Alternanza di Cosa a Cosa e per Cosa?

Definire una volta per tutte la cantonata dell’alternanza scuola lavoro, e ciò che realmente bolle nella pentola delle politiche lavorative in Italia

Quello che ci dicono…

Ormai da svariati mesi la riforma della (cosiddetta) Buona Scuola opera le sue tanto agognate riforme, o rivoluzioni, esattamente come farebbe un’autocisterna dei pompieri riempita di cherosene al posto dell’acqua. Le critiche sono state, ovviamente, infinite, e non è questo il contesto adatto a riassumerle analiticamente. Al contrario, penso che in questa generale confusione sia auspicabile almeno un tentativo di sintesi.

La sintesi che vorrei proporre è relativa a quella cosa che i ministri del passato governo hanno chiamato “alternanza scuola lavoro”, e che nella sostanza dei fatti — i fatti concreti, quelli che i governi non sanno più governare — si sta rivelando una delle più goffe e tristi manovre mai proposte in tema di promozione del lavoro giovanile.

Digressione: Si parla di “alternanza”, ma ancora una volta siamo nel regno delle parole vuote, o peggio delle parole spese per ragioni di consenso astratto. Il provvedimento non crea una situazione di alternanza, bensì di piena sostituzione dell’orario (chiamiamolo) lavorativo a quello scolastico.

A parte questo, andiamo avanti…

Teorema: La questione dell’alternanza scuola lavoro è una stronzata nel merito e nel metodo.

Dimostrazione: (1) Nel merito, la questione di cui sopra non si pone, per il banalissimo fatto che la scuola pubblica NON è assolutamente una palestra tecnica per trovare lavoro (cosa peraltro impossibile), bensì una palestra intellettuale per formare gli individui alla vita in quanto tale, ivi compreso il lavoro. (2) Nel metodo, poi, ammesso e non concesso che questa (intollerabile) supplenza rispetto ad altre strutture, che invece sì, dovrebbero funzionare in tal senso e in tal senso non funzionano (vogliamo parlare delle emerite deficienze che oggi stallano — sia reso omaggio all’Olimpo delle Raccomandazioni — negli uffici per l’impiego?), sia passabile come lecita, siamo di fronte a una richiesta calata dall’alto, astratta e totalmente fuori controllo, che comunque non risolve il problema almeno per due motivi: primo, perché gli istituti cosiddetti “tecnici” queste cose le facevano già da tanto tempo; secondo, perché gli istituti “non tecnici”, al fine di espletare le bizzarre richieste di un ministero che scarica il barile al dirigente scolastico di turno, stanno proponendo “come propedeutica al lavoro” una sequenza di attività del tutto ridicole. E la letteratura della cronaca ne offre vasto novero di esempi…

Domanda: In ascolto c’è forse qualche genitore che sta mandando il figlio al liceo classico o scientifico per vederlo un giorno affermato baby sitter, o incartatore di regalini per conto di associazioni di volontariato? Ebbene, sappiate che è questo genere di cose che vostro figlio liceale farà alternando la scuola al lavoro, il tutto rigorosamente in orario scolastico, a scapito dei già abbondantemente sacrificati programmi.

Riassumendo, l’intera faccenda dell’alternanza scuola lavoro altro non è che una manovra, aulica nel dettato cartaceo, tristemente goffa nella realizzazione pratica, per far finta di risolvere le cose. Della serie, cosa mai potrò inventarmi, io dirigente scolastico, per raffazzonare delle attività che nel mio liceo psicopedagogico suonino come utili alla conquista del tanto agognato posto fisso?

