Insights for Innovation: il corso di IDEO U su come percepire e comprendere l’innovazione.

A marzo scorso in Officina 31 mi sono iscritto al corso Insights for Innovation sulla piattaforma di e-learning IDEO U.

Il corso è volto a sensibilizzare designers ad un corretto iter di ricerca per raggiungere la soluzione, che passa attraverso osservazione, feedback degli utenti, empatia, e corretta maniera di presentare i risultati emersi.
Affronta tutta una serie di metodologie e trucchi al fine di riuscire a comprendere meglio il mondo che ci circonda, vederlo con occhi diversi, e stimolarci a risolvere problemi in maniera innovativa.

E’ strutturato in 5 parti (che affronteremo in dettaglio) basate sul classico “Learning by Doing”. Ognuna di queste corredata da una parte di videocorso, da esercizi pratici per prendere confidenza con la metodologia, da materiali di sussidio, e dalla community di esperti IDEO che rispondono ad ogni nostra domanda o incomprensione.
Il tutto trasversalmente alla stesura di un proprio progetto da sottoporre agli esperti e agli altri studenti del corso.

Infine il corso è accessibile solo per un tempo determinato (45 giorni circa), entro i quali si apprende, si studia, si crea, e si valida. 
Anche se può sembrare inusuale, in realtà è risultato molto proficuo per me, dato che mi ha incitato a non perdere il ritmo e a mettere a frutto l’investimento fatto di ben 399$.


Veniamo al corso!

Copertina del libro Creative Confidence (15$ circa su Amazon)

Trattandosi di IDEO anche il corso non può esimersi dal parlare di Creative Confidence, argomento molto caro ai fratelli Kelley (per approfondire c’è il bellissimo intervento TED di qualche anno fa), che si basa proprio sul principio che non esistano persone “creative” in maniera innata, ma che la creatività, proprio come una qualsiasi disciplina, debba essere aiutata ad emergere, coltivata, stimolata costantemente, dato che ogni persona ne è dotata. Questo è ormai il credo di IDEO.


Il corso è strutturato in 5 parti:

1. Osservazione

Obiettivo di questa sessione è quello di sensibilizzare all’osservazione dei comportamenti delle persone all’interno del suo contesto. Questo porterà a comprendere più in profondità le persone per quali siamo chiamati a progettare.

Vengono proposti alcuni metodi che in qualche modo allenano l’osservazione. Uno di questi è proprio quello di indovinare il carattere, le abitudini, e i comportamenti di una persona tramite gli oggetti che quotidianamente porta con sé, o con lo studio del suo ambiente (ad esempio casa sua). Un esercizio da fare ovviamente con persone con cui non abbiamo abitualmente a che fare, ma che con cui siamo abbastanza in confidenza da poter chiedere di vuotar le tasche o mostrarci il contenuto della borsa.

A livello personale l’ho trovato un bel esercizio, divertente, e molto meno banale di quello che può sembrare: è davvero un grande sforzo carpire “indizi” solo dagli oggetti, e cercare di ricomporre l’idea (seppur superficiale) del carattere della persona, ma soprattutto non cadere in inganno da preconcetti e stereotipi che magari abbiamo in testa legati al possesso di determinati oggetti.

2. Imparare dagli Estremi

Ovvero in fase di definizione del pubblico per il nostro prodotto o servizio, domandarsi sempre quali possano essere le utenze limite.
Non solo per definire i bordi del target, ma proprio per sviluppare delle Personas (o prendere in studio casi reali) dedicate a queste figure di frontiera, al fine di carpirne necessità che potrebbero essere trascurate negli utenti precisamente in target.

L’esempio fatto all’interno del corso è quello in cui il prodotto da progettare è una cucina. Il nostro pubblico di riferimento saranno famiglie con bambini, giovani coppie, persone anziane, e così via, che saranno sicuramente la parte preponderante dell’utenza.
Ma alla stessa maniera potremmo imparare molto dall’analisi di utenti limite come uno chef professionista, che avrà comunque una propria cucina domestica, o da un bambino di 4 anni che vorrà comunque pasticciare in casa, mescolando ingredienti, e imparando i primi rudimenti della cucina.

