Ritratto

The Life Of Kanye

Vita di Kanye West, tra gli artisti più geniali e tormentati della nostra epoca

A riascoltare i suoi primi dischi — e sono passati più di dieci anni da The College Dropout e Late Registration — ci si chiede che fine abbia fatto quel genio rivoluzionario che rispondeva al nome di Kanye West. 
Ok, non è questo il modo più corretto di cominciare un articolo su Kanye West: qualcuno obietterà che tanto geniale quanto lo è ora, in passato non lo era mai stato. Il che indurrebbe il potenziale lettore a chiudere la pagina anzitempo, e addio a qualsiasi ragionamento sul Kanye West che fu e quello che ai giorni nostri si mostra strampalato, in piena fase creativa, ma angosciato. Che scrive tweet privi di senso e poi li cancella. Che presenta un disco al Madison Square Garden di New York non ancora terminato, con tanto di diretta streaming. Che sale sul palco, chiede a JAY Z di chiamarlo al telefono — perché l’amico non si è fatto sentire dopo la rapina con aggressione subita dalla moglie a Parigi — e che ripete il siparietto all’infinito, live dopo live. Che dichiara di non avere votato, ma che nel caso avrebbe espresso la sua preferenza per Trump e che questo non significa non credere più alle battaglie di Black Lives Matter (pensiero, nella sua delirante intelligenza, persino condivisibile). Ma c’è una cosa che sta caratterizzando la sua carriera in negativo. Kanye West è adesso un raro esempio di “conservatore progressista” — e Trump non c’entra un fico secco — , vittima ignara del reality show che si è costruito attorno e che lo ha avvolto. È finito in ospedale per esaurimento nervoso, di recente. L’epilogo di un periodo lungo e tormentato.

Prima di debuttare su larga scala Kanye West contribuisce ad alcuni dei migliori successi di JAY Z (Izzo, ’03 Bonnie & Clyde, Encore, Lucifer) e con Mr. Carter formerà presto una coppia formidabile. Nel biennio 2004–2005 cominciano ad arrivare le gratificazioni personali, con The College Dropout e Late Registration. E quelli, sì, che sono dischi che rivoluzionano l’hip hop. Sono gli anni del south più spinto, quello che — tra le altre cose — motiverà Nas ad affermare nel 2006 che l’hip hop è morto (in seguito rivedrà la sua posizione, a ragione, ma quanto se ne discusse all’epoca…). Kanye West si prende la scena — apparentemente — in punta di piedi, ma trascorso poco tempo mostra la sua personalità istrionica e a tratti isterica. Il primo cenno di cambiamento stilistico arriva nel 2007, quando pubblica Graduation, album dalle prime influenze elettroniche che avrebbero caratterizzato la seconda parte di carriera, il punto di cesura dalla versione 1.0, distante anni luce dal giovane ragazzo che nel 1996 a Chicago produsse quasi per intero il disco del semisconosciuto Grav (Down To Earth). Che qualcosa in lui stia mutando è del tutto evidente con il successivo 808s & Heartbreak, un progetto ibrido, metà hip hop e metà electropop, trionfo dell’auto-tune. La madre è morta da poco per delle complicazioni sopraggiunte ad un intervento di chirurgia estetica e la cosa lo segna molto (anni prima le aveva dedicato Hey Mama). Da lì inizia a prendere forma la versione 2.0, anche se il 2010 è una parentesi ancora ibrida, un “futuristico ritorno alle origini” con My Beautiful Dark Twisted, lavoro che lo farà entrare in via definitiva nell’Olimpo della musica internazionale.

Nel frattempo Kanye West fa molto altro. Una delle migliori uscite hip hop dei primi anni Duemila è Be di Common (2005), da lui prodotto in larghissima parte. L’album perfetto, un contrasto culturale al sound conformista dei colleghi. Prima ancora aveva avviato al fianco di JAY Z la carriera di Lupe Fiasco mentre sei anni più tardi la premiata ditta Carter-West darà alle stampe il progetto collaborativo Watch The Throne, disco bullo dal successo scontato. Ed è a questo punto, forse, che potremmo cominciare a raccontare Kanye West in un modo che esuli dal solo contesto musicale. E questo è pure il momento in cui il gioco si trasforma in una corsa a ostacoli, perché gli eventi si intrecciano, facendo emergere i volti contraddittori di Mr. West.

