Considerazioni su una mezza sorpresa

La vittoria degli All Blacks sull’Australia merita alcune riflessioni

Sabato a Dunedin si svolta la partita finora più divertente di questo Rugby Championship, partito dando l’impressione di essere già segnato e che probabilmente non vedrà particolari colpi di scena.

A un gigantesco colpo di scena, però, ci siamo avvicinati quando l’Australia, al minuto 76 di una sfida strana e avvincente, mandava in meta Kurtley Beale, per il secondo controsorpasso ai danni dei padroni di casa neozelandesi e si portava così in vantaggio di un punto.

Allo spettatore afflitto da ovalismo acuto, non ha sorpreso la reazione spietata, fredda e di grande maestria degli All Blacks: palla riconquistata da calcio d’inizio e in men che non si dica Beauden Barrett era già sotto i pali che chiudeva la partita.

Una sconfitta pronosticata ma che viste le modalità con cui è arrivata brucia sicuramente un po’ meno per gli Wallabies, che dopo la batosta della scorsa giornata erano dati perdenti tanti a pochi. Una partita dall’alto contenuto di entartainment, con 10 mete segnate e il risultato in bilico fino alla fine, ma anche una partita dove alcuni contenuti tecnici hanno lasciato a desiderare. Ecco alcune considerazioni.

Prima di cominciare a leggere, rivediamo un po’ di highlights

La hybris si paga, prima o poi

L’Australia, che sembrava alla vigilia dovesse essere condannata a una batosta, ha trovato 17 punti nel primo quarto d’ora di gioco, frutto di tre mete consecutive che hanno ricordato al pubblico italiano i celeberrimi 21 minuti di Murrayfield, quando l’Italia segnò 3 mete su intercetto nel primo quarto di partita alla Scozia padrona di casa.

Sebbene solo la prima delle segnature australiane sia arrivata da un intercetto (Folau dopo appena 20"), tutte e tre sono state causate da errori e distrazioni degli All Blacks: sulla seconda meta, dopo il grande lavoro degli avanti per distruggere il raggruppamento avversario, Hooper sbuca fuori in piedi senza più nessuno davanti; sulla terza, Aaron Smith lascia colpevolmente libero il canale interno che altrettanto colpevolmente non viene coperto da Ardie Savea, ancora impegnato nella spinta con cui gli All Blacks stavano distruggendo la mischia australiana.

Un inizio disastroso che, è vero, avrebbe buttato giù un toro, ma il fatto che i neozelandesi siano riusciti a risalire la china non significa che errori gravi non siano stati fatti. Errori che sono sembrati palesemente dovuti alla frustrata voglia di chiudere immediatamente il match con cui gli All Blacks sono scesi in campo, pronosticando un incontro soft, facile da vincere.

La macchina invece si è inceppata, e anche quando la partita è stata riaperta non è mai riuscita a toccare le vette usuali.

Un peccato di hybris, quello degli All Blacks: pensare che l’avversario che scendeva in campo contro di loro non potesse rappresentare un test. Un peccato confermato dalla solida volontà di non andare mai alla ricerca dei tre punti. Un atteggiamento che gli uomini di Hansen devono rifuggire e che lo stesso head coach deve cercare di impedire, perché in una competizione diversa, magari più importante, magari contro un avversario più solido, potrebbe costare caro.

Gli All Blacks, d’altro canto, hanno bisogno di essere testati, di essere messi alla prova. Chi sta con lo zoppo impara a zoppicare, e quando si presentano gli ostacoli non è più in grado di superarli: la storia passata degli All Blacks, quelli che non riuscirono a portare a casa la coppa del mondo tra il 1987 e il 2011, sia da monito.

Tutti i limiti di Damiano

Prima azione: intercetto. Un passaggio in posizione troppo piatta rispetto alla linea difensiva, con il salto di un uomo ad allungare la parabola. L’errore viene subito punito da Israel Folau.

