo determinato: da illimitati a quinquennali;

viene introdotto il canone minimo anche per le situazioni di estrema indigenza;

viene introdotto il canone a valore di mercato dell’alloggio;

al canone si aggiunge il 10% di IVA.

Questo intreccio di interventi ha provocato un moltiplicarsi del carico caduto addosso agli affittuari. Tra le riflessioni che proponiamo, la prima è che i canoni d’affitto non dovrebbero essere legati ai valori di mercato, troppo dipendenti da fluttuazioni geografiche, di area e temporali, ma rappresentare un’alternativa al mercato con scopi di calmierazione: un canone Erp che si avvicini a quello di mercato è un paradosso. La seconda riguarda la decadenza del contratto: è indispensabile che a determinare la fuoriuscita dei nuclei non sia un generico superamento di soglia stabilito a livello regionale ma semmai la disponibilità di un reddito capace di sostenere un affitto di mercato o di un patrimonio mobiliare in grado di affrontare un acquisto nella zona di residenza, al netto dei bisogni familiari. E’ essenziale un intervento politico per portare gli investimenti pubblici per la casa almeno a livello europeo e adottare misure per la calmierazione generale dei costi dell’abitare.

[*] Osservatorio OCIO


“Non so quanti sappiano cosa vuol dire risparmiare su tutto perché sai che l’età avanza e non avrai una pensione, e tua madre malata e con la minima avrà presto bisogno di una badante che non potrà pagarsi. Tenere spento il riscaldamento, fare la spesa solo se e dove conviene, riciclare i vestiti e le scarpe, contare i caffè al bar, non avere un’auto, tenere i conti della fine del mese esultando per quei 10 euro di risparmi. No, non credo che molti lo sappiano. E infatti adesso mi ritrovo che, quei risparmi tanto sudati, per alcuni, tecnici, politici, credo per chi fa una vita più agiata della mia, sarebbero un lusso, e vorrebbero cacciarmi di casa. Ho lavorato sempre nella mia vita, non ho nulla, non possiedo né ho mai posseduto niente, e vogliono pure buttarmi fuori di casa”.
[Testimonianza raccolta da inquilino Erp a Venezia nel luglio 2019.]

La nuova legge regionale veneta sull’Erp (n.39/2017), oltre ai requisiti per l’accesso agli alloggi pubblici e per la decadenza del contratto di locazione, interviene anche sui canoni di locazione. Le conseguenze sugli inquilini sono state pesanti e oggetto di attenzione della stampa, portando le Ater a cercare un rimedio che ad oggi non si è trovato. Abbiamo cercato il difetto di origine che ha determinato questo esito, confrontando la nuova legge con quella precedentemente in vigore (legge regionale n.10/1996 e s.m.). Ecco alcuni punti salienti delle differenze riscontrate, con un focus particolare riguardo le soglie di reddito e la determinazione dei canoni.

I principi ispiratori

Dichiarazione universale dei diritti umani, articolo 25
1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione,…

Costituzione italiana, articolo 3
E` compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Un primo punto di differenza non banale tra la legge attuale e la precedente sta nei principi ispiratori, che determinano a cascata tutto l’impianto del provvedimento. La nuova legge afferma di ispirarsi a “criteri di equità e sopportabilità” dei canoni di locazione e contemporaneamente alla “sostenibilità economica del sistema” (si veda anche la presentazione sul sito di Ater). La nuova impostazione quindi sembra abbandonare i concetti di inclusione e redistribuzione, secondo i quali i soggetti deboli hanno diritto costituzionale alla “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’eguaglianza dei cittadini” e quindi, come minimo, a un’abitazione. Si punta invece ad “equità”, che non implica redistribuzione, e “sopportabilità” dei canoni, che non implica la loro sostenibilità. Si abbandona cioè il principio secondo il quale l’abitazione garantita è un mezzo affinché le famiglie e le persone in difficoltà abbiano la possibilità di progettare il proprio futuro, per un principio che antepone il qui-ed-ora, la “sopportabilità” del canone, ovvero il massimo che l’inquilino oggi può sborsare. Si tratta di un cambio di sguardo, di una prospettiva che da lungimirante si fa miope. A conferma di ciò vi è il secondo punto, in cui si evidenzia il principio della sostenibilità economica del sistema, ovvero la casa pubblica non si finanzia più con le entrate fiscali, e il canone è una somma aggiuntiva a queste, ma i canoni sostituiscono di fatto quegli stanziamenti che non ci sono e non si programma evidentemente di realizzare. La casa pubblica perde la sua funzione calmieratrice del mercato degli affitti. Ciò significa, ancor più esattamente, la dismissione del problema casa dall’agenda politica e dai compiti istituzionali e costituzionali della Repubblica. La gestione casa pubblica si appresta così ad assumere un modello privatistico.

