Cosa succede a Boreano

La storia di un piccolo borgo costruito negli anni ‘50, poi divenuto ghetto dei migranti. Tra case autocostruite e una scuola d’italiano autogestita, qualche riflessione sulle nuove ruralità.

Sai costruire una casa? Avvistamento nei pressi di Boreano. Foto: Osservatorio Migranti Basilicata

All’occhio estraneo del visitatore la Basilicata appare un territorio calmo ed immutabile. L’area del Vulture ad esempio, è un continuo susseguirsi di boschi, colline, sorgenti, città e paesi che sembrano uguali da sempre e soprattutto, campi infiniti, coltivati a grano e pomodori. Eppure il territorio continua a trasformarsi lentamente. La campagna è costellata di casette inanimate che spuntano qua e là come fossili inglobati nel paesaggio agrario. Sono le case costruite negli anni ’50 con la Riforma Fondiaria. Un tempo abitate dai contadini e le loro famiglie, poi abbandonate per emigrare al Nord e all’estero. Facciamo un lungo passo indietro per comprendere le trasformazioni in atto oggi.


Nel secondo dopoguerra l’Italia patisce la povertà e la fame. La terra è una questione urgente; in tutto il paese — e in particolare nel sud Italia — esplodono i moti contadini. I braccianti insorgono, occupano i terreni dei ricchi possidenti; le loro sommosse in alcuni casi finiscono tragicamente. 
Il quinquennio di lotte contadine non solo attira sé molti intellettuali; desta molta preoccupazione, tale da spingere le forze politiche a porre rimedio.

La Riforma Fondiaria fu varata dal governo italiano negli anni cinquanta, con lo scopo di espropriare e re-distribuire ai braccianti i terreni dei ricchi possidenti, avviando un nuovo modello di sviluppo delle campagne meridionali. Nel triennio 1951–1953 in Lucania furono espropriati 64.372 ettari di terreni; i proprietari espropriati furono 366.

Con la costruzione dei borghi rurali, si fornivano inoltre case e servizi alle famiglie degli assegnatari. Non solo: la Riforma puntava al sostegno e alla formazione tecnica e culturale dei braccianti e delle loro famiglie, fornendo servizi e strutture per l’assistenza. Si pensava così di garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose all’Italia rurale ancora oppressa da un’antimoderna forma di latifondismo. La Riforma venne operata in otto comprensori di bonifica; il comprensorio di Puglia, Basilicata e Basso Molise era il più esteso.

Sulla strada per Boreano. Case sparse costruite con la Riforma Fondiaria degli anni ’50. Foto: Osservatotio Migranti Basilicata

I borghi della Riforma hanno tutti caratteristiche simili. Le forme di insediamento più interessanti — comuni a tutto il comprensorio di Puglia, Basilicata e Basso Molise — sono quella accentrata e quella semi-accentrata, vere e proprie borgate residenziali dotate di servizi ed attività commerciali ed artigianali.

Borgo La Martella a Matera è un esempio di insediamento accentrato; tra gli interventi attuati dalla Riforma è sicuramente il più noto. La Martella è il quartiere nuovo che accoglierà i primi sfollati dai Sassi, nonché opera di grande rilevanza del Razionalismo italiano. La sua costruzione coinvolse una squadra di intellettuali e progettisti (fra cui Gorio, Quaroni e Stella) guidati da Adriano Olivetti. Questo intervento ebbe il merito di trasformare Matera in un laboratorio a cielo aperto. La città dei Sassi è per i mass media dell’epoca vergogna nazionale e simbolo del mondo contadino allo stesso tempo. Un luogo di povertà e arretratezza, bisognoso di risanamento e di modernizzazione.

Olivetti fu una figura centrale della Riforma Fondiaria. con l’UNRRA-CASAS¹ e l’INU² formò la commissione che studiò il territorio della Basilicata (e non solo), svolgendo indagini sociali ed ambientali approfondite. (Segnalo un’interessante pubblicazione da leggere e scaricare: Matera e Adriano Olivetti,Conversazioni con Albino Sacco e Leonardo Sacco della Fondazione Adriano Olivetti).

