L’arte della guerra ovale

Tre citazioni di Sun Tzu per analizzare la sfida fra Lions e All Blacks

1.

Quando il nemico si trova a suo agio, può essere messo a disagio; quando è sazio, gli si può mettere fame; quando è stabile, può essere scosso.

Era il 1994: gli Stati Uniti ritiravano le truppe dalla Somalia, Schindler’s list vinceva il premio Oscar, Silvio Berlusconi vinceva per la prima volta le elezioni e la Sony presentava la prima PlayStation. E gli All Blacks perdevano la loro ultima partita all’Eden Park di Auckland fino ad oggi. Indovinate in che stadio si gioca domani?

Se si guardano i numeri, si capisce la portata dell’impresa che i Lions sono chiamati ad affrontare: non solo la Nuova Zelanda non perde su quel campo di gioco da ventitré anni, ma è imbattuta su suolo amico da otto, avendo perso l’ultima partita in casa nel 2009 contro il Sudafrica. In tutti gli anni Dieci del nuovo millennio sono arrivate 7 sconfitte in totale, a cui vanno aggiunti due pareggi con l’Australia.

C’è una cosa che i Lions possono però sfruttare, un tarlo che può essere messo nelle teste di quelli in maglia nera, abituati a battere gli avversari con un certo slancio: cosa succede quando finalmente gli All Blacks si trovano in difficoltà? Quando devono rispondere ad una squadra che impatta il loro livello? Tanti giocatori in campo fra gli All Blacks non hanno esperienza di partite difficili, da giocare punto a punto e di questo peso specifico.

Intanto il team di comunicazione degli All Blacks ha lanciato la campagna #TutiraMai, una canzone da cantare allo stadio per tifare la propria nazionale e sovrastare il ruggito dei tantissimi tifosi dei Lions che hanno invaso le strade di Auckland

I Lions, per contro, si sono costruiti come squadra ruvida, difficile da affrontare: hanno lavorato su una difesa forte e coriacea, sono una squadra fisica, abrasiva. Hanno dimostrato di saper impedire alle squadre di neozelandesi di giocare il loro rugby pulito, fatto di punti di incontro rapidissimi e caterve di offload. Anche quando hanno perso, hanno attirato gli avversari in una palude dove lottare corpo a corpo.

Sono una squadra che non ha paura di essere brutta e che è partita con le marce basse, attirandosi critiche anche beffarde, per poi crescere sotto gli occhi di tutti e arrivare alla vigilia della partita riuscendo a portare la battaglia di nervi su un terreno che sembra il preferito. Poi, certo, giocare è un’altra cosa, e tradurre la battaglia delle parole e della carta stampata in corse e placcaggi non è da tutti: i Lions rimangono l’underdog, ma sembrano stare più comodi nella loro posizione.

2.

Il leone usa tutta la sua forza anche per uccidere un coniglio.

Nelle serie alla meglio delle tre partite, e in particolare al livello élitario delle partite dei Lions, una delle più affascinanti sfaccettature da osservare sono gli aggiustamenti che di settimana in settimana vengono fatti per adeguarsi ai punti di forza dell’avversario e cercare invece di colpire le debolezze.

Da questo punto di vista, i Lions partono svantaggiati: avendo dovuto affrontare le franchigie neozelandesi, hanno dovuto mettere in mostra qualcosa (ad esempio, il sistema difensivo) che è stato per tre settimane sotto gli occhi dello staff tecnico neozelandese, che avrà di conseguenza preparato la squadra a dovere.

E se, nei warm-up matches, i Lions avessero mostrato più o meno tutto quello che avevano da mostrare? Se non ci fossero assi nella manica pronti ad essere utilizzati? E’ lecito aspettarsi qualcosa di più: la difesa dei britannici potrebbe avere in serbo qualcosa che a sorpresa non è stato ancora visto in nessuna occasione, quel choke tackle che ha fatto le fortune della nazionale irlandese e che ha funzionato con profitto anche a Chicago, nell’ultima sconfitta degli All Blacks.

Ieri avversari, oggi compagni. Tre Lions irlandesi tengono alto Owen Farrell in questa clip dell’ultimo Sei Nazioni. Questo tipo di difesa che costringe alla mischia chiusa, dove i Lions pensano di poter avere un vantaggio, è un’occasione troppo golosa per non essere tentata nei test. Ah, fermi tutti: chi è l’allenatore della difesa dei Lions? Andy Farrell? Quello della difesa dell’Irlanda?

Se la difesa offre qualche spazio per la fantasia, meno ne offre il pattern offensivo dei Lions, che fino ad oggi è stato balbettante, eccezion fatta per il trionfo di martedì contro i Chiefs. Un attacco non si inventa dall’oggi al domani e questo Steve Hansen lo sa bene.

Per la difesa in nero il nodo da sciogliere è quello della fisicità: se gli All Blacks riescono a pareggiare l’intensità fisica non solo degli avanti, ma di tutto il XV in maglia rossa, ha la qualità e la disciplina per portare a casa la partita senza soffrire troppi patemi.

