Quel giorno in cui cadde Vincenzo

Nibali è stato quegli anni della vita in cui con la stessa appariscenza di una pianta migliori silenziosamente, senza che nessuno ti noti. Cresci, i rami si allungano e la tua ombra diventa grande a sufficienza per farci stare un sogno. Nibali è la riservatezza che diventa antipatia, è la tendenza comune a non ascoltare le parole di chi parla ma il tono, il modo, e trasfigurarlo e dimenticarsi dei concetti. Nibali è stato uno scoglio di mare su cui scivolare se la marea è alta oppure aggrapparsi con le dita, quando comunque ci si è bagnati tutti. Il suo percorso, il suo modo di correre disegna queste metafore sull’asfalto: e ho scelto di prendermele tutte, stasera, quando è caduto. Ho pensato a quei periodi della vita in cui le circostanze non si mettevano di traverso e si fermavano a bordo strada per farti passare. Loro rimanevano lì, si chiedevano “vediamo ora di cosa sei capace”, e tu riuscivi per un po’ a far andare bene le cose (nel suo caso, a vincere un Tour). Nibali è stato quel periodo della vita in cui non ti riusciva nulla eppure ti lavavi i denti alla sera e al mattino mettevi in fila qualche parola sensata (o vincevi una tappa al Tour o imbroccavi una fuga). Nibali è stato quel periodo della vita in cui hai dannatamente bisogno di una sua vittoria, e questa arriva. Nibali ora è quel periodo della vita in cui hai dannatamente bisogno di un’altra sua vittoria, e questa non arriva. Nibali è un ciclista, alla fine di tutto: stasera si è fratturato una clavicola invece di cogliere un’occasione, facendomi venire voglia di andare a letto prestissimo.