Leoni: Gli invincibili

Il tour del 1974 non fu solo un trionfo sportivo, ma il segno di un’epoca

Questa è l’ultima puntata di Leoni,la rubrica di Ovale Internazionale che racconta storie del passato recente e remoto dei British and Irish Lions, in preparazione al tour che li vedrà affrontare le franchigie neozelandesi prima di sfidare gli All Blacks il prossimo giugno.
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Qui, la più letta.
Qui, la prima in assoluto.

Sedici anni fa, in una fresca notte di marzo a Londra, tanti vecchi compagni di squadra ed avversari si ritrovavano in una serata di raccolta fondi per Gordon Brown, mitica seconda linea della Scozia degli anni Settanta e compagno di reparto del capitano Willie John McBride nel mitico tour in Sudafrica del 1974. La serata era organizzata per sostenere la battaglia di Brown, malato di linfoma, che sarebbe morto non molto tempo dopo.

Nel ’74 Brown si era reso protagonista, durante il terzo e decisivo test, di un colpo proibito, come tanti se n’erano visti in quel tour, ai danni del colossale seconda linea sudafricano Johan De Bruyn. L’occhio di vetro che portava saltò via dopo il colpo subito, ma invece che far scoppiare un’immensa rissa definitiva, l’accadimento portò a un immediato cessate-il-fuoco, con i 31 uomini in campo, fra giocatori e arbitro, inginocchiati nel fango di Port Elizabeth alla ricerca dell’occhio di De Bruyn.

Una volta trovato, tutto coperto di fango, il gigantesco giocatore Springbok non esitò a rimetterlo al suo posto, incurante del fango e dei fili d’erba che spuntavano fuori dall’orbita. Racconta Brown che, tornando verso la rimessa laterale da dove si sarebbe ripreso il gioco, non riusciva a smettere di fissare il suo avversario. De Bruyn si voltò verso di lui, annuendo in silenzio. Riprese la partita, e ripresero le botte che la contraddistinguevano.

Quella notte di marzo di sedici anni fa, il racconto di Brown, che spesso narrava l’episodio in certe circostante conviviali, venne interrotto da Fergus Slattery, per l’occasione cerimoniere. L’ex giocatore irlandese introdusse sul palco della serata Johan De Bruyn, invecchiato ma ancora colossale. L’ex nazionale sudafricano porse a Brown un pallone ovale intagliato nel legno, sulla cui cima troneggiava, incastonato, l’occhio di vetro di quasi 30 anni prima.

Il libro pubblicizzato in fondo al video, di Stewart McKinney, terza linea irlandese dei Lions 1974, è un gioiello di testimonianze e ricordi di un momento del rugby che non tornerà più.

Imbattibili

Fran Cotton era il pilone dei British and Irish Lions, versione 1974. Inglese, alto quasi un metro e novanta, Cotton era al suo primo tour. Avrebbe poi partecipato ai tour del ’77 e del 1980. Il giorno del primo test, a Città del Capo, Cotton segue le direttive ricevute: raggiunge la camera d’albergo di Willie John McBride, il capitano, dove si sarebbero riuniti di lì a poco tutti i giocatori.

La stanza era piena soltanto per metà, nessuno parlava. Nessuno parlava neanche quando arrivarono gli altri giocatori. Nessuno si azzardò a parlare nemmeno quando poi c’erano tutti, ed era arrivato anche Willie John. Dopo venti minuti di silenzio, il capitano si decide a parlare: “Va bene, siamo pronti”. La squadra scende le scale, sale sul bus e si dirige verso lo stadio.

Ventuno vittorie su ventidue partite giocate. L’unico pareggio di una spedizione senza sconfitte, quella del 1974, fu ottenuto dal Sudafrica nell’ultima partita del tour, il quarto test contro la selezione nazionale sudafricana già battuta nei tre incontri precedenti, rimasti nella storia del rugby non solo per il notevole risultato sportivo dei britannici, ma soprattutto per la violenza e la durezza degli scontri più o meno regolari avvenuti in campo.

Un gruppo di giocatori strepitoso che, sfruttando la lunghezza dei tour di allora, lunghi quasi tre mesi, poterono sviluppare un legame particolarmente stretto fra di loro, nonostante le aspre sfide del Cinque Nazioni che li vedevano opporsi ogni anno.

In quella prima sfida a Città del Capo, le tre punizioni marcate da Phil Bennett e il drop di Gareth Edwards bastarono a tenere a distanza gli Springboks, battuti 12 a 3. Il secondo test, nel calderone di Pretoria, disputato su un campo con l’erba ingiallita, vide i Lions emergere in tutta la loro forza, contro degli avversari che cominciavano a capire di aver forse sottovalutato i ragazzi di coach Syd Millar.