Sei grandi e ingombranti novità

Assecondando questa filosofia di base, con la nuova legge:

viene abbassata la soglia reddituale per l’accesso: con la legge precedente il limite di reddito familiare era fissato in 22.380 euro (cifra stabilita nel 2006 e che ad oggi vale 26.833 euro); la nuova legge stabilisce un limite Isee-Erp pari a 20.000. Considerato che l’indicatore Isee contiene anche il patrimonio mobiliare e il 20% del patrimonio immobiliare, è evidente come la nuova legge abbassi due volte i requisiti di reddito per l’accesso: sia a livello nominale (20mila anziché 26.833) che a livello reale, dato che in quei 20mila è inclusa anche una parte del patrimonio.

viene parificata la soglia reddituale di decadenza dall’assegnazione a quella per l’accesso: con la normativa precedente, l’assegnatario veniva dichiarato in decadenza dall’assegnazione qualora per due anni consecutivi il suo reddito (escluso eventualmente quello dei figli) superasse del 75% il requisito per l’accesso (39.165 euro). A questo punto l’inquilino poteva scegliere se rimanere nell’alloggio al massimo per altri 10 anni con un canone aumentato commisurato alla fascia corrispondente al suo reddito. La stessa legge prevedeva invece la fuoriuscita dall’alloggio immediata qualora il reddito superasse il triplo del limite per l’accesso (67.140 euro). La nuova legge ha eliminato queste soglie di reddito di decadenza e stabilito la fuoriuscita dell’inquilino al momento del superamento della stessa soglia di accesso (Isee-Erp di 20mila euro).

i contratti di locazione diventano a tempo determinato: tutti i contratti in essere a tempo indeterminato vengono tramutati unilateralmente dal locatore (Ater) in contratti a termine con una durata di 5 anni. E’ un punto importante: sia la vecchia legge che la nuova prevedono la decadenza del contratto in specifici casi, tra cui la perdita di alcuni requisiti reddituali. Ma con la nuova legge, dopo 5 anni il contratto viene rinnovato solo se sussistono i requisiti per l’accesso, che sono i più stringenti. Ovvero, si assume implicitamente che, qualora la famiglia durante la permanenza nell’alloggio migliorasse la propria condizione reddituale, venga sfrattata pur se ciò significasse rigettarla in una condizione non troppo diversa da quella di partenza, ai fini della sostenibilità sul mercato, annullando così gli effetti virtuosi dell’intervento pubblico, oppure costringerla a una coabitazione indefinita.

viene introdotto il canone minimo: fissato in una somma di 40 euro, secondo la nuova legge il canone minimo “deve essere corrisposto indipendentemente dal reddito dell’assegnatario”. La legge precedente non fissava alcun minimo: avendo carattere universale, cioè cercando di dare risposta a tutta la platea del possibile disagio, ammetteva anche canoni pari a zero per situazioni di estrema indigenza. L’introduzione di un minimo scardina quindi lo scopo basico dell’edilizia pubblica, mettendo tra l’altro nelle mani di maggioranze politiche il valore di quel “minimo” che potrà essere aumentato a piacere. Inoltre, qualora il canone minimo non sia sostenibile dall’inquilino, il Comune, certificandone lo stato di bisogno, dovrà farsi carico della differenza. Ancora, tutto ciò significa il venir meno delle Ater venete dello scopo sociale redistributivo per cui furono originariamente istituite, diventando una sorta di particolari agenzie immobiliari.

