Non “open data”, ma “dati pubblici”: la metafora dell’acqua

Il 17 novembre del 2016 ho preso uno spritz con Ilaria Vitellio, Matteo Brunati e Vincenzo Patruno. E tra un po’ di stanchezza e un po’ di alcol è iniziato un dibattito a tema generico “politiche open data”. Un po’ “supercazzola”, un po’ no.
Mi sono lasciato andare a una sorta di sermone, ispirato dalle slide che avevo preparato per la “Scuola di tecnologie civiche” dell’indomani, in cui sostengo che oggi (a fine 2016) non è ahimè ancora il momento di fare valutazioni sull’effetto delle politiche open data, perché c’è poca acqua (specie potabile), ma sopratutto non ci sono gli acquedotti e tutti i processi, controlli, personale, budget che sono alle spalle di queste importanti infrastrutture.

I dati aperti non sono sentiti e gestiti come l’acqua, né da chi li “produce”, né da chi li “consuma”: ovvero qualcosa di “pubblico” senza la quale i luoghi in cui viviamo non possono essere considerati abitabili.
Alcuni tipi di dati (i CAP, i civici, gli orari dei trasporti, ecc.) sono invece proprio come questa molecola di idrogeno e ossigeno: dovrebbero essere “pubblici”, potabili e separati da noi soltanto da un interfaccia semplice come un rubinetto.

E se è vero che c’è poca acqua e che l’infrastruttura necessaria copre solo una piccola parte del nostro territorio, forse è anche vero che il termine “open data” non contribuisce a fare sentire questi dati (almeno alcuni) come un diritto di tutti.

Da qui la proposta per il governo, i ministeri, gli assessori, i sindaci, i funzionari, i cittadini, i ricercatori, le mamme, mio cugino, i data scientist, i giornalisti, i mappari, ecc:

non open data, ma dati pubblici

Gli open data non sono soltanto quelli raccolti, creati e gestiti dalla Pubblica Amministrazione, ma almeno questi dovrebbero essere dati pubblici.

Quali devono essere e come devono essere? Per fortuna ci sono anni di lavori, linee guida, leggi, convegni, raduni, panieri, hackathon e spritz alle spalle. I decision makers possono (e secondo me dovrebbero) partire da tutto questo.

C’è già il tema dei “commons”, dei “beni comuni”, che si presta bene per i dati aperti, ma quella del “dato pubblico” mi sembra una metafora molto più forte in termini formali, sostanziali e di comunicazione.

La mattina del 18 novembre — senza spritz in corpo — ho accennato dell’idea ai presenti della “Scuola” e in molti degli interventi successivi al mio i relatori hanno detto “dati pubblici” per “dati aperti”. La cosa mi ha fatto piacere e mi ha fatto pensare che forse ha senso e vale la pena lavorarci sopra.

Questo post, è solo un messaggio in una bottiglia; parliamo di acquedotti, che non si creano con un breve post. Ma se la cosa piace e ha senso, inizierei a farla girare, ognuno dentro le “case” che frequenta, per poi fare in modo che partano eventualmente altre bottiglie.

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