Un coro di voci bianche

L’Inghilterra ha convocato 15 esordienti per giugno. Uno sguardo su alcuni di loro

Perché l’Inghilterra ha vinto il Sei Nazioni? Perché i giocatori che escono dalla panchina sono di qualità quantomeno uguale a quelli che sostituiscono. La forza della nazionale in maglia bianca si basa dunque su una profondità della rosa che le altre squadre non possono permettersi. Eddie Jones potrà dormire sonni tranquilli se dalla tournèe del prossimo giugno in Sud America tornerà con un tesoretto di giovani rampanti fra i quindici esordienti che ha convocato, pronti a sfidare i titolari nel contempo impegnati con i Lions in Nuova Zelanda.

A fare da chiocce alla gioventù inglese, i grandi esclusi delle convocazioni di Gatland: Dylan Hartley, Chris Robshaw, Mike Brown, Joe Launchbury. Dentro al gruppo c’è di tutto, anche qualche diatriba che pone qualche questione di coerenza in seno alla federazione d’oltremanica.

Calciatori e gemelli

Tra le facce nuove convocate da Eddie Jones, ce n’è una che è meno nuova delle altre. Dai Saracens finalisti di Champions Cup provengono infatti tre uncapped, fra i quali uno, Alex Lozowski ha fatto parte della squadra che ha preparato il Sei Nazioni 2017. L’apertura dei londinesi non è però mai riuscito ad ottenere un cap.

23 anni, apertura adattabile all’occorrenza al ruolo di estremo, Lozowski ha fatto esperienza prima nel Leeds Carnegie in Championship (2013/14) e poi nei London Wasps di cui fu bandiera il padre Rob, approdando dal 2016 ai Saracens poi divenuti campioni d’Inghilterra e d’Europa. La squadra corre il rischio di ripetersi quest’anno, con un contributo di Lozowski piuttosto importante, arrivato soprattutto nei momenti in cui Owen Farrell è stato assente.

Al contrario di diversi colleghi, Lozowski manca del bagaglio provvisto dalla trafila delle nazionali giovanili. Cresciuto rugbysticamente nella Wasps Academy, Lozowski ha frequentato allo stesso tempo, prima di iscriversi all’università, l’accademia del Chelsea, proprio quello della palla tonda. A sedici anni venne però messo alla porta, considerato fisicamente insufficiente per l’alto livello calcistico. Un giudizio che si è rivelato sbagliato data la propensione alla difesa di Lozowski, evidentemente uno di quegli atleti naturalmente predisposti a riuscire in più di uno sport.

Oltre alla solidità fisica, Lozowski ha, manco a dirlo, un piede potente e preciso e una buona velocità, che gli hanno permesso di rivestire con altrettanto successo anche il ruolo di estremo.

Grazie alla sua discendenza italica, la nostra federazione e lo stesso Conor O’Shea avevano tentato di corteggiare l’emergente apertura inglese, ma senza profitto. Lozowski ha creduto nei propri mezzi, crescendo molto nella sua carriera adulta, e abbracciando in maniera decisa la scelta di puntare alla maglia bianca dell’Inghilterra, anche quando la sua candidatura sembrava lontana dal divenire realtà.

Chi invece a soli 18 anni ed è pronto a fare confusione nelle gerarchie di Eddie Jones sono i fratelli Curry. Il primo problema del commissario tecnico della nazionale inglese sarà distinguere Tom e Ben, gemelli praticamente identici, che giocano entrambi per Sale, tutti e due in terza linea. Nati nel 1998, i Curry sono stati selezionati quest’anno per far parte della prima squadra dei Sale Sharks e hanno partecipato al Grande Slam dell’Inghilterra nel Sei Nazioni under-20.

Tom Curry ha esordito per primo, sul palcoscenico prestigioso della Champions Cup contro gli Scarlets lo scorso ottobre, entrando nel libro dei record come più giovane giocatore ad aver giocato in quella competizione per i Sale Sharks. Due settimane dopo ha realizzato la prima meta al debutto in Premiership contro Bristol. Qualche giorno più tardi ha debuttato pure l’altro Curry, Ben, contro i London Wasps nella Anglo-Welsh Cup.