I Lions seppellirono gli ospiti per 28 a 9, con cinque mete marcate. Almeno tre da ricordare: la prima di rapina, con JJ Williams eccezionale nel gestire un calcio a scavalcare dalla base della mischia di Gareth Edwards; la seconda, marcata ancora dallo stesso numero 13 gallese, coronò una bellissima azione corale partita dal talento offensivo di Phil Bennett da dentro i propri ventidue metri; Phil Bennett che si mise poi in proprio in occasione delle terza marcatura pesante, con un pallone recuperato e giocato da Slattery, dettando l’incrocio con il proprio numero dieci che avrebbe poi seminato tutti gli avversari sul suo cammino.

Anche nel terzo test (a partire dal settimo minuto circa) i due terribili Williams, JJ e JPR, seminarono il panico nella retroguardia avversaria

Il terzo test fu portato a casa con un punteggio simile: 26 a 9, grazie alla doppietta di uno scatenato JJ Williams e alla meta di Gordon Brown. L’ultimo test fu pareggiato 13 a 13, ma con alcune recriminazioni da parte dei britannici per una meta non assegnata a Fergus Slattery, che secondo l’arbitro non riuscì a schiacciare l’ovale, venendo tenuto alto in area di meta nei momenti finali del match.

Novantanove

Scendere in Sudafrica, per i Lions, significava andare in contro ad un continuo tentativo di intimidazione fisica, a gioco duro e scorretto da parte dei locali. Nel rugby degli anni Settanta, le regole non scritte vigenti in campo prevedevano che i giocatori si facessero spesso giustizia da soli.

Willie John, trentaquattrenne capitano carismatico ed esperto, reduce da ben quattro precedenti tour dei Lions, sapeva che la spedizione sudafricana avrebbe potuto essere difficile in termini di scontro fisico, che la sua squadra doveva in qualche modo tutelarsi.

Nelle stanze segrete, insieme agli altri senatori della squadra, McBride mise a punto la perfetta rappresaglia: la chiamata “99”. Il nome veniva dal 999, il numero britannico delle emergenze, abbreviato per essere immediatamente pronunciabile in caso di bisogno.

Le partite contro le squadre provinciali sudafricane erano assai dure, e i giocatori cercavano in qualche modo di ammorbidire gli avversari in maglia rossa in vista dei test contro la nazionale. In caso di necessità, al grido di battaglia “ninety-nine”, tutti i Lions avrebbero reagito collettivamente, prendendosela con l’avversario più vicino. Nella rissa che sarebbe seguita, l’arbitro non avrebbe saputo scegliere qualcuno da punire, e agli avversari sarebbe stato chiaro che i britannici non avevano fatto tutti quei chilometri per farsi bullizzare dai giganti dell’altopiano sudafricano.

Willie John in persona racconta la storia di come nacque la chiamata, e di come sia in qualche modo divenuta un mito. Secondo lui, infatti, fu solo contro Eastern Province, prima del primo test, che la ’99 call’ venne effettivamente utilizzata. Successivamente, sarebbe successo proprio quello che McBride aveva auspicato: che si diffondesse la voce su questa famigerata tattica, in modo che a tutti gli avversari fosse chiaro: con i Lions non si scherza

Posterità

In certi ambiente sportivi si parla di legacy. Quello che un giocatore, o un gruppo di giocatori, lasciano alle loro spalle, l’eredità sportiva depositata nelle generazioni successive.

I Lions del 1974 sono il simbolo della selezione stessa, intesa come squadra. Come e più di chi li ha preceduti, i Lions di McBride hanno incarnato lo spirito di squadra, la fratellanza e la solidarietà fra compagni. Sono stati il simbolo di un’era pre-professionistica dove al fianco della serietà e della professionale preparazione di un incontro sportivo c’era il divertimento, la goliardia, il cameratismo e tante, tante lattine di birra. Un rugby che sviluppava rapporti forti fra compagni, ma anche fra avversari: ci si picchia in campo, ma tutto finisce col fischio finale.

La generazione dei McBride, dei Gibson, dei JPR e dei Gareth Edwards metteva le basi per costruire quello che ancora oggi sono i Lions, trasmettendo a chi invece si affacciava al mondo in maglia rossa i valori fondanti dello sport ovale. Quelli che proprio Ian McGeechan avrebbe portato con sé prima nel suo secondo tour del 1977 e poi da allenatore della squadra nel 1989, 1993, 1997 e nel 2009.

Nondimeno, i Lions del ’74 giocavano un rugby ad alto tasso di spettacolo, con un pack robusto, intelligente e sporco quel tanto che basta per ottenere palloni da giocare per una batteria offensiva di trequarti probabilmente ineguagliabile per tutti gli anni Settanta, dove i gallesi la facevano da padroni.

Questa comunione di alto livello sportivo e umano è il risultato più importante che la formazione di quell’anno riuscì a portare a casa e, ancor più fondamentale, a trasmettere. Se agli iper-professionisti del mondo ovale qualcosa di questo DNA ovale è rimasto, lo dobbiamo ai pugni, alle bravate e alle mete del 1974.