Grave, ma non l’unico errore di Damian McKenzie, al suo terzo cap da titolare con gli All Blacks. Il forte e giovane estremo ha dimostrato tutti i suoi limiti nella partita di sabato contro l’Australia. Limiti che niente hanno a che vedere con le sue dimensioni fisiche o le abilità individuali, ma errori di concentrazione e di lettura, forse anche di eccessiva fiducia nei propri mezzi al livello più alto possibile.

Certe corse arcuate, certi rischi che McKenzie è in grado di concedersi nel Super Rugby, sono molto più difficili contro le difese del Rugby Championship.

Finora, in queste prime due giornate, nonostante alcuni colpi infine pregevoli, McKenzie ha fatto rimpiangere Jordie Barrett, ma anche la sicurezza di Israel Dagg. La Nuova Zelanda è di un livello superiore rispetto alle altre squadre, e questo gli consente di concedere prove d’appello: la previsione è che Hansen farà lo stesso con McKenzie, ma che il 9 settembre con l’Argentina vorrà vedere qualcosa di diverso.

La fenice aborigena

Kurtley Beale è risorto dalle proprie ceneri. Dopo una carriera da grande talento mai definitivamente assurto all’Olimpo ovale, il trequarti australiano sembra aver beneficiato alla grande dell’anno in Europa ai Wasps.

Tirato a lucido dal punto di vista atletico, brillante nelle decisioni e sabato anche punto fermo della difesa Wallaby, Beale è stato il migliore in campo, nonché il marcatore, grazie alla prorompenza fisica, dell’ultima meta australiana, quella che stava per dare la vittoria ai suoi.

Un’ottima notizia per il rugby australiano, che ritrova uno dei talenti migliori delle ultime generazioni. Ancora 28enne, il suo ritorno ai Waratahs, la franchigia con cui aveva iniziato nel Super Rugby, è uno dei successi dell’estate della federazione australiana, stretta in un mare in tempesta di critiche e problamatiche.

Nel 2014 Kurtley Beale torna ai Waratahs dopo un’esperienza ai Rebels. La squadra vince il Super Rugby, battendo i Crusaders in finale. Beale, come si vede dal video, viene spesso schierato primo centro dal coach di quei Waratahs, un certo Michael Cheika

Un successo anche il fatto di essere schierato come primo centro, dove può far valere il suo piede accanto a quello di Bernard Foley (per contro, non il più in forma fra gli Wallabies) e ricevere una gran quantità di palloni in attacco, risultando sempre una minaccia per la difesa. Una qualità che peraltro serve all’Australia come l’acqua all’assetato, data la difficoltà per la squadra di trovarsi sul piede avanzante.

Magari è la volta in cui Beale si è messo a giocare a rugby e ha lasciato perdere i messaggini.

Una meta straordinaria

E’ quella con la quale gli All Blacks vincono la partita. Un esempio di pulizia tecnica, lettura ed esecuzione unici: improvvisamente, a due giri d’orologio dalla chiusura di un match che li ha visti in affanno dal primo minuto, ecco che i campioni sfoderano la giocata che appaga gli occhi degli spettatori neutrali e gli stomaci dei tifosi.

Quando Barrett schiaccia in meta, sono passati esattamente 120 secondo dal momento in cui Beale aveva ridato il comando della gara ai suoi, sotto i pali opposti

Il pallone, proveniente da ruck, passa da Sopoaga a Luke Romano, che non si accontenta di andare a sfondare, ma correttamente, visto il movimento di Beale, scarica sul capitano accorrente, gesto tecnico rapido non banale per una seconda linea.

Kieran Read, placcato, trova al suo interno TJ Perenara, che ha prontamente seguito l’azione dopo averla incominciata. Il suo gesto tecnico è altrettanto pregevole per la perentorietà con cui si libera del pallone, servendo perfettamente Beauden Barrett, nuovamente all’esterno.