Keep In Touch.

Di come la Bibbia ci insegna a toccare.

di Omar e Massimo.


…che mentre si cerca un refolo d’aria nell’afa di una chiesa, dove spesso nemmeno l’anima riesce a trovare riparo, le parole di una predica sono come un trampolino olimpico: due salti e mi tuffo nei pensieri.

Il vangelo parlava di due episodi ravvicinati in cui il verbo protagonista è toccare. L’emorroissa guarisce toccando Cristo, che a sua volta tocca la figlia di Giàiro per riportarla in vita. La Bibbia è imperniata del verbo toccare: Mosé tocco due volte (malfidente! E la pagò!) la roccia con il bastone per far sgorgare l’acqua, Isacco toccò le braccia del figlio (impostore!) coperte di vello per riconoscerle. Tommaso (timoroso!) volle toccare con mano le ferite del Risorto.

A distanza di 2000 anni…quasi nulla resta del potere e della valenza taumaturgico-istruttiva del toccare, del tattile. Non siamo più abituati a toccare, a toccarci. Siamo entrati in un turbinio di esperienze a distanza. Il contatto sembra sia diventato sinonimo di violenza e di molestia a prescindere dall’intento. Toccarsi men che meno, anni e secoli di repressione ecclesiastica hanno ormai decretato che la masturbazione sia quasi più letale del napalm.


Avvilente, desolante.

Il tatto è la prima forma di conoscenza umana e forse quella che rende tutti uguali: il sordo tocca, il muto tocca, il cieco tocca. Toccare è naturale come respirare, perché siamo su questa terra perché la tocchiamo, non siamo come i volatili che possono manifestarsi senza toccar suolo — anche loro, comunque, hanno bisogno di un appiglio per riposare dopo che il cielo li stanca.


Toccare è adeguarsi al mondo che si adegua a noi.

Il piede che scalzo prosegue sulla sabbia, deforma e delinea nuove impronte, ma non è un fenomeno unidirezionale: anche lui si adegua all’andamento dei granelli, è un fondersi di sensi e nei sensi, è un integrarsi reciproco.
Trasmissione di cellule e di energia sinaptica — do ut des vitale — baratto di sinergia.

Toccare è conoscere. Come il bimbo che toccando il mondo ne prende co(no)scenza attraverso la prossimità. Non è ancora entrato nella dimensione della parola, della definizione, del concetto espresso: il bambino esplora con il tatto, il primo senso, la prima esperienza sensoriale della sua esistenza è il tatto, ovvero la mancanza di esso. Il primo pianto del neonato è dato dalla percezione dell’assenza dell’ambiente uterino. Il non-contatto con la materna e conosciuta placenta.

Toccarsi è conoscersi. La masturbazione non dovrebbe essere vietata, ma imposta. Il piacere — e la necessità — di sentirsi, di scoprirsi, di farsi strada nel tunnel delle proprie sensazioni. Esplorarsi nei limiti e superarli, il dolore tenue del trattenersi per poi lasciarsi andare.

Ora — purtroppo? — ci stiamo abituando a sfiorare: un telefonino, uno schermo, una persona, un libro, un concetto, una idea.
Si sfiora la cultura, dai primi anni dell’istruzione, quando si propinano ai bambini materie su materie senza la magia dell’approfondimento.

Ci abituiamo a sfiorare tutto e tutto ci è dovuto, raggiungibile, già previsto.

Che ne è di quando le difficoltà suggerivano sfida — e con essa vittoria e soddisfazione —di quando erano la molla che ci faceva schizzare verso l’esperienza. Ora il limite del fattibile si è tragicamente abbassato: tutto è troppo comodo, facile e non ci intriga — emoziona ?— più toccare, cercare il contatto.
È tutto flebile, temporaneo, mellifluo ed estemporaneo. Virtuale, immaginario.


Si è sostituito il tatto con un suo surrogato digitale.

Le nostre sinapsi sono indebolite, le nostre capacità sensoriali sono anestetizzate.

Ma io ancora adesso amo abbracciare, amo toccare le persone, amo parlare con la testa sulla pancia.
Necessito della mano che accarezza, ricerco il braccio che avvinghia.
Ho bisogno della pelle, della carne per sentire gli altri.

Voglio toccare il mio mondo, non solo sfiorare la mia vita.

Keep in touch.


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