viene introdotto il canone a valore di mercato dell’alloggio: in sostanza, il canone degli alloggi Erp non è più “altro” dal mercato ma si intreccia con questo, assoggettandosi pericolosamente alle sue fluttuazioni. In particolare, per gli inquilini con i redditi più alti il canone Erp diventa addirittura pari a quello di mercato. La legge precedente invece definiva delle aree socioeconomiche delle famiglie affittuarie (“di protezione”, “sociale” e “di decadenza”) all’interno delle quali il canone veniva graduato a misura delle possibilità dell’inquilino ma sempre secondo criteri di sostenibilità e calmierazione rispetto al mercato (vedi dettagli di seguito).

al canone si aggiunge il 10% di IVA: L’Ater decide di versare al fisco l’IVA sui canoni in modo da risparmiare i costi della registrazione annuale dei contratti (secondo l’opzione consentita dal DPR 633/72, art.10 c.1 n.8), con ciò trasferendo agli inquilini la metà dei costi. Il canone che l’inquilino deve corrispondere viene quindi aumentato del 10%, una quota che prescinde dalle sue condizioni economiche e, va da sé, può essere gravosa per i nuclei più fragili: apporre il 10% uguale a tutti risponde a una logica di equità solo nominale poiché dal punto di vista reale introduce un gravame maggiore per i nuclei più deboli.

La determinazione del canone d’affitto Erp

In generale, il canone d’affitto di un alloggio pubblico Erp è una somma commisurata alla condizione socioeconomica dell’inquilino. Questo principio continua a valere sulla carta nel nuovo testo di legge così come lo era nel precedente; si sono però introdotte in questo testo delle modifiche importanti sia sotto il profilo della valutazione delle condizioni economiche che sotto il profilo del costo degli stessi canoni: in sostanza, si è proceduto a considerare più ricchi gli inquilini nonostante il loro regime reddituale non fosse cambiato e nello stesso tempo ad aumentare i valori dei canoni da corrispondere mediamente per tutte le fasce di reddito. Questo intreccio di interventi ha provocato un moltiplicarsi del carico caduto addosso agli affittuari. Cerchiamo di analizzare più nel dettaglio come ciò è avvenuto.

la valutazione delle condizioni economiche: la nuova legge identifica le condizioni economiche dell’inquilino in base al valore del suo Isee-Erp. Si tratta di un indicatore che somma il valore dei redditi della famiglia, inclusi i trasferimenti (ISR), e il 20% del patrimonio mobiliare e immobiliare posseduto dai suoi membri[1]. La legge precedente utilizzava solo i redditi fiscali inclusi i trasferimenti, in base ai quali classificava gli assegnatari in fasce “di protezione”, “sociale” o “di decadenza”. E’ evidente quindi che l’introduzione dell’indicatore Isee-Erp abbia improvvisamente fatto alzare le condizioni socioeconomiche figurative dei nuclei familiari nonostante i loro redditi fossero rimasti immutati; è evidente anche che tale rialzo è stato via via maggiore in misura crescente con l’età: i risparmi infatti si accumulano negli anni di vita, può intervenire una piccola eredità, un indennizzo per un infortunio, o si riscuote la liquidazione al momento del pensionamento, e così via. Se la Repubblica tutela e incoraggia il risparmio, come recita la Costituzione all’articolo 47, così non pare la legge regionale.

[1] L’Isee-Erp è l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Si differenzia dall’Isee poiché non vi sono incluse le detrazioni per l’affitto (perciò Isee-Erp >= Isee).