Come ogni artista rap di enorme successo, Kanye West pensa bene di creare la sua etichetta, la G.O.O.D. Music. E lo fa molto presto, nel 2004, che poi è l’anno del suo debutto ufficiale. Promuove e lancia artisti non ancora conosciuti, produce John Legend, Common (che passerà alcuni album dopo alla ARTium di No I.D., ex mentore di Kanye West), Consequence (cugino di Q-Tip degli A Tribe Called Quest), Pusha T dei Clipse, Kid Cudi, Teyana Taylor, Big Sean e le new entry HXLT, Desiigner e Tyga, più altri che però non rilasceranno dischi ufficiali con l’etichetta (Mos Def, CyHi The Prynce, lo stesso Q-Tip). Nel 2011 la G.O.O.D. Music comincia a distribuire tramite Def Jam, nel 2015 Pusha T ne diviene il nuovo presidente. Ecco che Kanye West si butta nella mischia, il mercato è florido e non c’è rischio di mettersi in concorrenza diretta con altri, compreso l’amico JAY Z, già ben addentro nel mondo dell’imprenditoria. Il business legato alla musica è consolidato e inattaccabile, se facciamo eccezione per l’imbarazzo recato — un caso di scuola, ormai — a Taylor Swift in quei famosi VMA del 2009. Ma per Kanye non è abbastanza, non può esserlo mai. Allora si mette a disegnare vestiti, scarpe, oggetti. Collabora con Louis Vuitton, Reebok, per poi instaurare un rapporto più duraturo con Nike. Escono due modelli di scarpe, le Air Yeezy. Nel 2013, però, West abbandona Nike e firma per Adidas e fa uscire altri modelli. Si penserà: è il mercato, ci può stare, tutto nella norma. E invece no, perché Kanye West prima o poi avrebbe dovuto far sapere al mondo intero cosa lo ha spinto a cambiare aria. Così rilascia Facts, brano che sarà contenuto in The Life Of Pablo (2016), un vero e proprio diss alla Nike, stravolgendo così i rituali del movimento e proiettandolo in una dimensione — definitivamente — commerciale. In soldoni in Adidas ha ritrovato quella libertà creativa che in Nike gli veniva soffocata (questa è la sua versione, intendiamoci), un motivo comunque più che sufficiente — ancora una volta dal suo modesto punto di vista — per mandare i dirigenti di Nike a farsi benedire.

Quanto raccontato alla svelta, può sembrare già ora un punto di non ritorno. In realtà è solo una parte della storia, perché Kanye West — dopo la piazzata isterica rivolta, seppure indirettamente, a Taylor Swift e prima di raccontare i suoi screzi con brand commerciali di fama mondiale — aveva dato vita ad una seconda rivoluzione artistica e musicale, che si consuma nel 2013 con Yeezus, ovvero Yeezy (uno dei soprannomi di Kanye West)+ Jesus = Yeezus. Per spiegarla meglio è opportuno l’ennesimo salto all’indietro.
Anni fa la madre paragonò il figlio a Gesù. Non proprio a Gesù, ma a quello che Gesù professava. Il messaggio di Kanye — era l’assioma materno — raggiunge la massa, come il Verbo. Mr. West deve avere interiorizzato al massimo tale convinzione, al punto di convincersi lui stesso. A giugno 2013 pubblica così Yeezus, al cui interno è presente un brano che più chiaro non si può: I am a God. È importante sottolinearlo: Kanye non dice sono Dio, che sarebbe suonato un tantino blasfemo. Si accontenta di essere un dio. Della musica, dell’arte, della moda. Non ha più peli sulla lingua, ammesso li abbia mai avuti. In un’intervista al New York Times si autoproclama — parlando in terza persona, novello Giulio Cesare — lo Steve Jobs «dell’epoca di internet, dell’eccellenza e della moda».

Qui sta la permanent revolution di Kanye West: la ricerca spasmodica di un processo migliorativo ancor più che innovativo, la pretesa di dettare l’agenda.