Anche Policoro e Scanzano Jonico nei pressi di Matera, conobbero un particolare sviluppo, tanto da diventare comuni autonomi. Borgo Taccone a Irsina, Borgo Calle a Tricarico, Borgo Macchia a Ferrandina, sono insediamenti semi-accentrati, tutti nella provincia di Matera.

Vecchie e nuove case di campagna. A sinistra un casolare degli anni ’50. A destra la costruzione di un riparo “di nuova generazione”. Foto: Osservatorio Migranti Basilicata

Ben diverso è l’insediamento tipo dei centri minori, il cui schema è quello delle “case sparse” costruite nei fondi agricoli. Prima della Riforma, i contadini percorrevano svariati chilometri nel cuore della notte per raggiungere il podere. Al contrario, con gli insediamenti costruiti dalla Riforma, il podere risultava facile da raggiungere, mentre bisognava percorrere molti chilometri per raggiungere i “borghi di servizio” che coprivano le prime necessità materiali e spirituali. Nei borghi di servizio erano presenti una chiesa, i servizi commerciali, il circolo ricreativo, un modesto ambulatorio e la scuola rurale. Gli insediamenti di case sparse risultavano dunque isolati.

L’eccessiva distanza dai centri abitati esistenti, la dimensione ridotta dei poderi assegnati che non consentiva un reddito adeguato, furono tra i motivi del fallimento di questi insediamenti. Le famiglie li abbandonarono presto avviando la massiccia ondata migratoria verso il nord o l’estero. Boreano ne è un perfetto esempio: il borgo fu abbandonato quasi subito e rimase a lungo in questo stato.

Foto in alto: I cumuli di macerie sono i resti di alcuni casolari degli anni ’50, abbattuti per evitarne l’occupazione da parte dei migranti. Foto in basso: scorci del ghetto di Boreano e l’interno di uno dei ripari. Foto: Osservatorio Migranti Basilicata

Boreano da circa vent’anni, per tutto il periodo estivo e oltre, è abitato dai migranti che lavorano nei campi che oggi appartengono a grossi proprietari terrieri. Il borgo è infatti la tappa estiva del pellegrinaggio che vede circa duemila migranti spostarsi da una parte all’altra del sud Italia, in cerca di qualche giornata di lavoro. Sono giovani provenienti soprattutto dal Burkina Faso e si muovono inseguendo dapprima la raccolta delle fragole nel casertano, dei pomodori in Basilicata e nel foggiano, poi delle angurie nel Salento ed infine delle arance a Rosarno.

Le condizioni di vita e di lavoro di questi ragazzi sono ormai note. In quest’area si pratica il caporalato, mediazione alla quale i lavoratori non riescono a sottrarsi. I casolari sono isolati dai centri abitati e non hanno luce o acqua corrente. Nel pieno della raccolta, quando l’affluenza di lavoratori è maggiore rispetto alla capienza del borgo, attorno ai campi sorgono baracche per ospitare i nuovi arrivati e rimediare ai servizi primari e collettivi inesistenti. È come se al borgo originario se ne sovrapponesse un altro, autocostruito dai migranti stessi recuperando materiali di scarto utilizzati in agricoltura.

Lo strano incontro tra i vecchi e solidi casolari, ormai disastrati, e i nuovi ripari temporanei, di ben altra matrice culturale, è ciò che meglio rappresenta oggi i luoghi di lavoro della terra.

Il Ghetto di Boreano. Foto: Osservatorio Migranti Basilicata

I ripari costruiti dai migranti hanno una struttura fatta di traversine di legno ricoperta con teli di plastica, gli stessi adoperati per le serre. I teli sono “cuciti” insieme dai tubicini di irrigazione. L’interno dei ripari è completamente rivestito in cartone; la coibentazione è spesso ottenuta aggiungendo polistirolo recuperato dai contenitori delle piante di pomodoro. Spesso si utilizzano oblò di vecchie lavatrici come finestre (→ nel numero 0 di Orlo trovi Autocostruzione di un riparo, il tutorial che spiega passo per passo la tecnica utilizzata dai migranti).

In queste condizioni i migranti ci vivono anche d’inverno, quando Boreano è un enorme pantano di fango. Piano piano i ripari si sono moltiplicati tanto da formare un ghetto. Le modalità quasi sicuramente sono le stesse con le quali è emerso il ghetto di Rignano Scalo, nei dintorni di Foggia. Il ghetto di Rignano è molto più vasto e consolidato; per questo motivo è sicuramente più conosciuto.