le soglie di Isee-Erp /reddito: come si può vedere, se si considera che l’Isee-Erp include una quota del patrimonio, anche nuclei con redditi molto bassi, che si trovavano inclusi nell’ex Area di protezione, rischiano facilmente di finire nella soglia successiva:

il calcolo dell’equo canone applicato: per fissare il canone da riscuotere, la legge precedente prendeva a riferimento i valori dell’equo canone (legge 392/78[1]) ai quali applicava decurtazioni o maggiorazioni in base all’area socioeconomica di appartenenza dell’inquilino. Come si vede dalla tabella sottostante, si tutelavano maggiormente alcune categorie sociali (lavoratori dipendenti, pensionati, soggetti a trattamenti sociali) per i quali l’incidenza massima ammessa sul reddito non andava oltre il 14%. La nuova legge prende anch’essa a riferimento l’equo canone, e le categorie di cui sopra sono tenute in considerazione con piccole detrazioni nel calcolo dell’Isee; tuttavia, ora la norma contempera l’equo canone con i valori OMI del mercato immobiliare, con il fine dichiarato di “assicurare la congruità dei canoni rispetto al valore di mercato”[2]. Inoltre, l’incidenza massima ammessa sull’indicatore di reddito Ise-Erp[3] varia ora tra l’8% e il 25%.

Come si vede, per chi si colloca nella fascia centrale ovvero un Isee-Erp tra 6.000 e 20.000, si stabilisce un “canone personalizzato” che può arrivare fino al 160% di un valore che è quello più elevato tra l’equo canone e il canone base OMI. Valore incomparabile con quanto previsto dalla legge precedente, che oltre a basarsi solo sul reddito, per la stessa fascia consentiva aumenti a partire dal solo valore dell’equo canone.

[1] Equo canone in base alla legge n.392/78, che prevede per i canoni di locazione: all’articolo 12 che essi non possano superare il valore del 3,85% del valore locativo dell’immobile (Il valore locativo è costituito dal prodotto della superficie convenzionale dell’immobile per il costo unitario di produzione del medesimo). Gli articoli dal 13 al 22 riguardano i coefficienti per le stime dei valori. L’articolo 24 stabilisce che l’aggiornamento annuale del canone può essere pari al massimo al 75% dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati verificatasi nell’anno precedente.

[2] Regolamento regionale n. 4/2018, art. 7.

[3] L’indicatore Ise-Erp si differenzia dall’Isee-Erp per l’assenza del parametro che tiene conto della numerosità familiare.

Nelle altre regioni

Vale ora la pena dare un rapido sguardo alle normative introdotte di recente in alcune altre regioni del Nord, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, per capire se le condizioni poste dalla Regione Veneto sono più o meno stringenti rispetto ad altre realtà.

Lombardia

La Regione Lombardia prevede per i canoni e il diritto di permanenza negli alloggi pubblici, l’assegnazione degli assegnatari in aree socioeconomiche, come faceva la nostra normativa precedente, basate sull’indicatore Isee-Erp. In particolare, per l’anno 2019, le aree sono così determinate:

Area di protezione: da 0 a 10.020; Area dell’accesso: fino a 15.588; Area di permanenza: fino a 35.000; Area di decadenza: oltre 35.000

Come si vede, se il limite per l’accesso è inferiore a quello Veneto, la permanenza nell’alloggio è garantita fino a 35.000, con una ragionevole differenziazione tra accesso e permanenza che il Veneto non applica più.

Emilia Romagna

Anche l’Emilia-Romagna distingue le soglie per l’accesso e per la permanenza; non si basa però sull’indicatore Isee-Erp bensì sull’Isee e il patrimonio mobiliare così definito:

soglia per l’accesso: reddito Isee = 17.154 euro, patrimonio = 35.000 euro

soglia per la permanenza: reddito Isee = 24.016 euro, patrimonio = 49.000 euro

Piemonte

In Piemonte il requisito reddituale per accedere all’alloggio Erp è un reddito Isee massimo di 21.034 euro. E’ in via di definizione una normativa che distingua le soglie di accesso e permanenza, quest’ultima “fino a che il nucleo non abbia acquisito una condizione di autonomia”. Per stabilire tale condizione, il Piemonte ha elaborato un indicatore multidimensionale di disagio abitativo calcolato a livello comunale che tiene conto di: numero di famiglie in affitto, numero di sfratti, alloggi Erp e numero di domande insoddisfatte, numero di famiglie assistite dai servizi sociali e quelle aiutate economicamente. Per quanto riguarda i canoni, l’intendimento della Regione è indirizzato alla sostenibilità dei canoni per tutta la durata dell’assegnazione e non solo dell’accesso e, nei casi di superamento della soglia di permanenza, non una decadenza ma un rialzo dei canoni.

