Tutti sanno tutto.

di Omar e Massimo.


In momenti come questo mi pento amaramente di non aver studiato filosofia, di non avere acquisito quelle conoscenze che mi aiuterebbero a spulciare e a sminuzzare una questione — la questione — che mi trovo di fronte: come districarsi tra maestri, mode e necessaria individualità.

L’esperienza mi permette di affermare con certezza che cresce attorno a me un fenomeno tanto inquietante quanto atavico: la continua ricerca di leaders e il continuo formarsi di nuovi gruppi e correnti.
Religioni o pseudo tali, medicine alternative che sposano questioni filosofiche, guru dell’auto-aiuto, maestri di armonia. E la lista potrebbe continuare.

Amici, amici di amici, ma anche familiari e io stesso, siamo stati attratti, distratti o abbindolati, prima o poi, da qualche maestro di vita che ci ha fatto credere di avere la chiave di volta di tutte le angosce, le frustrazioni e talvolta anche certe patologie.

Non è questa la sede appropriata per una indagine sulla buona o mala fede dei nuovi maestri, baba o santoni. No, non mi interessa scoperchiare le truffe dei cialtroni.

Mi interessa riflettere sull’essenza di queste correnti.

Mi fa riflettere che molte correnti terapeutiche alternative che vantano radici antiche ne siano in realtà riletture, reinterpretazioni e rimodellazioni. Mi ricordano certi operai che si stancano del padrone e si montano la fabbrichetta per conto loro, anche i pupilli dei tradizionali maestri si mettono ogni tanto a ‘inventare nuove scuole’ e tecniche per intraprendere carriere ai margini delle scuole ufficiali. È una lettura cinica, ma plausibile.
Ora, non intendo dire che le ‘nuove scuole’ non siano efficaci o non siano cariche di valori, ma mi chiedo se realmente siano approfondimenti dettati sempre dalla ispirazione — divina? — e dalla buona fede.

Si tratta — spesso — di tendenza, business, moda.

Dopo decine di nuove scuole orientali e filosofie ammiccanti alla India e al Giappone siamo alle prese con l’applicazione professionale di tali meccanismi. E la loro monetizzazione.

Attuali tecniche dal team building al coaching, dal networking al mentoring, dall’intelligenza emozionale alla psicomagia talvolta ricordano, ripescano, adattano, adottano conoscenze perdute e ce le vendono — care — per aiutarci a migliorare il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con le aziende e ovviamente, guadagnarci dei soldi.


Sono invaso, accerchiato, da corsi, meeting, event, convention sulla esaltazione dell’io, del credere in te stesso, dello scoprire le proprie potenzialità, del principio auto-curativo del tuo corpo secondo il quale non si ha bisogno di aiuti esterni ma la forza viene da dentro.

Io ascolto tutto. Ma non obbedisco a nessuno.

Troppo spesso incontro persone che pretendono di insegnarmi cosa fare, cosa dire, che sempre più mi suggeriscono chi o cosa essere.
Tutti sanno tutto: arzigogolano riflessioni su ogni minimo termine e interpretazioni anche delle cose più elementari e più basilari. E nei confronti di questo bailamme di insegnamenti e di prediche e di stimoli motivazionali intellettuali io mi sento sempre più sbagliato.
Ma al tempo stesso esatto: esattamente me stesso.

Non mi faccio influenzare nelle mie decisioni da mode e tendenze.
Dalle scarpe alla t-shirt, dal telefonino al lavoro che faccio, alle mete di vacanza che scelgo.
Ma anche i cambiamenti, le mutazioni, le decisioni… le scelgo io, non mi sono mai state imposte.
I valori, i principi, li ho scelti, mai subiti.

Perciò mi sconvolge la miopia intellettuale di tutti quelli che propinano e mi propinano insegnamenti di vita.
Quando tutto è tendenza — moda — nulla più è l’individuo. Non sei più te stesso, ma diventi parte di un gruppo. Uno dei tanti. Forse giusti, ma comunque uno dei tanti.

E in questo calderone dove sta lo spazio per far splendere la propria individualità?

Robert Glasper Experiment. I Stand Alone
The irresistible appeal of Black individuality — where has all of that gone?
The very people who blazed our path to self-expression and pioneered a resolutely distinct and individual voice have too often succumbed to mind-numbing sameness and been seduced by simply repeating what we hear, what somebody else said or thought and not digging deep to learn what we think or what we feel, or what we believe
Now it is true that the genius of African culture is surely its repetition, but the key to such repetition was that new elements were added each go-round. Every round goes higher and higher. Something fresh popped off the page or jumped from a rhythm that had been recycled through the imagination of a writer or a musician. Each new installation bore the imprint of our unquenchable thirst to say something of our own, in our own way, in our own voice as best we could. The trends of the times be damned
Thank God we’ve still got musicians and thinkers whose obsession with excellence and whose hunger for greatness remind us that we should all be unsatisfied with mimicking the popular, rather than mining the fertile veins of creativity that God placed deep inside each of us.

Spesso mi sento sbagliato e il naufragar non m’è dolce in questo mare. Leopardi non me ne voglia, ma di infinito vedo solo il mio scoramento e nulla più. La fatica di arrivare a fine mese, il dover rinunciare a ore di sonno per una traduzione, per due ripetizioni, per guadagnare qualche spicciolo in più. Mentre vedo persone che vendono aria a prezzo d’oro.

Mi dico “Non ho capito un cazzo”.

Mi si dà dell’ utopista quando rinuncio alle marche, del fallito quando non accetto gli inviti di salotti festaioli, del disadattato se non frequento i locali ‘dove vanno tutti’.

Appunto, ci vanno perché ci vanno tutti. Monumentali statuette. Ignari del come, del dove, del perché.

Occorre essere te stesso però adeguandoti agli altri, perché se non ti adegui agli altri rimani solo e sei nessuno.
Quando invece ti aggiungi ad altri centomila come te— centomila soggetti che ricercano qualcosa che li faccia emergere dall’anonimato — annulli la tua individualità e di nuovo sei nessuno.
Il paradosso è che si cerca il gruppo per distinguersi, ma poi lo stesso gruppo assorbe e trasforma le personalità stirando per bene tutte le pieghe dell’io.
È il giro tondo di uno che diventa nessuno perchè ve ne sono altri centomila uguali, centomila nessuno.

La cosa triste, assurda, comica e paradossale resta nel fatto che tutto ciò che è diverso viene poi assunto a elemento prima di discriminazione, poi di distinzione per poi finire come elemento di distruzione.
Piercing, tatuaggi, branding, vestiti, gusti sessuali.
Discriminazione. Tempo addietro il tatuaggio era simbolo di discriminazione ed emarginazione. Si tatuavano il marinaio fedifrago e donnaiolo, l’ex galeotto, il fuoriuscito dalla bettola di bassa lega del rione malfamato. Distinzione. Poi il tatuaggio si è imposto come elemento di distinzione perchè riletto come “qualcosa che gli altri non hanno”. Complice il ripescaggio del sex-symbol stile bad-boy dei film americani alla James Dean. Distruzione. E già c’è chi il tatuaggio se lo cancella. È già cominciato il trend del tatuaggio da eliminare, perchè oramai non lascia più il segno. E nemmeno sulla pelle deve lasciarlo.

Il prodotto di moda non è che una superficiale forma di completamento dell’io, un simulacro di identità indossato o iniettato sotto pelle.
Non nasce da dentro, ma proviene da fuori.

Io comincio dalla mia pelle e finisco dove arriva la mia pelle.

Io sono io — Ego ime — Io sono.

Né sbagliato, né giusto.

Io.


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