Aggiornamento: Il ghetto che avete intravisto in queste foto non esiste più. La notte tra il 6 e il 7 maggio scorso un incendio ha ridotto in polvere i ripari costruiti dai migranti. Non è la prima volta che si verificano “incidenti” di questo tipo. Qui potete leggere un racconto di ciò che è accaduto. Il 12 maggio scorso i migranti si sono uniti in una manifestazione a Potenza. Lo scopo era di far sentire la propria voce e portare le loro richieste al governatore lucano. Ad oggi purtroppo non si è mosso ancora nulla. Vi terremo aggiornati, via Medium e via Facebook.


La chiesa di Boreano, dove ha luogo la scuola di Italiano. Foto: Andrea Marino

Qualche anno fa, gli attivisti di alcune associazioni dei paesi limitrofi (Fuori dal Ghetto di Venosa e l’Osservatorio Migranti Basilicata di Palazzo San Gervasio) decidono di intervenire dando vita ad una scuola di italiano. Nell’estate del 2013 questo progetto si concretizza; sede della scuola, che va da metà agosto a fine settembre, è la chiesa abbandonata di Boreano, a poca distanza dalle campagne in cui i migranti vivono e lavorano. Nella chiesa non c’è luce, perciò i volontari portano con sé il generatore di corrente, i faretti e le prolunghe. Nonostante l’edificio sia in rovina, la scuola è un ambiente amichevole.

La lezione di italiano ha inizio intorno alle diciotto. L’arrivo dei braccianti a scuola è discontinuo, dipende dal lavoro, dalla fatica, dalla possibilità di farsi una doccia nei casolari senz’acqua corrente, dalla necessità di inseguire qualcuno che paghi i salari arretrati³ . La lezione tipo privilegia il coinvolgimento degli allievi in attività manuali come la creazione di collage, mappe geografiche e autoritratti. L’esperienza si è ripetuta anche nell’estate del 2014 e del 2015, con caratteristiche sempre differenti; durante la scorsa estate ad esempio la scuola ha ospitato dei laboratori teatrali curati dalla compagnia Cantieri Meticci.

La Scuola di Boreano 2015. Laboratori teatrali a cura di Cantieri Meticci. Foto: Andrea Marino

Andare a scuola di italiano è anche un momento per raccontare i propri bisogni e le aspettative di vita. Soprattutto nel gruppo “avanzato”, si affrontano anche temi legati al lavoro e ai documenti di soggiorno, sia a livello didattico (ad esempio la costruzione di un curriculum con le precedenti esperienze lavorative dei braccianti) sia, man mano che i rapporti di fiducia si consolidano, riflettendo sulla situazione di precarietà abitativa e di sfruttamento e, infine, rompendo l’ultimo tabù, quello del caporalato, di cui pochissimi vogliono parlare per timore di perdere il lavoro⁴.

Associazioni e volontari sono riusciti finora a garantire agli allievi continuità, destreggiandosi tra le minacce dei caporali, il difficile rapporto con le istituzioni locali e le difficoltà organizzative di ogni tipo. Ogni anno la scuola presenta modalità diverse, che dipendono anche dalla possibilità dei migranti di prenderne parte. È difficile fare previsioni per il 2016; sicuramente allievi e insegnanti continueranno ad interrogarsi su come proseguire e dare un senso ad ogni singola lezione, nonostante tutto.

La Scuola di Boreano 2015. Laboratori teatrali a cura di Cantieri Meticci. Foto: Andrea Marino

Note:

1.UNRRA, United Nations Relief and Rehabilitation Administration, organizzazione internazionale per l’assistenza economica e civile alle popolazioni delle Nazioni Unite danneggiate dalla guerra. UNRRA-CASAS era il programma specifico per la riparazione e ricostruzione di case.

2. INU, Istituto Nazionale di Urbanistica fondato nel 1930.

3–4. Una scuola di campagna


Questa storia è un aggiornamento a La scuola di Boreano, articolo che ho scritto per il numero zero di Orlo. Se vi è piaciuta, cliccate il e condividetela. Se volete, seguite il tag Boreano. Per contattarmi scrivetemi nei commenti oppure qui: orlopress@gmail.com.

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