Non che Ben sia il meno dotato dei gemelli: due titoli di man of the match al Sei Nazioni dei giovani e una prestazione contro Gloucester lo scorso 16 aprile da 15 placcaggi e 6 turnover, statistica che non veniva fatta registrare da nessuno dal febbraio 2015. Ben Curry si è quindi distinto per avere un rapporto di turnover ogni 80 minuti pari a 2,6, superiore a qualunque altro giocatore della Premiership. Per non essere da meno, Thomas ha fatto registrare 47 placcaggi riusciti su 47 nel Sei Nazioni under-20. Ci sarà da parlarne.

Metaman

9 mete in 10 partite. Un ruolino di marcia troppo impressionante quello di Denny Solomona per non venire immediatamente notato da Eddie Jones, e preso sotto l’ala della RFU, nonostante il giocatore di nascita neozelandese avesse giocato a livello internazionale per le Samoa nel Rugby League, sua precedente disciplina d’elezione.

Solomona ha concluso il suo contratto con la squadra inglese dei Castleford Tigers con due anni di anticipo lo scorso 13 dicembre, annunciando contestualmente la fine della sua carriera nel rugby a XIII e l’inizio di una nuova avventura con i Sale Sharks.

Solomona rientra nell’insieme dei finishers, quei giocatori che in un modo o nell’altro finiscono per segnare, anche con un po’ di fortuna e grazie a un fattore non esattamente definibile che li porta, inevitabilmente, a essere l’uomo che schiaccia il pallone in terra

La convocazione del ventitreenne dei Sale Sharks era annunciata, dopo che lui stesso si era, già in marzo, dichiarato eleggibile per la nazionale. Diverse voci, però, avevano già sconsigliato la convocazione a Eddie Jones. L’Inghilterra è assolutamente all’interno delle regole di eleggibilità, avendo Solomona risieduto in Inghilterra per tre anni e non contando i caps vinti nell’altro codice per Samoa. La federazione inglese, però, è una delle più strenue sostenitrici dell’aumento della regola di residenza da tre a cinque anni, che dovrebbe venir votata da World Rugby il prossimo maggio. Una posizione che si rende precaria quando la RFU, la federazione più ricca e con il maggior numero di mezzi fra tutte le altre, sceglie deliberatamente di sfruttare le regole di eleggibilità a proprio vantaggio, mentre dall’altra chiede al resto del mondo ovale di cambiarle.

Le peregrinazione di Francis

Piers Francis è nato a Gravesend, nel Kent, 27 anni fa e solo in questo marzo ha ottenuto la convocazione per la nazionale inglese, dopo una prima parte di carriera da girovago, per i casi della vita e per le vicende ovali che lo hanno riguardato.

A diciotto anni, dopo aver frequentato l’accademia dei Saracens, Francis si trasferisce in Nuova Zelanda, dove gioca nel campionato domestico per Auckland e Waikato. A 22 anni firma un contratto con Edimburgo, tornando quindi nel Regno Unito. La sua permanenza a Edimburgo sarà breve: il mediano di apertura, all’occorrenza primo centro dalle spiccate doti di playmaking, non incanta durante la sua prima stagione scozzese, e un infortunio nella pre-season 2013/2014 lo tiene fuori un anno intero.

L’infortunio causa una brusca interruzione della sua ascesa e della sua crescita come giocatore. Edimburgo non crede più in lui e lo taglia. Piers Francis torna allora nella terra della nuvola bianca. Agli ordini del coach Tana Umaga, Francis gioca un’ottima stagione per Counties Manukau, e segue poi l’ex capitano All Black nella franchigia dei Blues, di cui Umaga è diventato allenatore.

Con i Blues annovera 176 punti in 19 presenze durante la scorsa e l’attuale stagione, ma lo scorso 20 marzo ha annunciato di aver firmato un contratto per ritornare di nuovo in patria, questa volta per vestire la maglia dei Northampton Saints. Capace di reinventarsi una carriera dopo l’infortunio, Francis torna ad essere eleggibile per l’Inghilterra, che non convoca i giocatori che militano in campionati esteri. Eddie Jones vuole subito vederlo all’opera.