La Casa non è solo un tetto

La casa non è soltanto il tetto e i muri che proteggono dalle intemperie. La casa, in tutte le analisi internazionali, viene concepita soprattutto come una pre-condizione per consentire un pieno ed effettivo godimento di altri diritti fondamentali, quali il diritto alla salute psicofisica, allo sviluppo personale, alla privacy, all’igiene ambientale, e così via. E’ anche la base sulla quale si sviluppano il senso di comunità, i legami sociali, la percezione di sicurezza. La casa non è mai stata e non è nemmeno oggi solo un tetto sopra la testa, ma quando si tratta di alloggi pubblici o del generale problema-casa la tendenza della politica in questi ultimi anni è di considerarla tale (quando non una fonte di guadagno).

A Venezia per le famiglie meno abbienti perdere la casa vuol dire dover lasciare la città

Due le considerazioni che ci sentiamo perciò di fare a commento dell’analisi che vi abbiamo presentato. La prima riguarda la decadenza dagli alloggi Erp: quando una famiglia che da anni vive in un alloggio Erp può lasciare l’alloggio? In linea di principio verrebbe da dire: quando lo sceglie. Se la casa è rapporti, relazioni, comunità, obbligare le famiglie a spostamenti dovrebbe essere sempre una manovra da evitare accuratamente, proprio per non spezzare quei legami che rappresentano una parte del capitale sociale degli individui, in grado di attutire i colpi delle sventure economiche e di attivare risorse esogene nei momenti di bisogno. In via subordinata, lo spostamento dovrebbe avvenire in “sicurezza”, ovvero non dovrebbe rappresentare per la famiglia un arretramento grave delle proprie condizioni di vita. Nel caso veneziano, invece, spesso la perdita dell’abitazione determina un esodo fuori città, spesso nelle seconde e terze cinture urbane, per l’impossibilità economica di accedere ad un mercato immobiliare drogato dal turismo. Per questo, è indispensabile che a determinare la fuoriuscita dei nuclei non sia un generico superamento di soglia stabilito a livello regionale ma semmai la disponibilità di un reddito capace di sostenere un affitto di mercato o di un patrimonio mobiliare in grado di affrontare un acquisto nella zona di residenza, al netto dei bisogni familiari. La programmazione delle politiche per la casa deve tener conto dei diversi contesti in cui opera.

Un canone Erp che si avvicini a quello di mercato è un paradosso

I canoni d’affitto poi non dovrebbero essere legati ai valori di mercato, ancora una volta troppo dipendenti da fluttuazioni geografiche, di area e temporali, ma rappresentare un’alternativa al mercato con scopi di calmierazione. La casa pubblica rappresenta un intervento di politica redistributiva di riequilibrio delle diseguaglianze provocate dal mercato e pertanto in quest’ottica chiedere agli inquilini canoni d’affitto più affini a quelli di mercato è un paradosso. Tra tutte le famiglie italiane che compilano un Isee, meno della metà, il 46%, ha un’abitazione di proprietà laddove nella popolazione complessiva questa quota è dell’80%[1]. Ciò significa che l’affitto rappresenta ad oggi un forte dispensatore di disagio economico che porta le famiglie a rivolgersi all’aiuto pubblico.

[1] Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Rapporto di monitoraggio Isee 2017, Quaderni della ricerca sociale, 2019.

L’incoerenza degli interventi pubblici ne causa l’inefficacia

In questo rileviamo come gli aiuti pubblici in termini di trasferimenti monetari alle famiglie in difficoltà rischino di essere vanificati da una legge che impone canoni come quelli della legge regionale veneta. Se lo Stato assiste una famiglia con un sussidio (rei o reddito di cittadinanza), se distribuisce il bonus ai lavoratori dipendenti a basso reddito, se l’Inps eroga un’integrazione al minimo o la cassa integrazione, è per migliorare le condizioni socioeconomiche dei beneficiari affinché siano dignitose o quanto meno raggiungano il minimo vitale. Ma se una legge regionale incoerente sottrae agli stessi soggetti quanto e più ricevuto dallo Stato, è evidente lo svuotamento di senso degli aiuti pubblici, che diventano immediatamente inefficaci per lo scopo previsto e rappresentano di fatto dei trasferimenti alle casse regionali.