Non è questo, tuttavia, il lato rivoluzionario di Yeezus, che altrimenti di rivoluzionario avrebbe avuto davvero poco. Né il video di Bound 2, in sella ad una moto con Kim Kardashian, tra i più parodiati di questi anni, potrebbe essere definito qualcosa di rivoluzionario. È la sua musica, semmai, a rivoluzionare per l’ennesima volta il panorama hip hop. È da un po’ che il genere sta subendo un’evidente contaminazione elettronica, ma al solito Kanye West sa apprendere e fare suo un nuovo genere meglio degli altri, se ne infischia dei puristi e impone il proprio stile. Cosicché avremo di lì a poco My Name Is My Name, il disco gemello di Pusha T, nonché un intero anno, il 2014, sulla stessa lunghezza d’onda quanto a uscite discografiche. Qui sta la permanent revolution di Kanye West: la ricerca spasmodica di un processo migliorativo ancor più che innovativo, la pretesa di dettare l’agenda. La rottura con il passato, infatti, è nella conquista restauratrice di territori già esplorati. Tradotto alla sua maniera: non fare ostinatamente cose nuove, ma renderle geniali.

Geniale di per sé è concetto opinabile, quando non astruso. Viene il dubbio, insomma, che la sua genialità sia più di tipo imprenditoriale che non artistica. Kanye West si mostra al pubblico quale artista completo — e lo è, a detta di molti—, ma perde consenso tra i colleghi più intransigenti riguardo alcune questioni tecniche. È tra i più quotati producer in circolazione, su questo pochi dubbi. Ma è un bravo MC? La domanda, per tanti, è legittima dal momento che la stragrande maggioranza dei suoi testi sono scritti da altri. Tra i principali ghostwriter di Kanye West c’è Rhymefest, anche lui della scuola di Chicago, uno capace di mandare a casa Eminem ad una battle rap nella preistoria del movimento, adesso che i talenti si definiscono su YouTube o su SoundCloud. Inutile sottolineare che West non sia l’unico ad assegnare compiti simili, ma questa cosa è per lui — solo per lui — il peccato originale. Nonostante, poi, in qualche occasione abbia mostrato le sue qualità al microfono, ad esempio nel documentario prodotto e diretto da Ice-T, The Art Of Rap. Ecco, Kanye West rappresenta anche questo: una polarizzazione costante. Fan sfegatati, o odiatori di professione. O per ridurre la questione ai minimi termini, Chance The Rapper che venera l’idolo e J. Cole che non nasconde la cocente delusione per quello che il tempo trasforma.

Kanye West ha sostenuto Barack Obama, poi criticato, di nuovo sostenuto e ancora criticato. Ai tempi dell’uragano Katrina, che devastò New Orleans, non risparmiò strali all’amministrazione Bush. Nel 2015, durante i Video Music Awards di MTV, ha annunciato la sua corsa presidenziale (!) per il 2020. Infine, l’ultima uscita pubblica: non ho votato, ma nel caso avrei votato per Donald Trump, il presidente che come si è insediato alla Casa Bianca ha già sconquassato l’America. Dire una cosa del genere ad un live, per un artista nero, non deve essere percepito dal pubblico come il massimo della vita. Eppure sarebbe bastato prestare maggiore attenzione alle sue parole:

Ci sono modi non politici nel suo modo di parlare che mi piacciono, che io sento molto futuristici. E quello stile. E quel metodo di comunicazione: ha dimostrato che può sconfiggere un modo politicamente corretto di fare comunicazione.

Si tratta di una posizione che, al di là delle eventuali ragioni, giustifica il potenziale voto a Trump? Questo è il punto. Perché Trump è sostenuto da porzioni importanti della destra xenofoba statunitense e lui stesso ha sfruttato indirettamente il razzismo di fondo per portare avanti alcune battaglie politiche quali l’incessante richiesta alla Casa Bianca di pubblicare il certificato di nascita di Obama, nel 2011. Perché il dibattito sul ruolo, sulle motivazioni e le istanze di un movimento come Black Lives Matter è apertissimo anche nella sfera di competenza hip hop, non dimenticando che un pezzo da 90 come Lil Wayne ha stigmatizzato in più di un’intervista — e non senza polemiche — il razzismo negli Stati Uniti del 2016–2017: tanto i giovani non lo sono più, razzisti. Come a dire: è un problema vecchio, che non mi ha mai riguardato direttamente, perché cedere al vittimismo? Qualsiasi dichiarazione sulla brutalità poliziesca, qualsiasi endorsement o qualsiasi posizione politica espressa, rappresenta un campo minato per un artista hip hop e Kanye West non si è mai tirato indietro. È in questo scenario che viene pubblicato, nell’anno elettorale 2016, il controverso album The Life Of Pablo.