Nel mio caso personale avevo sottovalutato fortemente questa parte, credendo che fosse uno step “utile solo in alcuni casi”, o comunque un’attività da fare “solo se c’è tempo”. In realtà si è dimostrata utilissima come stimolo (per la definizione delle features di prodotto ad esempio) nella generazione di soluzioni per il pubblico di riferimento.

3. Interviste

Una perfetta lista di “cose da fare” e “cose da non fare” durante le interviste agli utenti per agevolare, e falsare il meno possibile, la raccolta di feedback.

Può sembrare ovvio a molti, ma il rischio di contaminare con il nostro pensiero l’intervista è davvero alto. Per questo motivo tra le regole base c’è quella di fare spesso domande corte e a risposta aperta, o quella di chiedere esempi concreti all’intervistato.
All’interno di una buona intervista si dovrebbe cercare sempre di partire dal generale, per poi gestire l’intervista e portare in profondità solo dove realmente serve. Altrimenti potrebbe sopraggiungere il rischio di non raccogliere feedback salienti per il nostro lavoro, oppure quello classico di spendere molto tempo su un singolo elemento, e sorvolare tutto il resto.
Questo perché ogni intervistato potrà darci solo un quantitativo limitato e ben delineato di tempo, cerchiamo quindi di massimizzarne l’utilità.

Pur essendo abbastanza abituato a sessioni di interviste e reasearch, ho apprezzato moltissimo e attuato immediatamente con efficacia proprio il consiglio di affrontare prima le impressioni generali, e solo poi andare in profondità. Infine davvero utili i consigli su come stilare un buon report delle interviste.

4. Empatia

E’ la parte in cui il designer cerca di immergersi completamente nei panni degli utilizzatori. Questo significa cercare di vivere noi progettisti la condizione, il contesto, e l’ambiente più simile possibile a quello che vive il pubblico per cui stiamo progettando. Il fine è quello di provare a livello emotivo ed emozionale precisamente quello che vive l’utente.

Gli esempi all’interno del corso che ci aiutano a comprendere sono davvero moltissimi. Si parte da quelli a prima vista più banali: tipo camminare sulle ginocchia all’interno degli spazi dove dovrà esser progettato un negozio per abbigliamento bimbo.
Fino ad arrivare a quelli un po’ più complessi, dove si usano scotch e nastri per bendarci gli arti in maniera da vivere quel senso di costrizione e limitazione che possono avere malati di artrite nell’interfacciarsi con oggetti quotidiani; come ad esempio servirsi un té all’interno di una tazza.

Questa è stata la sessione che maggiormente ho trovato illuminante. Anche il solo esercitarsi su come (ovvero in quale modalità) poter entrare in empatia su un determinato progetto è stimolante di per sé. 
Durante la sperimentazione il momento che mi ha fatto fare wow, è stato quando mi sono reso conto che stavo letteralmente vivendo un’esperienza che non avrei vissuto altrimenti nella mia normale esperienza di vita. Ho acquisito la consapevolezza che ero un’altra persona, e anche quello che stavo pensando in quel momento non ero mio, ma precisamente di un utente del mio pubblico di riferimento. Incredibile.

5. Connettere i puntini

Generare un report con tutti i dati raccolti, allo scopo di mostrare non solo quale sia la reale esigenza del pubblico coinvolto, ma quale è la sua opinione, cosa realmente vuole, come, perché, etc…

L’esigenza da parte dei progettisti in questo caso è quella di presentare in maniera perfettamente comprensibile la fase di ricerca appena terminata, cosa è uscito fuori, e quali saranno le prossime attività di progettazione scaturite e motivate proprio in base all’indagine fatta.

Ho trovato che questa fase sia fin troppo spesso sottovalutata. Viene vista e presentata come un semplice documento di riassunto delle fasi. In realtà, di questo report, ne andrà della messa in atto o meno del progetto (e anche dei budget assegnati).
Risulta quindi fondamentale agire in maniera strategica al fine di coinvolgere i nostri interlocutori. Come? Informandoli certamente, ma anche ispirandoli quando serve, e rendendo “memorabile” la nostra presentazione.

Chiaramente si fa cenno anche alle tecniche base di storytelling, ma questo è argomento del prossimo corso IDEO U (Storytelling for influence) che farò a marzo prossimo.

Articolo scritto da Riccardo.