Insomma, l’ennesima bufala all’italiana…

Quello che dovrebbero dirci…

Diciamocelo una buona volta. Il problema del lavoro, in Italia, non è certo dovuto alle inadempienze della Scuola Pubblica (maiuscola come dovrebbe essere) rispetto a una scuola privata che lo sanno anche i sassi essere fatta per i figli di chi vuole semplicemente pagare il diploma del deficiente che ha generato. La Scuola Pubblica ha bisogno di edifici degni di questo nome, di strumenti, di stipendi e di tutele per i docenti, di un’autorevolezza che ormai sembra essersi persa, e non di ispettori “signorsì” nominati direttamente da ministri, che di volta in volta si rivelano privi addirittura di uno straccio di diploma oltre che di laurea. Il problema del lavoro è rappresentato dal fatto che questo paese non ha alcuna voglia di investire in attività realmente produttive! E la ragione è semplice: in Italia ciò che piace è il mattone e la raccomandazione, cioè lo status quo, la grande proprietà, la rendita di chi dalla mattina alla sera non fa nulla se non dare cose immobili in affitto, oppure occupare un posto solo per effetto del cognome che si porta.

Qualche esempio? Gli esempi ce li avete sotto gli occhi tutti, ma ne cito uno a mio avviso rappresentativo.

Orde di lavoratori — gente che produce, che crea, che viaggia, che risolve, che connette e si impegna; in una parola, gente che lavora! — oggi costretti a inseguire l’impiego spostandosi nel territorio di anno in anno, per forza di cose devono prendere in affitto un immobile, pagando caparre e sostenendo continui costi fissi che lo Stato non rimborsa. Ebbene, a parte gli assurdi preavvisi di quattro o sei mesi (cioè, roba da matti: chi lavora e viene spostato dall’oggi al domani senza preavviso, deve dare un preavviso impossibile, cioè buttare via centinaia e centinaia di euro di mesi a vuoto) qualcuno di voi conosce un proprietario che non abbia addotto scuse su scuse per non restituire la caparra? Eppure la legge obbligherebbe a restituire comunque la caparra, maggiorata degli interessi legali eventualmente non corrisposti annualmente durante la permanenza!

Riassumendo: Chi oggi non fa una mazza dalla mattina alla sera, avendo magari alle spalle una formazione da terza media, e noleggia un immobile ereditato dagli avi a chi porge titoli, master e un curriculum chilometrico, viene tutelato de facto, e a scapito della legge, rispetto a chi appunto lavora sul serio: insegnanti, professionisti, impiegati specializzati, etc…

La cultura non si incentiva regalando cinquecento euro ai diciottenni, solo per il fatto che saranno i futuri elettori. Quei soldi verrann0 spesi in cose inutili. Al contrario, la cultura si incentiva facendo funzionare le cose attraverso la tutela lavorativa di chi è investito del ruolo di promotore della cultura stessa.

Abbiamo un paese dove i pubblici uffici per l’impiego sono l’emblema del malfunzionamento a trecentosessanta gradi: assenza di comunicazione, inefficienza e menefreghismo del personale, inefficacia pressoché totale delle politiche di assunzione, e via discorrendo… Non sarebbe il caso di partire da queste strutture pubbliche, piuttosto che dalla scuola?

Altro esempio: Vogliamo parlare un po’ del regime dei minimi nell’apertura di una partita iva? Non spendo neppure tante parole per descrivere una vergogna tutta italiana, la vergogna di un paese che — diciamocelo — sembra quasi infastidito da chi manifesta solo la sacrosanta esigenza di monetizzare quel poco che il proprio lavoro. Chiunque si sia recato in un ufficio pubblico per iniziare una semplicissima attività sa bene cosa voglio dire: carte su carte da compilare, file infinite, attese, richieste di nulla osta, permessi, lacci e lacciuoli imposti da amministrazioni che sembrano essere, e forse sono, infastidite dalla personale imprenditorialità.

E gli esempi potrebbero continuare, ma voglio che questo mio intervento sia breve e, spero, foriero di riflessioni.

Di questo bisogna parlare quando si parla del lavoro che non c’è! Non di scuola, ma di governo, di legge, di procedure oggettive, di tutele, di scelte politiche da compiere a favore di chi oggi manda avanti il paese reggendo sulle spalle, da solo, in silenzio, il peso di un’inefficienza generata da altri.