La verità è che il disagio aumenta e gli investimenti per la casa diminuiscono

In Veneto, tra il 2006 e il 2018 la percentuale di famiglie in povertà relativa è cresciuta dal 3,2% al 7,9%[1]. Il problema abitativo con la crisi è andato estendendosi, coinvolgendo anche la cosiddetta “fascia grigia” della popolazione, cioè quella che per reddito maturato non rientra nelle assegnazioni per l’edilizia residenziale pubblica ma non ha la capacità di accedere al libero mercato. La grave deprivazione abitativa coinvolge l’8,7% delle persone in Veneto, ma la percentuale sale al 21,3% per chi è a rischio di povertà[2]. L’Italia ha una spesa pubblica per l’abitazione di circa 9,7$ pro-capite[3]; è il fanalino di coda europeo: la Francia ne spende 327, la Germania 264, l’Austria 52, la Spagna 33, la Danimarca 319. In assenza di investimenti, la consistenza del patrimonio pubblico disponibile è via via degenerata negli anni: nel Comune di Venezia, ad esempio, tra il 2014 e il 2017 il patrimonio comunale affittato è diminuito di 203 unità. Pur essendo 5.504 gli alloggi nelle disponibilità del Comune, sono 4.749 quelli locati, con una differenza negativa di 755 unità immobiliari[4].

E’ evidente che di fronte all’allargarsi della platea del bisogno e al restringersi degli investimenti pubblici, la risposta non può essere quella di contrarre ulteriormente le condizioni per l’accesso e aumentare il turn-over, additando i beneficiari come privilegiati o “furbetti”. L’unica risposta politica è portare gli investimenti pubblici per la casa almeno a livello europeo e adottare misure per la calmierazione generale dei costi dell’abitare.

[1] Dati Istat. E’ considerata in condizione di povertà relativa quella famiglia la cui spesa per consumi è inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite.

[2] Dati Ufficio di statistica della Regione Veneto, “Rapporto statistico 2018”. E’ considerato a rischio di povertà chi vive in famiglie con un reddito equivalente inferiore alla soglia di povertà, vale a dire il 60% della mediana del reddito nazionale equivalente disponibile.

[3] Spesa pro-capite a prezzi correnti in parità di potere d’acquisto. Dati Oecd, 2013.

[4] Dati OCIO — Osservatorio Civico indipendente sulla casa e sulla residenza — Venezia

Il target sbagliato

Da ultimo, spostiamo il focus dagli inquilini Erp al complesso della società. Questo è l’andamento dei percentili delle retribuzioni lorde annue dal 1975 ad oggi[1]:

Come si vede, dalla metà degli anni novanta si assiste a una caduta netta del decimo percentile, il 10% più povero, che continua in modo ancora più marcato nei periodi associati alle crisi più recenti. Un andamento simile su tutto il periodo si osserva per il 25esimo percentile, confermando una cospicua perdita di reddito reale per i redditi bassi rispetto al resto della distribuzione. Invece nello stesso periodo è il novantesimo percentile a crescere con tassi maggiori. Mentre dunque una parte della popolazione si è impoverita, un’altra parte ha migliorato la propria condizione reddituale. Viene dunque da chiedersi perché mai la politica si ostini acrobaticamente in questi anni a drenare risorse dai ceti più penalizzati anziché rivolgersi ai grandi percettori.

[1] Dati Inps, “XVIII Rapporto Annuale”, 2019. Retribuzioni del lavoro dipendente privato. P10=decimo percentile, ovvero ordinati i percettori per reddito crescente, rappresenta il primo 10%, il meno ricco. P25=25esimo percentile, rappresenta il primo 25% dei percettori, e così via.

— Fine prima parte. La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata a breve.

Questo articolo è pubblicato con licenza CC-BY-NC-SA: puoi condividerlo liberamente a patto di citare propriamente l’autrice e l’osservatorio OCIO con link all’articolo originale e a patto di condividere anche tu allo stesso modo

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