Le chiavi dell’attacco Lions sono in mano a Owen Farrell, che però si è visto poco nei warm-up a causa di un infortunio che lo ha tenuto a riposo per un po’: sembra un’ovvietà sottolineare che essendo il fulcro del gioco avversario e il loro tattico più pericoloso, sarà messo nel mirino dai giocatori avversari. I trequarti non hanno mai entusiasmato nel corso del tour, e Gatland conta soprattutto sulla forza del pack per scardinare la difesa avversaria. E questo non è un segreto per nessuno.

3.

Non bisogna organizzare i propri piani in base a ciò che il nemico potrebbe fare, ma alla propria preparazione.

Warren Gatland non ha avuto paura a essere colui che per primo detta il tema di questa serie. Le scelte dell’head coach neozelandese degli ospiti parlano chiaro: non si fanno prigionieri, giocano coloro che dimostrano di essere più in forma; se necessario si cambia idea, non ci sono titolari annunciati; il metodo migliore per aprire una porta è quello di buttarla giù a testate.

Gatland ha fatto cinque scelte: innanzitutto Liam Williams, nonostante un avvio di tour assai balbettante quando schierato all’ala sinistra, si guadagna la maglia numero 15 titolare grazie alla sua prestazione di questo martedì, quando è tornato ad essere il giocatore che tutti conosciamo facendo a fette i Chiefs.

La scelta di Williams dimostra il coraggio e l’apertura di Warren Gatland: Halfpenny è un ‘suo’ uomo, e con il Galles l’allenatore non ha praticamente mai dato l’opportunità a Williams di mostrare le sue doti partendo da estremo. Nel match più importante delle rispettive carriere, si decide a farlo

La maglia numero 14 viene giustamente affidata a Anthony Watson, che ha dimostrato di essere in forma, ma George North non riceve neanche la convocazione, vedendosi preferito all’altra ala Elliot Daly, altro parvenu dell’ultima ora grazie alla eccellente prestazione di martedì.

Una scelta assolutamente sensata. Anche se Daly viene principalmente utilizzato come centro ai Wasps, con l’Inghilterra ha dimostrato di essere un’eccellente scelta come ala dal lato chiuso: rapido, grande solidità difensiva e soprattutto un piede potente e preciso che completa una back three di giocatori capaci di usare il piede e temibili in attacco. E all’occorrenza può tornare utile per provare a piazzare tra i pali dalla lunga distanza.

Daly è solo uno degli inaspettati titolari di Gatland: lui nel club gioca centro, e viene scelto all’ala; Jamie George non ha ancora mai vinto un cap da titolare per l’Inghilterra; Ben Te’o lo ha fatto, ma solo contro l’Italia allo scorso Sei Nazioni; Peter O’Mahony, che capitanerà la squadra in luogo di Sam Warburton, ha faticato a guadagnarsi una convocazione con l’Irlanda.

Altra scelta importante è quella di lasciare in panchina Maro Itoje, mettendo in campo George Kruis e Alun Wyn Jones. Logica però comprensibile: Kruis si è distinto ed è l’architetto della rimessa laterale, l’impersonificazione di Steve Borthwick sul campo da gioco; Jones è un luogotenente importante, capace di dare l’esempio, esaurire le energie in cinquanta minuti e lasciare il posto alla verve di Itoje.

Tutte le selezioni dei giocatori britannici puntano verso l’intenzione di giocare una partita fisica, nella quale le fasi di conquista saranno lo snodo tattico cruciale, puntando poi a corrodere la difesa avversarie con le tante cariche a cui i Lions ci hanno abituato nelle ultime prestazioni.

E’ stato Brian O’Driscoll a consegnare le 23 maglie rosse ai giocatori selezionati

Dall’altra parte, anche Steve Hansen ha fatto qualche scelta importante, risultando però inaspettatamente conservativo: fra i trequarti fuori Julian Savea e Waisake Naholo, i due formidabili scorer che non trovano posto neanche in panchina. Al loro posto Israel Dagg, a fare da secondo estremo al fianco di Ben Smith, e Rieko Ioane, la stellina che affronta i Lions per la terza volta nel tour. Spazio, inoltre, a Ryan Crotty come secondo centro. Il giocatore dei Crusaders batte la concorrenza di Anton Lienert-Brown, anche se di ritorno da un infortunio.

Allo stesso modo, nel pacchetto di mischia, l’altro Crusader Kieran Read, che non gioca da aprile, ottiene la maglia numero otto e mantiene la fascia di capitano. Una presenza importante che Hansen non si è sentito di lasciare fuori, ma che avrà forse bisogno di un pit-stop per riuscire a essere performante non solo domani, ma in tutti e tre i test. In panchina scalpita Ardie Savea, escluso in favore di Kaino e Cane.

Sono 7 su 15 i campioni del mondo in carica in campo per gli All Blacks, che devono temere qualcosa in prima linea: giocano i tre Crusaders (Moody, Taylor e Franks) che sono stati messi sotto nel match contro la franchigia qualche settimana fa.

Altro punto focale sarà la rimessa laterale, dove i Lions possono contare su un lanciatore affidabile e una batteria di saltatori con pochi eguali. La strategia dei britannici è chiara, e non dipende da quella messa in campo dagli All Blacks: vogliono imporsi fisicamente, trascinare i neozelandesi in una battaglia europea sul loro campo. Eppure, scriveva Sun Tzu: “Si può sapere come vincere, senza necessariamente vincere”. Più popolarmente: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.