The Life Of Pablo non è propriamente un disco politico, ma presenta dei connotati politici. Pablo sta infatti per San Paolo di Tarso, il primo, fondamentale, messaggero del Vangelo di Gesù. La discografia, la vita, tutto è ciclico nella storia umana di Kanye West. Al solito impone uno stile, un nuovo modo di concepire un disco moderno — nell’era dello streaming —, i cui progressi vengono aggiornati su Twitter, tra modifiche al titolo dell’album e brani inseriti nella tracklist e tolti l’attimo dopo. La musica è, nella testa di Kanye, un gospel rivisitato in chiave elettronica. Gli ingredienti per parlare del disco sembrano esserci tutti, solo che a un certo punto di Life Of Pablo, nonostante un tour in giro per gli Stati Uniti, non si è più parlato. Di Kanye West si parla, ora, per le uscite pubbliche, per il suo ricovero, per le voci che lo vorrebbero sempre più distante dagli amici di un tempo. Si mormora, ad esempio, che JAY Z lo tolleri effettivamente sempre meno e che l’ipotesi di un secondo capitolo di Watch The Throne sia tramontata — almeno per il momento — anche per questo. Quello che invece sfugge — ed è ciò che riassume il contenuto politico di Kanye West — è il suo universo comunicativo, anche in questo caso spesso sopra le righe, che prende forma per lo più su Twitter e in maniera quasi esclusivamente autoreferenziale, stravolgendo le regole della semantica. Quale altro personaggio nel 2016 — e perché non nel 2015, 2014, 2013… — ha reso la comunicazione via social un canale a senso unico (io → voi), fino al raggiungimento di un obiettivo che ancora alla vigilia appariva impossibile? Risposta esatta: Donald Trump. Appena il tempo di uscire dall’ospedale che già West è a New York per incontrare il presidente eletto alla Trump Tower, presentandosi all’appuntamento con una capigliatura bionda ossigenata. I due si sono dichiarati alla stampa amici da tempo e si sono mostrati in questo modo, felici e contenti:

Mentre Chance The Rapper sulla sua pagina Facebook definisce Obama il più grande presidente nella storia degli Stati Uniti, T.I. — uno particolarmente attivo, di questi tempi — in una lettera aperta scrive che la sua eredità politica risplenderà a lungo e un duro e puro come Chuck D dei Public Enemy lo omaggia su Instagram, Kanye West fa pappa e ciccia con l’ex conduttore di reality show. Tanto per non smentire mai il suo ruolo di bastian contrario, che sembra quasi avvolto in una sorta di enorme Truman Show, complici le sue frequentazioni e il suo chiacchierato matrimonio con la regina dei reality, Kim Kardashian. Negli stessi giorni di uscita di The Life Of Pablo, aveva comunicato — e come se non via Twitter? — di avere accumulato parecchi debiti, proponendo a Mark Zuckerberg di investire un miliardo di dollari sulle sue idee. Quali? Difficile a dirsi. Ma tutto questo è solo un riempitivo, buono a definire il quadro isterico di un personaggio istrionico. Quello che conta, alla fine, è la sua musica che la critica continua ad acclamare. Non c’è classifica che non tenga in considerazione l’ultima fatica di Kanye West, che non lo inserisca nelle primissime posizioni. The Life Of Pablo, un album che si colloca alla perfezione nell’attuale scenario musicale, hip hop e non, ma che rende proprie — rinnovandole — alcune caratteristiche consolidate dell’universo pop è l’esempio di come si possa apparire geniali in fondo con poco. Ed è lì, pure stavolta, a contendersi molti dei premi di categoria ai prossimi Grammy Awards. Dove lui, criticato o acclamato non fa alcuna differenza, è di casa.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Fabio Germani’s story.